23
Set
2020

Gli Stati e le loro dimensioni: un ricordo di Alberto Alesina

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Paolo L. Bernardini

Alberto Alesina (1957-2020), scomparso il 23 maggio 2020, verrà senz’altro ricordato come uno tra i maggiori economisti italiani e internazionali a cavaliere dei due secoli, sia per le importanti posizioni accademiche coperte in una carriera di assoluto prestigio negli USA, sia per le prese di posizione tra i maggiori giornali italiani, come Il Corriere della Sera, sia per la varietà degli oggetti della sua ricerca.

La sua prematura scomparsa lascia un grande vuoto anche nel mondo liberale e libertario, anche se egli fu un liberale atipico (alcuni potrebbe contestare questo: fu mai davvero un liberale?), e a maggior ragione non fu mai un vero e proprio libertario, per quanto uno dei suoi ultimi lavori, decisamente anti-keynesiano, ma altrettanto decisamente non austriaco, sia stato insignito del Premio Hayek. E per quanto abbia ricordato, scrivendo con Giavazzi, agli statalisti di sinistra che il Liberalismo è di sinistra parlando a sordi e mentecatti incapaci di intendere il discorso, sottile ed efficace, ma anche straordinariamente ambivalente. E creando – per questo è un libro tanto splendidamente chiaro quanto involontariamente ambiguo – una certa confusione ideologica, dal momento che se si associa alla “sinistra” il liberalismo, i cultori di Marx cercheranno di armonizzarlo con i principi veri del socialismo, ovvero quelli collettivistici. Questo non è nuovo nella storia, è il fenomeno del “socialismo liberale” che è un vero e proprio ircocervo, e coacervo di intrecci ideologici poco chiari, e alla fine, ovviamente, destinati al fallimento nella teoria (per le loro incoerenze), prima ancora che nella pratica.

Inoltre, è bene ricordare che economisti come Huerta de Soto, ovvero di Scuola Austriaca, hanno spesso attaccato le posizioni pubbliche di Alesina (spesso in compagnia di Giavazzi), come nel caso di un importante articolo del 2013 (“Come azzerare il debito pubblico”, I parte, 3 dicembre 2013). Vale la pena di fare una lunga citazione da quest’articolo per capire come i principi della Scuola Austriaca non siano mai stati del tutto graditi a, o assimilati da, lo scomparso economista, ma soprattutto per capire come i problemi legati al debito pubblico siano sempre gli stessi, ora che esso è enormemente cresciuto rispetto al 2013, con stime che lo portano al 155% del PIL per fine 2020, con un incremento enorme anche solo rispetto al 2019 (quando stazionava appena sopra a quanto fosse nel 2013), per via del virus e delle politiche economico-monetarie utilizzare a partire da marzo 2020 per affrontarlo.

“Alesina e Giavazzi iniziano il loro articolo – scrive Huerta de Soto nel dicembre 2013 – ricordando che il debito pubblico italiano, che alla fine del 2013 raggiungerà il 133% del Pil, è aumentato (sempre in rapporto al Pil) del 30% negli ultimi dieci anni. Questo dato deve essere letto pensando al fatto che questi ultimi dieci anni sono stati caratterizzati non solo da un livello e da un tipo di pressione fiscale sempre più esorbitante (e, anche per questo, da una crescita praticamente inesistente quando non da decrescita) ma inoltre da tassi d’interesse straordinariamente e (anche se questo i due giornalisti non lo dicono) artificialmente bassi. Dopo questa doverosa premessa, essi affermano che esistono solo due modi per ridurre il debito: l’imposta patrimoniale e le “privatizzazioni” e usano il resto dell’articolo per elogiare queste ultime. Intanto, un paio puntualizzazioni. In primo luogo, i due giornalisti parlano di imposta patrimoniale come se questa adesso non ci fosse, ma di imposte patrimoniali ne abbiamo già varie: dalle imposte sulla casa alle imposte di bollo sugli investimenti finanziari. Quella a cui loro si riferiscono è un’imposta patrimoniale aggiuntiva una tantum di proporzioni straordinariamente alte. Tuttavia, a parte il fatto che, come purtroppo sappiamo e non abbiamo ancora imparato, non esiste nulla di più permanente di un programma temporaneo del governo (almeno su questo Milton Friedman aveva ragione), la differenza sarebbe di tipo quantitativo, non qualitativo. Inoltre, come sanno coloro che coerentemente vedono l’economia nel suo complesso come la scienza che studia l’azione umana, non c’è differenza sostanziale fra imposte patrimoniali e imposte sul reddito in quanto il patrimonio produce reddito. Nelle parole di Pascal Salin, un economista sa bene che c’è equivalenza tra reddito e capitale. Il reddito, infatti, non è altro che quello che il capitale rende per periodo […] Il capitale è la fonte del reddito, e inoltre il suo valore viene calcolato a partire dai flussi di reddito che permette di ottenere nel tempo. Questo perché non c’è reddito senza capitale. […] Da questa assoluta equivalenza fra capitale e reddito deriva che è indifferente tassare l’uno o l’altro, a condizione che entrambi vengano colpiti correttamente. Quindi la distinzione fra tassa patrimoniale e tassa sul reddito non è altro che la solita trovata mediatica a cui chi detiene il potere politico (con l’aiuto della folta schiera di “intellettuali” al suo servizio) ricorre per giustificare un saccheggio sempre maggiore della proprietà da parte della macchina statale. Premesso questo, il primo elemento che salta subito agli occhi leggendo articoli come quello di Alesina e Giavazzi è la cura con la quale viene evitato un qualsiasi accenno alle cause strutturali della continua crescita del debito e quindi delle dimensioni e delle funzioni dello Stato. Non un cenno viene fatto ai privilegi della manipolazione monetaria e del credito (corso forzoso, denaro fiat, riserva frazionaria, stampa di moneta e fissazione arbitraria dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali); a quali debbano essere i limiti di principio alle funzioni dello Stato; alla sostituzione della Legge (il limite al potere) con la “legge” (lo strumento di potere) e quindi alla sostituzione della legittimità (il rispetto della prima) con la legalità (il rispetto della seconda). Non una parola viene spesa per rispondere alla domanda: cosa accadrebbe dopo? Una volta ridotto (ammettiamo pure) il debito (e il Pil) con un’ulteriore imposta patrimoniale o il solo debito con le “privatizzazioni” (che gli stessi autori sostengono che anche nel migliore e più irrealistico dei casi non sarebbero nemmeno lontanamente sufficienti a portare il rapporto debito/Pil sotto il 100%), cosa impedirebbe al debito di tornare non solo a crescere, ma a crescere più velocemente di prima? Silenzio“.

Alesina è dunque (almeno qui, ma in generale nei suoi interventi per il grande pubblico) assai poco liberale, in molte delle sue dichiarazioni sembra addirittura sposare il partito opposto: ma è stato ed è menzionato spesso in contesti liberali, indipendentistici (e magari non liberali). Ma, per il discorso che sto per fare, vorrei ricordare soprattutto gli interventi di Ryan W. McMaken, in particolare “Perché una maggiore secessione significa una maggiore libertà”, del 29 aprile 2019.

Personalmente, non posso infatti che ricordarlo per quel suo lavoro scritto a quattro mani con Enrico Spolaore – un veneto quest’ultimo, un rodigino anzi d’eccellenza che insegna anch’egli negli USA, alla prestigiosa Tuft di Boston – The Size of Nations, pubblicato dalla MIT Press nel 2003, e poi di nuovo nel 2005. Sono debitore a questo scritto, tra l’altro, per quel che riguarda la mia conversione all’indipendentismo veneto; anche se non è – occorre sottolinearlo bene, perché non si attribuiscano ai morti posizioni ideologiche non loro – un libro indipendentistico. Non so i sentimenti al riguardo di un veneto come Spolaore – sarebbe interessante se qualcuno glieli chiedesse – ma so senz’altro che il loro libro ha avuto grande eco nel mondo indipendentistico veneto, citato in abbondanza a partire dal 2003 almeno, poi ricordato anche sulle pagine di giornali liberal-indipendentistici come “Miglioverde”, diverse volte, da Luca Polo, tra gli altri – che lo metteva in compagnia di Eugenio Benetazzo, per quel che riguarda il Veneto, citandolo insieme al David Friedman di “Una teoria della forma e delle dimensioni delle nazioni”, importante articolo pubblicato su The Journal of Political Economy (ma la compagnia potrebbe facilmente allargarsi e consiglio per farsene una chiara idea il contributo di McMaken citato prima ). Il libro fu importante per me, ma anche per numerosi altri, come un economista indipendentista come Lodovico Pizzati, tra gli altri. Adottai il libro per i miei corsi all’Insubria, e ne sposai le tesi nei miei numerosi interventi pubblici ai tempi di Veneto Stato e del PNV. Il libro accompagnava un corso basato sullo “Index of Economic Freedom”, ove peraltro la “dimensione” dello Stato non è un parametro di libertà economica in sé (né del resto avrebbe alcuna legittimazione teorica ad esserlo e/o diventarlo).

Il libro tratta dei vantaggi comparativi del piccolo Stato rispetto al grande, e mostra bene tutti i limiti del grande Stato: utile solo per rafforzare la difesa esterna, per creare una burocrazia virtualmente ostile ad ogni libero mercato, e per la sua tendenza centralizzatrice, con un rapporto bi-univoco, legato da una tendenza innata al protezionismo, tra centralizzazione ed economia, a tutto discapito delle periferie: da Parigi vogliono distaccarsi la Corsica e la Bretagna (si veda ora la situazione tragica ma estremamente rivelatrice di Taiwan e Hong-Kong), vi si dice, ma man mano che ci si avvicina al centro, si perdono le forze centrifughe e si rafforzano quelle centripete. Non solo, ma si mostra come la ricchezza dell’Europa sia nata soprattutto nell’età delle competizioni tra Stati anche piccoli – e la parte storica, non senza alcune imprecisioni che la letteratura ha messo in luce da subito (vd. ad. la recensione abbastanza critica di Solomon Polachek, di Binghampton, in Perspectives on Politics 2(04), pp. 885-886) lo mostra bene. Ma il libro tratta anche al capitolo 12 delle deficienze della UE – e questo un anno dopo dall’entrata in corso dell’euro – della sua mostruosa ed inutile burocrazia, e insomma di tutti i mali che lo statalismo porta nel momento in cui si tratta di mostruose entità centralistiche (forse maggior spazio avrebbe dovuto essere dedicato alla Cina, allora non ancora compiutamente realizzata come “dittatura perfetta” [Stein Ringen] come lo è ora. Il “momentum” del libro, per dir così, sta nel chiedersi perché mentre l’URSS si dissolveva la UE si rafforzava, e la cosa si comprende meglio se si pensa che il volume del 2003 conclude una serie di pubblicazioni a più mani di Alesina iniziata almeno nel 1997 (e mi riferisco al lavoro a sei mani Alesina, Alberto, Wacziarg, Romain, Spolaore, Enrico, “Economic Integration and Political Disintegration”, Cambridge, Mass: NBER, 1997). Dunque il rischio legato ai “grossi Stati” (da notare che la parola inglese “Nation” significa Stato oltreché nazione e dunque crea problemi nella traduzione italiana), era messo bene in luce dagli economisti ben prima dell’avvento dell’euro (ma dopo la frammentazione dell’URSS). Inoltre, il discorso sulla globalizzazione mostrava bene come l’apparato burocratico e coercitivo dei grandi Stati ne ostacolasse un corso naturale, come è proprio il caso degli USA ma soprattutto della Cina. Ovvero, è possibile stabilire un rapporto biunivoco tra la disintegrazione politica e l’integrazione economica, l’una premessa (ma anche, per certi fondamentali aspetti), conseguenza della seconda.

Si tratta dunque di un libro che – senza ostentare di esserlo, e dunque con grande classe – si pone a difesa del piccolo Stato, per chi almeno sappia coglierne il messaggio. Tanto è vero che i ragionamenti dei due economisti sono sempre idealmente presenti negli scritti introduttivi allo “Index of Economic Freedom”, che poi mostra come la libertà economica maggiore sia proprio quella dei piccoli Stati: da Singapore all’Estonia, con eccezioni naturalmente (la Gran Bretagna). Rileggerlo in tempo di pandemia è – permettetemi il giuoco di parole – salutare. Perché mentre il libro affronta la relazione tra grande e piccolo Stato da una parte, ed economia dall’altra, in situazioni di normalità, si vede bene come negli Stati di eccezione la risposta istituzionale al virus sia assai migliore nei piccoli Stati (Svezia) rispetto a come lo è e lo è stata nei grandi. Fondando solo su mere argomentazioni economiche la creazione di piccoli Stati si mettono in crisi ideologie nazionalistiche potenzialmente pericolose. Questo libro ha dunque giuocato un ruolo importante nell’indipendentismo veneto di primo millennio. Anche nella vita di Alesina, che dal 2003 al 2006 fu direttore del Dipartimento di Economia di Harvard, aperto anche (con moderazione) a liberali e libertari.

I grandi Stati sono grandi truffe. Ma non lo dice Alesina: lo dice Sant’Agostino, “Quid sunt magna imperia, nisi magna latrocinia?”. Nel 2003 questo libro utilizzava argomenti economici e storici in difesa del piccolo Stato. Nel modo neutrale rispetto alle forme di governo che occorre affrontare quando si parla di vantaggi comparativi tra stati. Dittature, democrazie, teocrazie, forme miste… Singapore è una repubblica che non si può certo definire “democratica” come, poniamo, la Francia. Ma è la prima nazione nello “Index of Economic Freedom” con un GDP pro-capite peraltro oltre il doppio di quello francese. Anche se il discorso di Alesina e Spolaore – il quale ultimo ha poi continuato nel filone dello studio dell’economia dei confini, con eccelsi risultati – mostra una preferenza per il discorso democratico; ma se si omaggia la democrazia anche in termini (squisitamente americani, e ormai parzialmente obsoleti) di “minority rights”, una volta di nuovo sono i piccoli Stati a sistema decentrato a rispettarli rispetto ai Leviatani centralizzati e divoratori dei loro margini.

The Size of Nations insegna a riconsiderare l’indipendentismo senza gonfaloni, senza “esteladas”, senza “saltyres”, in un mero rapporto di trade-off, e tra costi e benefici. Certamente, se si preferisce una classe politica ricchissima, privilegiatissima, potentissima, si preferirà il grande Stato, che garantisce per definizione e per sua necessità interna il proliferare di parassiti, burocrati, “civil servants” perfettamente inutili. Se si è liberali nel profondo – come credo non fosse Alesina, mai volendo andare del tutto a fondo partendo dalle premesse che egli stesso aveva posto, coerentemente – non si può che desiderare un piccolo Stato, o, se si vive in un grande Stato, ebbene esso non può che essere una federazione come gli USA.

Questa pandemia ha messo i grandi Stati in ginocchio, e portato vicino alla fine quelli che in ginocchio erano già, come l’Italia, inferiore nelle politiche economiche perfino alla Spagna che con la prigione e il terrore ha negato l’indipendenza alla Catalogna. Il che è tutto dire. Purtroppo il processo di annullamento della coscienza individuale fa sì che si sia precipitati nel grottesco assoluto senza che nessuno osi ribellarsi facendolo in forma collettiva.

Per questo rileggere The Size of Nations ora ci mostra un libro vitalissimo, ma in qualche modo fallito: la minaccia da cui metteva in guardia si è pienamente realizzata. Non contemplando la possibilità di economie in “stati eccezionali”, quindi non contemplando se non blandamente ipotesi critiche (il crollo dei mercati del 2008, ad esempio, superiore per danni a quello del 2000), come soprattutto il virus 2020, mostrava deficienze strutturali dei Leviatani in regime di ordinaria amministrazione. Ma la storia ci insegna che l’ordinaria amministrazione non è eterna. Qualcosa di straordinario accade sempre. E generalmente dopo il passaggio della cometa ci sono carestie e guerre e pesti, solo una volta la cometa è stata annunzio di qualcosa di grande.

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