17
Lug
2020

Il caso Autostrade (tra tanti muscoli e poco cervello)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Federico Riganti

Il catalogo delle vicende che, con fare fin quasi tragicomico, continuano ad interessare il Paese in questa fase post-emergenziale (perché diciamocelo, l’emergenza Covid-19 è terminata e quella che si profila è una crisi economica prevista, per non dire scontata, e dunque non certo un’emergenza), si è arricchito di un ulteriore elemento del quale, francamente, si sarebbe volentieri fatto a meno: l’affaire Autostrade per l’Italia S.p.A. (ASPI).

Il tema è noto e riguarda, in estrema sintesi, la posizione di ASPI che, a seguito del crollo del Ponte Morandi, in sostanza è stata ritenuta mediaticamente e politicamente unica responsabile dell’immane tragedia genovese. Lo stesso si è evoluto, poi, secondo dinamiche tutt’altro che lineari e ad oggi capaci di tradurre un vero e proprio processo del popolo, indirizzato a punire non solo tale società, bensì anche e soprattutto uno specifico socio della società che, di questa, è azionista di controllo che esercita attività di direzione e coordinamento (Atlantia S.p.A.).

Ora, al di là di alcuni altri tecnicismi, è evidente la gravità di una questione che, così come affrontata da un esecutivo sul punto particolarmente aggressivo, è destinata a segnare un nuovo picco nel percorso di intromissione pubblica in dinamiche private. Picco che, peraltro, è caratterizzato, ora più che mai, da un evidente imprinting interventista, esercitato per il tramite di poteri che, quantunque dotati di un’estetica democratica, di certo impattano – in negativo – sulla prima delle libertà costituenti uno Stato di diritto maturo e moderno: la libertà di iniziativa economica.

Ed infatti, l’atteggiamento di recente adottato nei confronti di Autostrade e di Atlantia – e quindi, indirettamente, dei Benetton – e il rinnovato cieco affidamento a Cassa depositi e prestiti S.p.A. (ormai, il vero e proprio “braccio armato” del governo) vanno oltre il semplice caso di specie e denotano l’evidente piacere che questo esecutivo prova nei confronti di una narrativa politica muscolare (degna della più misera “Italietta”) ed intesa ad affermare un non meglio definito interesse generale nei confronti di ben definiti investitori privati.

Interesse generale che, peraltro, si stenta ad intravedere e che anzi da una sostanziale statalizzazione della questione subirebbe (e questo è la storia ad insegnarlo) conseguenze negative di primo spessore, con evidente eterogenesi dei fini.

La confusione con la quale si è finora proceduto – intesa a mettere sullo stesso piano società, management e soci, oltreché a sottovalutare le dinamiche di gruppo – e la pressapochezza con cui la politica si è permessa e si permette quotidianamente di fornire, al mercato, notizie incomplete, contrastanti e per nulla incentivanti, è – in altri termini – un chiaro indice del concreto pericolo di deriva verso un sistema che, in sfregio alle più basilari norme comportamentali e alle più elementari architetture del libero scambio e del mercato dei capitali (la cui autorità di vigilanza risulta in merito non pervenuta), predilige uno Stato capace di piegare, a proprio piacimento, obiettivi industriali, politiche di investimento e finanche compagini societarie.

Profilo, quest’ultimo, particolarmente pericoloso e in grado di rinvigorire meccanismi clientelari ben noti al settore pubblico italiano (in merito, si ricordi solo che fra i punti dell’accordo con Autostrade è prevista anche “la cessione diretta di azioni ASPI a investitori istituzionali di gradimento di CDP” e, cioè, dello Stato, che quindi tanto direttamente, quanto indirettamente, diventa “padre-padrone” della “baracca”).

Tutto quanto sopra detto è relazionato, ad oggi, ad Autostrade, ma in un domani ben potrebbe essere capace di ampliarsi – grazie al meccanismo del “precedente” – anche ad altre società, in cui la responsabilità limitata dei soci (e cioè dei proprietari, e cioè di quelli che rischiano) finirebbe col venire degradata a nulla più che a una semplice questione di forma, e come tale impotente innanzi ad un potere pubblico che di fatto (e anche, ormai, di diritto) è in grado di limitare la discrezionalità imprenditoriale e la sovranità decisionale degli operatori.

In conclusione, che tutte le strade portino a Roma è un conto. Che Roma possa, però, disporne come meglio crede, è tutt’altra cosa. Ed è bene ricordarlo per fare fronte comune, oggi e domani, contro l’intromissione pubblica in vicende private e per combattere la pericolosa nouvelle vague peronista cui stiamo assistendo.

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1 Response

  1. Giacomo

    L’autore del pezzo tralascia un po’ di cose:

    1) sembra quasi che ci si dimentichi delle responsabilità civili e penali di Atlantia, nelle persone sia dei suoi manager che dei suoi proprietari. Un disastro che non costituisce un caso isolato, ma è emblematico dello stato di incuria di tutta la nostra rete autostradale (in buona parte controllata da ASPI) che ha visto succedersi numerosi episodi di crollo.

    2) Al di là delle suddette responsabilità, appare evidente come la gestione privata non abbia portato alcun beneficio alla collettività che, da ciò che traspare dal pezzo, sembra invece tanto minacciata da un intervento statale. Negli anni, al continuo aumento delle tariffe, è corrisposta una pessima gestione della rete, segnata da disservizi, pericoli e disagi continui.

    3) La rete autostradale, così come qualunque rete infrastrutturale, costituiscono un bene strategico per qualunque stato. Non si può ritenere che lo stato si disinteressi della sua gestione in nome del mito del “libero mercato”. Soprattutto se si considera che stiamo parlando di un bene la cui proprietà è, appunto, pubblica. ASPI è un concessionario di un bene pubblico e DEVE rendere conto al proprietario del bene di come questo venga gestito

    4) La cosa più paradossale di tutta la disquisizione è che tutto ruota attorno all’idea di libero mercato. Di quale libero mercato stiamo parlando mentre disquisiamo di un monopolio naturale? Di quale iniziativa d’impresa parliamo di fronte ad un’azienda che ha predato un bene pubblico (con modalità delle quali trovo inutile discutere dato che ormai sono storia), lo ha usato come un bancomat e ora lo restituisce al legittimo proprietario in condizioni disastrose? Quale investimento sarebbe stato fatto? Quale idea imprenditoriale vincente incarnerebbe Atlantia?

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