5
Mag
2020

Statalismo, un ritorno inevitabile?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Cesare Giussani

La pandemia ha definitivamente seppellito quel poco di liberalismo che era presente nella cultura italiana. È di moda attribuire alla sanità privata la colpa della diffusione del contagio – si arriva ad attribuire al capitalismo l’origine scatenante del virus – e si prospetta per la nostra economia una politica industriale con la mano pubblica come prima attrice.

Nessuno spiega che cosa sarebbe stata in grado di prevedere la sanità di uno stato collettivista. Di certo nulla ha previsto di positivo la Cina dove addirittura la pandemia è esplosa, mentre l’organismo pubblico internazionalmente preposto alla sanità, l’OMS, ha brillato per la sottovalutazione del problema. Che poi la Cina sia stata – a suo dire – più efficace nel combattere il virus a casa propria non può far dimenticare che la stessa non ne ha impedito la diffusione nel mondo.

Ora sembra che il problema sia evitare che BigPharma realizzi e gestisca facendo profitti il vaccino. Sull’argomento è esplicito anche Tonelli sul Corriere della sera. Chiede la formazione di un trust di cervelli. Faccio la domanda della regina Elisabetta: cosa dicevano questi cervelli prima che scoppiasse l’epidemia? Incolpano i privati di non aver predisposto le strutture sanitarie, ma loro non avevano detto niente, l’unico a parlare era stato Bill Gates che scienziato non è. Io credo che un mercato in concorrenza piuttosto che un trust di cervelli possa conseguire rapidamente il risultato vaccino, sondando diversi percorsi. È necessario dare disponibilità finanziarie e qui certamente lo stato o i diversi stati in competizione possono soccorrere; importante sarà condividere le informazioni.

Quanto all’economia è chiaro che molte attività dopo l’interruzione richiedono liquidità e contributi in conto capitale nonché riscossione dei crediti verso la PA. Vi sono poi persone che sono impossibilitate a consumare essendo venute meno le fonti di reddito, occorrono in questo caso adeguati sussidi. Tanto i sussidi quanto i contributi e i finanziamenti possono venire dallo stato che li può offrire o prendendoli dal risparmio dei cittadini  – anche sotto la forma di prestiti irredimibili – o monetizzando il debito.

Detto questo e detto anche che bisogna facilitare questi flussi, evitiamo invece di parlare di piano nazionale o piani industriali che creino gabbie o avviino progetti velleitari, travolti prima della loro conclusione dal progresso tecnologico (ricordiamo Bagnoli et similia). Faccia lo stato le opere pubbliche necessarie, terminandole prima che divengano obsolete (ricordo che l’Auditorium di Roma, concluso negli anni 2000, aveva il piano terra costellato di cabine telefoniche, poi smontate, mentre manca tuttora di sufficienti ascensori) ma si lasci al mercato di tentare e trovare le opportunità migliori.

Purtroppo il giornale della Confindustria non presenta buoni segnali, ospita con ampio spazio le proposte della Mazzucato e indica in diversi articoli l’ostilità’ per l’ordoliberalismo e il favore per una nuova IRI. Sul Corriere la Maraini difende l’acqua pubblica. È necessario ricordare che la rinascita postbellica della Germania e dell’Italia è stata favorita dall’apertura dei mercati, non dal monopolio pubblico (ancorché presente ma dopo pochi anni degenerato). So già che la proposta di dare a medie e piccole imprese contributi anche indiscriminati a fondo perduto espone alla critica di creare, nel caso che in seguito questi imprenditori abbiano successo, una categoria che poi viene accusata essere di pescecani (epiteto degli anni ‘40) o profittatori delle difficoltà; ma il bene che ne deriva per tutte le classi di cittadini deve permettere, come diceva il progressista Rawls, di accettare qualche disuguaglianza.

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