21
Mag
2020

Professionisti esclusi dai contributi del decreto rilancio: alla ricerca di un perché

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Sara Sileoni.

Siamo ormai abituati al fatto che le parole vengano utilizzate impropriamente, ma non siamo e non possiamo esserne rassegnati.

Se il decreto è deputato al rilancio dell’economia e del lavoro deve necessariamente prendere in considerazione le istanze di tutte le categorie di lavoratori colpite, nessuna esclusa.

E invece anche in questo caso non si è persa l’occasione per “dimenticare” qualcuno o, anzi, per tralasciarlo intenzionalmente.

L’art. 25 esclude dal contributo perduto previsto “Al fine di sostenere i soggetti colpiti   dall’emergenza epidemiologica “Covid-19”” i professionisti  iscritti  agli  enti  di diritto  privato  di  previdenza  obbligatoria  di  cui  ai   decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509 e 10 febbraio 1996, n. 103, ossia i professionisti iscritti agli ordini.

Il fatto che questa categoria di lavoratori autonomi sia stata espressamente esclusa comporta che la scelta sia stata consapevole, non frutto di una dimenticanza ma di una precisa volontà.

A che si deve questo trattamento deteriore ?

Nessun ausilio interpretativo viene dal tenore della disposizione il cui incipit, al contrario, farebbe propendere per giudicare irragionevole, iniqua e arbitraria qualsiasi disparità di trattamento tra i titolari di partita IVA. È evidente che tutti i lavoratori autonomi siano stati incisi negativamente dalla pandemia e dal conseguente blocco delle attività.

Nessuna spiegazione reca nemmeno la relazione illustrativa, che si limita ad elencare i soggetti esclusi dal beneficio, peraltro accostando ai professionisti soggetti che, a ragione, non ne sono destinatari perché o non ne ne possono oggettivamente fruire (i soggetti cessati alla data del 31 marzo 2020) o perché godono di altro tipo di agevolazione (es. lavoratori subordinati o titolari di indennità ex D.L. 18/2020).
Se si ragiona in buona fede può attribuirsi la scelta dell’esclusione al pensiero, ormai del tutto anacronistico e assolutamente irreale, che i professionisti sono, economicamente parlando, un’élite, che guadagna più di quel che dovrebbe. Ma così non è. Le statistiche dimostrano che la grande maggioranza degli esercenti le professioni liberali si arrabatta e raggranella, a fine mese, uno stipendio di un dipendente di livello medio-basso. 

O peggio ancora si può ritenere che il motivo sia che il legislatore, e non l’uomo della strada, voglia dar credito all’idea che il libero professionista sia – a prescindere, sempre e comunque – un evasore totale e che come tale – sempre a prescindere – debba essere punito. Ma anche in questo caso così non può essere, sia perché, se così fosse, l’accesso al contributo dovrebbe essere negato a ogni categoria potenzialmente evaditrice, sia perché non ci si rassegna all’idea di uno Stato che punisce senza prova e senza condanna.

Deve allora ritenersi che la scelta sia meramente dovuta a logiche ben distanti da quelle che dovrebbero ispirare chi ha l’onore e l’onere di guidare il Paese?

Quale che sia il motivo, l’esclusione appare discriminatoria e iniqua e, quantomeno, sarebbe stato più rispondente alle esigenze di giustizia sociale, che tanto si sbandierano ma poco si perseguono, prevedere un limite reddituale, così da far beneficiare della misura i soggetti che ne abbiano più bisogno e tentare, così, di rilanciare l’economia, dando gli strumenti, minimi, economici per ripartire.

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