18
Mag
2020

La giustizia civile alle prese con lo stress-test del virus

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Matteo Repetti

Come spesso succede, le situazioni di difficoltà rappresentano una sfida, o quantomeno una verifica della propria adeguatezza. Ciò che vale per gli organismi biologici vale anche per le organizzazioni complesse, per i sistemi.

A distanza di qualche mese dall’inizio della pandemia, si può forse fare qualche ragionamento su come ha reagito la giustizia, ed in particolare quella civile, alle sollecitazioni portate dal coronavirus.

Anche perché, esaurita la fase di estrema urgenza del fenomeno, l’11 maggio scorso è terminato il periodo di sospensione dell’attività giudiziaria per quanto riguarda il contenzioso civile, e il sistema dovrebbe – per quanto faticosamente – avviarsi verso la normalità.

In realtà, la sensazione, credo condivisa da buona parte degli operatori del settore, è che la macchina è rimasta desolatamente ferma.

Il personale amministrativo delle cancellerie non è stato abilitato a lavorare da casa in remoto, non avendo accesso al sistema del processo telematico; e adesso che l’attività dovrebbe riprendere, l’esigenza di distanziamento sociale comporta che il numero dei cancellieri e del personale materialmente presente in ufficio è una frazione del numero previsto a regime, con ulteriore rallentamento del carico di lavoro.

Di fatto, buona parte delle udienze fissate nelle prossime settimane – ed in particolare quelle di prove, dove è richiesta la presenza delle parti personalmente o dei testimoni o dei consulenti – vengono rinviate a ben dopo l’estate (settembre od addirittura ottobre e novembre): nessuna concreta modalità organizzativa è stata infatti studiata in questi mesi per consentire la ripresa dell’attività, come invece è stato fatto, ad esempio, per ristoranti e parrucchieri. L’unica modalità con cui vengono tenute le udienze è quella della trattazione scritta, sostanzialmente con scambio di mail (con evidente compressione del diritto di difesa). Il ricorso alle videoconferenze e all’utilizzo di altri strumenti tecnologici che comunque potrebbero garantire in questa fase un minimo di contraddittorio è praticamente nullo.

A fronte della stasi di questi mesi e del grave ritardo accumulato, a nessuno è venuto neppure in mente di utilizzare il periodo estivo per rimettersi in pari. D’altra parte, i giudici vengono comunque regolarmente pagati, lo stesso vale per il personale amministrativo. Gli avvocati temono che il ricorso alle udienze in remoto possa svilire il loro ruolo (che dovrebbe in realtà consistere nell’attività intellettuale di difesa dei clienti piuttosto che dalla presenza fisica in tribunale), non importa se tutti si vedono e tengono i contatti su Zoom.

Insomma, la scarsa efficienza del settore, improntato ad una strenua difesa di interessi corporativi da parte di tutti i suoi attori nel nome dell’incomprimibile irriducibilità dell’attività giurisdizionale a standard comunque verificabili, ha trovato le sue puntuali conferme anche in regime di pandemia.

Le ragioni dei clienti e di chiunque – imprese e privati cittadini – si rivolga alla giustizia per far valere un suo diritto può aspettare.

Ma perché succede questo? E soprattutto, perché la giustizia – ed in particolare quella civile, che ne dovrebbe costituire la parte quantomeno quantitativamente più rilevante – è sostanzialmente assente dal dibattito sui media ed in televisione? Si parla, a ragione, della necessità di ripresa da parte di bar, ristoranti, palestre, mentre del processo non sembra preoccuparsi nessuno.

La giustizia e la scuola sono i due grandi settori rimossi della cd. fase 2: ci si è rassegnati a mandare i ragazzi a scuola non prima di settembre, per il processo civile bisognerà aspettare se va bene Natale.

Se è vero che ubi societas, ibi ius, non c’è da stare tanto allegri sullo stato della nostra democrazia.

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