16
Ott
2020

Il paradosso dell’insularità in costituzione. Una breve storia (assai triste) che riguarda la Sardegna e il suo futuro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Carlo Sanna. A questo articolo è seguita la replica di Umberto Ticca dei Riformatori sardi.

“Le aree economicamente più depresse necessitano dei policy makers migliori e più competenti … per comprendere quale malattia vada curata per prima”.

Questa formula posta a esergo tratta da Morire di aiuti (Accetturo e De Blasio), e apparentemente banale, ci aiuta ad inquadrare la questione della cosiddetta ”Insularità in Costituzione”: quella proposta di riforma dell’art. 119 Cost. che è stata ideata dai Riformatori sardi e che ha trovato molti firmatari, a partire da Paolo Savona.

I due comitati sorti a difesa dell’insularità in Costituzione, uno scientifico (presieduto da Maria Antonietta Mongiu) e uno politico (presieduto da Paolo Frongia), sono stati particolarmente attivi in tutte le sedi istituzionali, così che l’iniziativa ha avuto un’approvazione trasversale da parte della politica sardo-italiana, mentre i movimenti e le associazioni indipendentiste (compreso il PSDAZ) hanno tenuto un atteggiamento abbastanza freddo.
Ma di cosa si tratta esattamente quando si parla di Insularità in Costituzione?

Partendo dall’osservazione che la Sardegna è un’isola, si vorrebbe colmare il gap infrastrutturale che inficia lo sviluppo sardo attraverso il riconoscimento nella Costituzione italiana della condizione di insularità, espunta dalla riforma del Titolo V a seguito della modifica dell’art. 119 Cost. Attraverso questo riconoscimento, certificata l’insularità, la politica avrebbe uno strumento ulteriore per far sentire la propria voce in tutte le sedi: sia in Italia, sia in Europa.

Insomma, stiamo parlando di soldi, aiuti, sussidi, che la politica sarda vorrebbe al fine di colmare la diseguaglianza naturale che nelle isole rende più difficoltoso lo sviluppo economico. Purtroppo nella proposta dei Riformatori non si evince come questi sussidi verrebbero spesi per la comunità: non ci sono vincoli di destinazione (nemmeno immaginari), manca del tutto qualsiasi progettualità, si parla genericamente di infrastrutture materiali ed immateriali. Per giunta, non esiste alcun documento ufficiale, non c’è alcun programma.

Assieme ai pochi commentatori della vita politica della Regione Autonoma Sarda ho provato a ragionare sulle potenzialità e sull’impostazione logica della proposta. Seguendo le attività dei Comitati ed esaminando attentamente le ragioni addotte, è emersa una ricostruzione delle cause del sottosviluppo sardo abbastanza singolare e decisamente insoddisfacente, almeno per i pochi che, con uno sguardo alla storia economica di questo luogo, seguono le vicende dell’isola.

Se è vero che l’essere insulari, a parità di condizioni, rende maggiormente difficoltosa la vita delle imprese, è pur vero che la politica sarda – per usare un eufemismo – non ha mai brillato per capacità e iniziativa, ed andrebbero valutati attentamente tutti gli elementi contingenti nella disamina della nostra condizione economico-sociale, almeno per onestà intellettuale, oltre la consapevolezza della natura geografica dell’isola in sé.

È piuttosto strano che 70 anni di politiche disastrose e di miliardi di euro sprecati spariscano dal racconto di questi Comitati, così che l’essere isola assurge incredibilmente a unico problema, quasi fosse un difetto genetico insormontabile tale da impedire alla classe dirigente di cercare e trovare qualsiasi rimedio.

Non voglio addentrarmi in un excursus storico economico della Sardegna (al riguardo, consiglio la lettura del documento di Andrìa Pili per la rivista economica sarda Arrexini: davvero un ottimo contributo riassuntivo). Mi limito ad osservare che è molto strano non trovare nell’analisi di una problematica, al fine della ricerca di una soluzione, qualsiasi considerazione in merito alle relazioni causa-effetto fra decisioni politiche e ritardo nello sviluppo economico.

Dal momento che i firmatari ed i partecipanti ai Comitati, politico e scientifico, non sono terzi e nemmeno imparziali – Maria Antonietta Mongiu è stata assessore a Pubblica istruzione, beni culturali, sport della Regione Sardegna, mentre Roberto Frongia è assessore ai lavori pubblici –viene difficile credere a un abbaglio, a una dimenticanza, e resta la spiacevole sensazione che i presupposti delle argomentazioni impiegate siano fallaci e viziati da una intollerabile omissione, orientata da una volontà auto-assolutoria.

Basterebbe l’esempio dei trasporti aerei sardi e la vicenda della “Continuità territoriale”, per portare sul banco degli imputati e condannare tutta la politica sarda, incapace se non di proporre soluzione ad hoc, perfino di copiare gli efficienti modelli spagnolo e portoghese, che hanno il pregio di aver semplicemente applicato alla lettera i dettami dell’UE nel rispetto del libero mercato… cosa che proprio non si vuole fare in Sardegna e in Italia.

Vista la premessa converrete con me che cambiare un articolo della Costituzione italiana, per far rinascere la Sardegna, nascondendo sotto il tappeto molti decenni di fallimenti politici, risulta quindi davvero poco credibile. Ed è del resto assai logico che questa manovra auto-assolutoria in camera caritatis abbia trovato il favore di tutta la politica sardo-italiana, pallido riflesso del mediocre teatrino che si svolge quotidianamente oltremare. Una calorosa partecipazione più quantitativa che qualitativa, che non ha alcuna intenzione di prendere le distanze dall’insipiente binomio “servizi migliori = più spesa”.

Se è vero che in Sardegna risulta più difficile per i politici affrontare e raggirare il proprio elettorato indagando temi di ampio respiro, è più semplice di contro accusare la natura avversa, mettere sotto processo la tipicità sarda. E così alla litania italiana “è colpa dell’euro”, i Riformatori sostituiscono “è colpa dell’insularità” e il gioco in salsa sarda è ben presto replicato in tutta la sua irresponsabile banalità.

Così da tre anni l’azione politica di questo partito e di questi Comitati è volta instancabilmente a normalizzare le problematiche sarde, snaturandone le origini, omettendo la storia, mistificando i dati, negando relazioni causa effetto, piegando i dettami europei per un fine che di nobile ha davvero poco: il vil denaro. Le responsabilità politiche svaniscono in un racconto fumoso, lisergico, dove un popolo sfortunato, che non accede a economie di scala, non potrebbe sopravvivere senza il bonario aiuto del “resto della penisola” e della “Costituzione più bella del mondo” che aprirebbe alla Sardegna le fantomatiche porte del paradiso europeo.

Come fanno i politici delle altre isole del Mediterraneo a sopravvivere, prosperare e fornire soluzioni ai propri cittadini senza l’ausilio dell’art. 119 della Costituzione italiana? Qualcuno ai sardi lo dovrebbe spiegare. Invece sono ben tre anni che la politica sarda, lungi dal guardarsi allo specchio, è ripiegata su se stessa nel patetico tentativo di scaricare le responsabilità di un terribile fallimento amministrativo alla geografia avversa.

Come se l’essere un’isola avesse impedito a Taiwan, Irlanda, Nuova Zelanda, Malta (i primi esempi che mi vengono in mente) di essere uno Stato forte, indipendente e prospero. Come se la storia non ci dica che è stata un’isola, l’Inghilterra, a dominare il mondo per secoli. Come se Acemoglu e Robinson non avessero dimostrato che le nazioni falliscono a causa di pessime “istituzioni estrattive”, che impediscono la “distruzione creatrice” e il rigenerarsi politico/economico di un territorio e di una società, e non di certo a causa di una presunta condizione geografia infausta.

Eppure basterebbe osservare empiricamente il PIL pro capite sardo (più alto di quello di quasi tutte le regioni del Meridione, Sicilia compresa), o gli investimenti in Ricerca e Sviluppo, per silenziare questo insopportabile story telling e provare invece a valutare l’efficacia dell’azione politico amministrativa e i risultati raggiunti.

Ammesso e non concesso che il Prodotto Interno Lordo fotografi il benessere delle popolazioni, la Sardegna ha un Pil più elevato rispetto a molte regioni avvantaggiate dalla posizione “continentale”; eppure la Regione Autonoma Sardegna investe solo lo 0,27% in Ricerca e Sviluppo, contro l’1,28% della Campania, lo 0,86% della Sicilia, lo 0,71% della Puglia e così via fino al 4,54% della Lombardia capofila. E dire che i Sardi hanno già ampiamente dimostrato in passato di essere stimolati dalle nuove sfide tecnologiche, capaci di colmare qualsiasi gap geografico.

Al riguardo, è sufficiente ricordare, su tutte, l’avventura di “Video on line” dell’imprenditore Nicola Grauso: il primo grande provider italiano e il terzo a livello europeo. Nel 1994, inoltre, L’Unione Sarda fu il primo quotidiano europeo a dotarsi di un sito Internet: secondo in tutto il mondo al solo New York Times.

Nessuno riesce a comprendere come si inseriscano queste evidenze nello strampalato racconto di chi vorrebbe vedere nell’insularità un impedimento strutturale a ogni crescita. Sarebbe quindi il caso di dare una descrizione più appropriata della nostra condizione di isolani.

La Sardegna ha un ritardo nello sviluppo economico perché è governata in maniera mediocre da soggetti irresponsabili. È sottosviluppata perché subisce interferenze centraliste italiane che la politica sarda non ha intenzione di mettere in discussione: dalla vergognosa occupazione militare di vastissime e strategiche porzioni di territorio al monopolio energetico della SARAS e a quello nel settore dei trasporti aero-marittimi.

Se c’è qualcosa che di certo non subiamo più di altri luoghi è proprio la condizione insulare e, malgrado quanto affermano capziosamente i Riformatori, di certo non si può affermare che dal 1948 a oggi siano mancate le opportunità e gli investimenti: tutti abbondantemente sprecati.

Comprendere quali siano le reali cause del nostro sottosviluppo è essenziale per poter reagire con i giusti strumenti, per pianificare una ripresa e guardare al futuro prossimo cercando di evitare gli errori del recente passato.

Ecco perché non riesco proprio a comprendere come, prendendo le mosse dallo studio commissionato all’Istituto Bruno Leoni e dal lavoro di economisti come Accetturo e De Blasio, si possa arrivare a sostenere una modifica costituzionale il cui fine ultimo è quello di rilanciare il vecchio assistenzialismo.

“Ammettere di avere un problema è il primo passo verso la soluzione”, diceva il saggio, purtroppo in Sardegna la politica è molto malata ma continua a far finta di niente e pontifica vantando una risibile verginità.

Per qualsiasi commentatore in buona fede è difficile concedere fiducia a questi signori e convincersi che siano in grado, modificando un comma di un articolo, di “cambiare religione” e votarsi alla spesa oculata, alla programmazione precisa, al favorire quella “distruzione creatrice” tanto cara ad Acemoglu (e prima di lui a Schumpeter), col fine di incentivare l’economia e il rinnovamento nelle istituzioni sarde.

Ricordiamo che proprio i partiti italiani in Sardegna non solo ostacolano il rinnovamento intellettuale, ma perfino impediscono fisicamente la partecipazione alla vita politica delle minoranze, facendosi scudo con una terribile legge elettorale, in una logica di spartizione degna dei peggiori regimi autoritari.

In tutto questo ragionare, sebbene sia doveroso essere prevenuti, non si può comunque escludere a priori che un’iniezione di liquidi, direzionata a tamponare la terribile condizione di R&S, potrebbe avere anche alcuni risvolti positivi; piuttosto è legittimo dubitare che gli stessi responsabili si lascino di colpo sfuggire l’ennesima ghiotta opportunità per implementare un’azione amministrativa votata allo spreco e al clientelismo estremo, come hanno fatto finora.

Lo studio IBL a firma di Amenta, Stagnaro e Vitale quantifica in circa 5.700 euro il presunto gap: ma con ciò non implica in alcun modo un “diritto” dei sardi a ricevere trasferimenti di pari entità a carico dello Stato. I tre studiosi affermano qualcosa di indubbiamente corretto, che abbiamo già lasciato emergere in precedenza, quando scrivono:

Prima ancora di mettere in campo investimenti o politiche finalizzate a rafforzare le infrastrutture, il capitale umano e l’innovazione, la Sardegna può richiedere riforme interne nell’organizzazione dei servizi pubblici che favoriscano la creazione di un ambiente nel quale individui e imprese possano creare e prosperare, migliorando la condizione economica complessiva del territorio”.

Siamo stufi di politici piagnoni, di una classe dirigente irresponsabile ed autoreferenziale che, rifiutando qualsiasi contraddittorio, interpreta pedissequamente il paternalismo centralista italiano. Non si può più avere alcuna fiducia in soluzioni campate per aria, senza un progetto, senza una visione di Sardegna slegata dal giogo degli interessi elettorali italiani, libera ed autodeterminata.

Ecco perché non c’è alcuna possibilità di trovare qualcosa di buono nella proposta di fissare per sempre in costituzione una sorta di “minorità sarda”.

L’unico modo per salvare la Sardegna, allora, è fare quello che l’attuale classe dirigente non vuol fare: invertire la rotta assistenzialista, rendere l’isola davvero indipendente e responsabile, costringere la sua classe dirigente a fare i conti con la realtà, emarginare i soggetti che non hanno le competenze e sono privi di una visione a lungo termine, consentire alle comunità di auto-governarsi stimolando le zone depresse attraverso una competizione fiscale sul modello svizzero, implementando le potenzialità economiche, favorendo gli investimenti dei privati, liberando il mercato dei trasporti da Alitalia, Tirrenia e Moby, investendo prepotentemente in Ricerca e Sviluppo, dedicandosi anima e corpo a rompere qualsiasi subordinazione con l’Italia (da quella linguistico/culturale a quella economica), passando necessariamente dalla risoluzione delle bonifiche delle servitù militari e delle industrie pesanti che devono cessare.

Sighendi de aici, castiendi a custa genti faulargia, no ndi bogaus pei e ddu scieis beni bosatrus puru, mancai no seis indipendentistas. Seus chistionendi de su benidori, seus chistionendi de dignità.

(Traduzione: “Continuando così, dando retta a questa gente poco seria, non ne caviamo nulla e questo lo sapete bene tutti e non c’è bisogno di essere indipendentista. Stiamo parlando del nostro futuro, stiamo parlando di dignità”).

Fonti:

Principio di insularità”, L’Unione Sarda, 24 ottobre 2019.

Daron Acemoglu e James Robinson, Perché le nazioni falliscono, Milano, il Saggiatore, 2013 (cap. 2, p. 55 ss).

Andrìa Pili, “Insularità e sottosviluppo in Sardegna” per la rivista Arrexini.

Carlo Amenta, Carlo Stagnaro e Luca Vitale, Il costo dell’insularità. Il caso della Sardegna, IBL Briefing Paper 189, 24 agosto 2020.

Antonio Accetturo e Guido De Blasio, Morire d’aiuti. I fallimenti delle politiche per il Sud, Torino, IBL Libri, 2019.

Sardegna in Prospettiva: “Intervista al professor Devoto”.

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