29
Giu
2020

L’illegalità non denunciata produce demagogia che la alimenta

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Anna Monia Alfieri.

Il cittadino medio esige chiarezza e verità sulla solita storia per la quale tutte le scuole pubbliche paritarie sono dei postifici e dei diplomifici, scuole che rilasciano titoli di studio non attendibili, alterano le graduatorie statali, hanno bilanci non verificati, regalano i titoli di studio, non pagano gli stipendi al personale.

È vero, ci sono situazioni del genere, ma a) sono una piccolissima minoranza che b) vive grazie a connivenze e reti clientelari. 

Ma tutto il resto della scuola pubblica paritaria è realtà ben diversa, è realtà fatta di impegno, di cultura, di passione, di fatica. Esattamente come la buona scuola pubblica statale. 

La verità è che si strumentalizza in modo stucchevole la questione della presenza residuale dei diplomifici per avallare un Sistema Scolastico Iniquo che alimenta le Disparità (il povero e il disabile sono condannati da punti di partenza che li segnano per sempre; la scuola non è più un ascensore sociale e senza libertà di scelta educativa non potrà mai tornare ad esserlo) e che è prigioniero dell’Ideologia.

Schiava è la Scuola Statale che paga la libertà con il controvalore dell’autonomia: i dirigenti scolastici non hanno alcuna autonomia per gestire la scuola … sono servi dello Stato, zero autonomia, zero risorse; si fa in fretta poi a scaricare su di loro e sui docenti i limiti gravissimi di un sistema comunque fuori controllo dal punto di vista gestionale.

Schiava è anche la Scuola Paritaria, che paga la concessione dell’autonomia con il controvalore della libertà: autonomi sono i dirigenti di fare una buona scuola, ma non solo liberi i genitori di sceglierla se non si paga il pizzo della libertà.

Le 40 mila scuole statali sono libere ma non autonome, le 12 mila scuole paritarie sono autonome ma non libere…. In una perfetta logica della schiavitù, sono entrambe legate a doppio filo al Padrone Stato che non può permettersi il lusso di liberarle, pena l’affrancamento di cittadini liberi, critici, pensanti. Eppure la Ministra Azzolina, il 26 giugno, presentando le linee guida, diceva che non vuole che gli studenti siano burattini.

Peggio, gli 8 Mln di studenti italiani, con le loro famiglie e i docenti, sono schiavi perché subiscono in modo drammatico le storture del sistema.

Se davvero si vuole rilanciare la scuola italiana e formare studenti critici, si evitino affermazioni prive di fondamento e si utilizzino le vie piane:

Creiamo le condizioni perché la scuola sia veramente buona per tutti: per farlo bisogna chiarire realmente che rapporto vuole avere lo Stato Italiano con la scuola. Questo è un punto imprescindibile. Garante? Controllore? Gestore unico? 

Il Ministero, ogni anno, invia i pochi ispettori rimasti per i dovuti controlli presso le scuole pubbliche paritarie; di conseguenza ha il potere e il dovere di chiudere le scuole che sono dei diplomifici o, peggio, sfruttano i docenti non retribuendoli. Se ciò non avviene, il cittadino avrà sempre modo di leggere post come quelli della senatrice Granato che, nel denunciare sui social la circostanza, identifica le scuole paritarie con presidi di illegalità. Ma non dice come mai chi controlla non chiude.

A questo punto sono doverose una serie di riflessioni:

  • Perché i docenti che sono stati sfruttati non hanno denunciato? Forse per paura, forse per comodità resta la connivenza che ha alimentato l’ingiustizia. Il fine, il bisogno può sempre giustificare i mezzi? Abbiamo eroi che sono morti per ribellarsi alla mafia, per dire che i siciliani non sono tutti mafiosi; certamente Borsellino e Falcone non hanno risposto “non tocca a me?”. Discorsi del tipo: “Cosa ci posso fare io? Non ho alternative? Lavorare in nero ed essere sfruttata mi consentiva di portare a casa il pane per i figli” comporta necessariamente di sfogare la propria rabbia sui social, essendo custoditi da uno schermo, che conserva un anonimato colpevole, perché getta fango su chi lavora seriamente… Perché se i fatti sono autentici, allora si denuncia. O si dice: mi sta bene così.
  • Gli Onorevoli Parlamentari e Senatori che si sdegnano a mezzo social, oggi hanno il potere/dovere di far partire degli accertamenti – anche fiscali – presso quelle scuole che citano sui social e che provocano loro crampi di rabbia (figurarsi ai cittadini onesti contribuenti). E’ opportuno ricordare loro che l’omessa denuncia da parte di un Pubblico Ufficiale, nel caso in cui dovessero realmente ravvisare illeciti di natura penale, è un reato previsto dall’art. 361 C.P. 

Resta capire se siamo in questa sfera penale. E se non lo fossimo resta da capire se non c’è un obbligo morale, etico, civico.

  • Infatti: a cosa serve sdegnarsi se poi non si denuncia, rendendo giustizia a quella povera docente che se ne lamenta a mezzo scritto? Nel post reso pubblico dalla Senatrice Granato (link) si evidenzia una diatriba fra una ex insegnante, che denuncia uno sfruttamento economico e lavorativo da parte di una scuola paritaria, e il suo gestore. Ma in questo caso a chi sarebbe ascritto il reato? La Signora potrebbe benissimo far causa alla scuola ma certamente si tratterebbe di una questione giuslavoristica e non certo penale. 
  • Invece quello che dichiara questa signora, e che la persona del post riprende commentando, lede l’onore e la reputazione di una scuola pubblica paritaria (se fosse identificabile) o genericamente di tutte le scuole paritarie, configurandosi come un’ipotesi di diffamazione e anche aggravata dall’utilizzo di altro mezzo di pubblicità ai sensi dell’art. 595 comma 3 c.p. 

Ciascun cittadino, e soprattutto chi ha ruoli di responsabilità, deve togliere ai cittadini italiani la sensazione che non ci sia giustizia, che ci si lamenta delle discriminazioni e dei torti ricevuti sui social, alimentando un senso di frustrazione e di rabbia. 

L’Italia è un Paese di diritto perché garantisce i diritti che riconosce; si ritorni allora a parlare nella sede preposta, il Parlamento, e non nelle ville; a discutere nelle aule della Democrazia (le due Camere) e non negli studi televisivi; a denunciare alle autorità competenti e non sui social. Si faccia percorrendo le vie legali che non solo garantiscono la giustizia ma migliorano la società. Se si hanno dubbi su questa procedura, conviene rinunciare alla cittadinanza italiana.

Mentre è doverosa la solidarietà alle vittime dello sfruttamento prodotto da queste scuole paritarie indegne, occorre perseguire le vie di Diritto, quindi:

  1. la docente vittima, se davvero intende risolvere il problema per sè e per i colleghi (si è mossi anche da un senso civico ampio), denunci la scuola alle autorità competenti e si proceda nelle aule del tribunale. Se la scuola ha sbagliato, sarà condannata; ciò servirà di lezione a chi intendesse delinquere allo stesso modo e avremo un Paese più giusto;
  2. La Senatrice che oggi è al Governo, e ha notizia di queste azioni illegali, faccia partire i controlli su questa scuola: ha il potere e gli strumenti per farlo;
  3. la scuola – pare, facilmente riconoscibile – se crede che si sia nel campo della diffamazione e intende prendere le distanze, quereli.

In un paese civile si agisce in questi termini, non si fa di tutta l’erba un fascio, non si spara nel mucchio, denigrando 12 mila scuole paritarie, 900 mila allievi e le loro famiglie con i 180 mila dipendenti, senza parlare dei milioni di ex alunni (compresa la più alta carica dello Stato) e soprattutto non si fa demagogia condannando la scuola italiana a non ripartire e distruggendo un sistema integrato.

2º Sia chiaro a tutti che nelle prossime ore gli unici passaggi di buon senso sono i seguenti.

È necessario approvare nelle aule del Parlamento (se destra e sinistra sono d’accordo cosa manca?) i 7 emendamenti e, in particolare, quello relativo alla detraibilità integrale del costo delle rette versate dalle famiglie alle scuole pubbliche paritarie nei mesi di sospensione della didattica, con tetto massimo di 5.500 euro (che è il costo standard di sostenibilità per allievo): ciò sanerebbe anni di discriminazione subita dai genitori, dagli alunni e dai docenti. Non si tratta di un favore ai ricchi: tutt’altro! I numeri parlano con la loro schiacciante evidenza. 

Oltre alla detraibilità integrale delle rette, due altri provvedimenti sono necessari: 1) fondo straordinario alle scuole paritarie per scontare la retta pagata in tempi di Covid-19; 2) esonero dal pagamento dei tributi locali per il 2020 causa emergenza Covid-19.

E, infine, siglare “Patti di comunità” con le scuole paritarie, utilizzando le 40.749 sedi scolastiche statali e le 12.564 sedi paritarie per consentire agli 8.466.064 studenti di ritornare in classe in sicurezza. 

Il resto è demagogia, che davvero sta togliendo la pelle di dosso ai cittadini.

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