23
Set
2020

Ricerca e sviluppo per la cura dei tumori: da dove vengono e cosa dicono le buone notizie?

di Paolo Belardinelli e Serena Sileoni

Viviamo tempi in cui è difficile concentrare l’attenzione su una questione sanitaria che non sia legata al nuovo coronavirus, e se ne possono comprendere i motivi.

Eppure le vecchie malattie, molte non meno rilevanti, continuano a esistere e ad avere bisogno di cure, ed anzi è probabile che nei mesi successivi – proprio a causa del Covid-19, dovremo affrontare un loro incremento di incidenza. Tra queste, i tumori. Ogni anno, in Europa, circa 1,4 milioni di persone muore a causa del cancro, che è la seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari. In molti paesi sviluppati, come Francia, Olanda, Regno Unito e Danimarca, è già diventato la prima causa di morte. E questo sembra il trend che molti altri paesi, tra i quali il nostro, sono destinati a percorrere. L’incidenza del cancro sulla popolazione è infatti in aumento. Dal 1995 al 2018, siamo passati da 2,1 milioni di persone affette da cancro a 3,1 milioni, con tassi di mortalità anch’essi in aumento, da 1,2 milioni a 1,4 milioni di morti annui nello stesso periodo. 

Quanto all’Italia, i nuovi casi sono superiori rispetto a quanti sono negli altri paesi d’Europa, ma inferiori se si guarda alla composizione della popolazione. Inoltre, la mortalità è inferiore alla media europea e in costante diminuzione (-23% dal 1995 al 2017).

Questi sono solo alcuni dei dati contenuti in un report comparativo pubblicato dall’IHE  (The Swedish Institute for Health Economics) realizzato per conto di Efpia (la Federazione europea delle associazioni e delle industrie farmaceutiche) appena prima che il coronavirus cominciasse a diffondersi. A fronte dell’aggravarsi del problema del cancro, il report segnala diversi fatti e argomenti per cui essere ottimisti in rapporto al suo trattamento e alla sua cura.

Per esempio, gran parte della crescita nella diffusione della patologia e nell’aumento dei tassi di mortalità può essere spiegata dall’invecchiamento della popolazione. Per gli under 65 i decessi sono diminuiti e, sostiene il report, in assenza delle dinamiche demografiche relative all’invecchiamento e all’aumento della popolazione, la mortalità per cancro sarebbe diminuita in tutti i paesi europei. I tassi di sopravvivenza a 5 anni per i tumori più comuni sono migliorati in tutti i paesi e questo spiega in parte perché, in ogni caso, la mortalità sia aumentata molto meno rispetto all’incidenza della malattia.

A cosa sono dovuti questi miglioramenti? Ai risultati raggiunti dalla ricerca, in termini di screening, di diagnosi, di trattamento e di accesso alle cure (anche rispetto ai tempi di attesa, per i quali l’Italia è nella media europea). In particolare, lo screening, che consente di identificare il cancro prima che questo diventi sintomatico, si è diffuso moltissimo. Le diagnosi sono diventate più accurate in linea con il nuovo paradigma della medicina di precisione, e soprattutto il trattamento ha fatto enormi passi in avanti grazie all’introduzione di nuovi farmaci e nuove pratiche come la terapia a bersaglio molecolare e l’immunoterapia, oltre alla messa in commercio di una lunga lista di nuovi farmaci.

In Italia, a fronte di una spesa sanitaria per patologie oncologiche stabile (cresciuta invece in Europa in termini reali quasi del 2%) e inferiore dell’11% rispetto alla media europea, e nonostante l’aumento del 40% dei malati, quello che è veramente cambiato in questi anni è dipeso dall’innovazione farmaceutica: non solo in termini di nuovi farmaci, ma anche di nuove e più semplici modalità di cura (per esempio per via orale) che hanno consentito un più facile accesso alle cure e anche un miglioramento nella qualità della vita dei pazienti, oltre che una riduzione dei costi per il Servizio sanitario (si pensi solo alla riduzione dell’ospedalizzazione, che in Europa si è ridotta in 10 anni del 18% e in Italia del 24%).

Sono, questi, dati incoraggianti che vanno comunque interpretati per comprendere i fattori positivi e le criticità del nostro sistema sanitario, date anche le caratteristiche demografiche e, in questo momento, la probabilità che a breve vedremo gli effetti indiretti del Covid-19 sui ritardi di cure delle patologie tumorali, dove il fattore tempo è decisivo.

Tra gli elementi critici vi è senza dubbio il rispetto del principio di universalità nell’accesso alle cure (e quindi spesso, in questi casi, dell’esenzione dal pagamento dei medicinali più costosi), un principio che si tenta di salvaguardare pur nella difficile sostenibilità del sistema, con una domanda che cresce e un’offerta che, quanto a risorse, fatica a garantire la copertura universale. E’ bene tenere questo punto a mente, ora che si deve decidere come utilizzare le risorse del Next Generation EU, e il rischio di sprecarle è naturalmente molto alto.

Tra i fattori positivi vi è il costante e accresciuto investimento delle imprese. Gli investimenti privati in Ricerca e Sviluppo in Europa sono aumentati tra il 2005 e il 2015 di quasi 7 miliardi di euro (di 900 milioni quelli no profit, di più di 6 miliardi quelli profit).

Se sono e saranno – considerando le difficoltà della spesa pubblica – le imprese a investire sempre più riuscendo a ottenere nuove molecole (il numero di farmaci approvati dall’Agenzia europea per i medicinali è cresciuto da 5 tra il 1995-1999 a 43 tra il 2015 e il 2018), occorre che le autorità pubbliche di controllo, regolazione e gestione del servizio sanitario creino un contesto favorevole non solo all’investimento, ma alla stessa ricerca, in particolare quella clinica indipendente. Da questo punto di vista, esse possono fare ancora molto, ad esempio quanto alla regolazione sull’uso dei dati a scopo di ricerca ( per i quali si consenta il rinvio a http://www.brunoleoni.it/conoscere-per-curare), ma anche alla de-regolazione sui conflitti di interesse (http://www.fondazioneroche.it/wp-content/uploads/2019/12/Libro-Bianco.pdf).

L’anno 2020 con la sua pandemia ha dimostrato a tutti quanto la ricerca non sia solo un affare di laboratorio; quanto la regolazione incida in maniera significativa sull’accesso alle cure, oltre che sulla sicurezza terapeutica; e come il ruolo dell’autorità pubblica non sia solo quello di dispensatore di (magre) risorse. Anzi, considerando le ristrettezze di bilancio ma anche l’esigenza che l’innovazione terapeutica sia l’obiettivo di una comunità aperta in continuo dialogo e sperimentazione, tale ruolo dovrà necessariamente essere, per il bene di tutti, quello di facilitatore della ricerca e dello sviluppo nel settore farmaceutico-sanitario, per i quali fuori dal perimetro pubblico ci sono molte risorse da voler e poter investire.

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