10
Apr
2020

COVID-19 e il laboratorio Italia

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Marco Taradash.

Gli italiani hanno smesso di affacciarsi a finestre e balconi per cantare l’inno di Mameli e sventolare il tricolore molto presto, quando, obbedendo al sesto senso più che alla ragione, hanno avvertito che sarebbe stato chiesto loro non soltanto di “stringersi a coorte” ma anche di essere “pronti alla morte”.

Una decina di bollettini della Protezione Civile li avevano messi in guardia. Un elenco ragionieristico di infetti, risanati, moribondi e morti, ogni sera alle 18 uguale alla sera precedente, tranne nei numeri prima velocemente in crescita, poi in lenta apparente decrescita fino alla scoperta definitiva: scompare la parola magica, il Picco, e compare quella misteriosa, il Plateu. E nessuno che dicesse cosa si è fatto, e perché, e cosa si farà e come e quando e perché.

Intanto il governo decideva cosa non fare. Nulla. L’Italia doveva essere consegnata al Nulla. Innanzitutto le persone. Vietato uscire di casa, vietato entrare nei parchi, camminare sui lungomare, fare un tuffo in un fiume, peggio ancora sdraiarsi su un prato o uno scoglio a prendere il sole, figuriamoci sedersi su una panchina. A cosa serviva? A nulla. Perfetto stabilì il governo. Meglio ancora si dava agli italiani la distrazione di massa di individuare dalle finestre i trasgressori e ingolfare chat e social di senso civico: se sapeste quel che ho visto! Permessa la passeggiata dei cani, nelle vicinanze di casa, e anche dei bambini – questi solo in luoghi frequentati e pericolosi come botteghe e supermercati. Con le mascherine che è più sicuro, ma anche senza che è ancora più sicuro.

L’Oms, non quella cinese con sede a Ginevra, ma quella Italiana che però risponde a quella cinese, spenti con successo i primi due focolai a Codogno e Vo’ Euganeo, decideva che si era già fatto fin troppo e che era meglio non far più nulla. La Lombardia ubbidì, il Veneto no. La Lombardia sprofondò nel caos e dovette allestire scenari lugubri per il deposito e il trasporto delle bare, il Veneto frenò l’epidemia e il numero dei morti. Qualcuno capì, ma pochi, che per salvarsi bisognava disubbidire.

Ai medici e agli infermieri fu invece chiesto sia il Tutto che il Nulla: tutto per i malati, nulla per difendersi dalla malattia. Anche stavolta il modello cinese funzionò alla perfezione: centinaia, poi migliaia di sanitari si ammalarono, decine morirono e gli ospedali, gli ambulatori, le Rsa, divennero i migliori focolai dell’infezione. Chi intanto fosse stato sorpreso ad allungare la strada di ritorno verso casa con le borse della spesa continuava a essere pedinato e multato.

Capimmo così che era In corso un esperimento involontario sull’immunità di gregge, per inettitudine e arroganza del Governo, della Protezione Civile e del Consiglio Superiore di Sanità, con relativo sacrificio di vite e salute di medici e infermieri.

Intanto anche la produzione industriale, il commercio, i servizi si arrestavano. Tranne quelli essenziali, certo. Il criterio non era la sicurezza, ma l’essenzialità. Che veniva poi misurata in traffico automobilistico privato. Troppo traffico uguale furbetti che svolgevano lavoro inessenziale. Vetture in movimento apparivano una grave minaccia epidemica. In compenso le corse delle metropolitane venivano ridotte, specie a Milano, in modo da far stringere gli uni con gli altri i lavoratori obbligati allo svolgimento dei servizi essenziali, probabilmente con finalità rieducativa modello Laogai.

Il Centro e il Sud erano in condizioni epidemiologiche migliori ma considerati pecora nera della sanità migliore del mondo (di cui ogni pomeriggio alle 18 si faceva orgoglioso vanto), per cui venne deciso di bloccare ogni industria anche lì, e quella essenziale, come l’agricoltura, cominciò ad arrestarsi da sola a causa della temuta emergenza dal sommerso dei lavoratori in nero, dei quali a nessun partito di qualche consistenza venne in mente la plausibile regolarizzazione emergenziale.

La Cgil diffidò coerentemente il governo dal reintrodurre i voucher e la triplice sindacale minacciò uno sciopero virtuale ma generale se le richieste degli imprenditori di riprendere il lavoro pur con ogni accortezza sanitaria fossero state accolte. L’Italia già si sentiva in larga parte chavista e peronista prima della pandemia, l’occasione di ampliare il consenso non poteva essere persa. Il governo condivise. Contro il presidente della Confindustria Boccia il ministro Boccia emise la sentenza definitiva: “La salute viene prima dell’economia”. Nessuno gli chiese: quanto prima? e soprattutto: fino a quando? senza domandarsi se salute ed economia non siano due facce della stessa moneta, lo stato sociale.

Capimmo così che è in corso un esperimento volontario sulla decrescita industriale e produttiva, connessa alla rottura del legame con l’Unione Europea e finalizzata all’uscita dall’Euro. La lunga controversia del Governo, e del M5S con particolari accenti di furia nazionalistica, che ha opposto l’Italia gli altri stati europei su interventi urgenti che soltanto il Fondo salva stati (MES) può consentire, ne è indizio se non prova. Ma il Pd? Non è più un prudente alleato di governo, se mai lo è stato, ma un asino in mezzo ai suoni.

Abbiamo anche capito che è in corso, dopo quello sulle RSA, un esperimento scientifico inconsapevole sulla eventuale trasformazione del sistema carcerario in focolaio di epidemia e di rivolta, sulla base delle teorie di un quotidiano, il cui direttore vanta non infiniti lettori ma infinite presenze nei talk show della sera, che sostiene non esserci luogo più sicuro di una cella carceraria (pur condivisa con altri detenuti) per tutelarsi dall’infezione. Teoria condivisa dalla fascia destra dell’opposizione e tramutata in leggenda ministro della Giustizia, pur col parere contrario di magistrati (tranne tre), avvocati, giuristi di ogni ordine grado e colore politico.

E infine abbiamo capito che è in corso un esperimento collaterale e preliminare sulla riduzione delle libertà individuali, dei diritti civili, della libertà di iniziativa economica, delle garanzie giuridiche e giudiziarie, esperimento che, se riuscito, consentirà la realizzazione del consapevole disegno di liquidazione della democrazia liberale ideato dal comico Beppe Grillo, dal visionario Gianroberto Casaleggio, e, in versione filorussa, dal Capitano Salvini e dai suoi economisti da burletta.

Se il governo è la tragedia, l’opposizione è la farsa.

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3 Responses

  1. Davide

    Buffo non rendersi conto come i primi nemici dei “diritti civili” e della libertà individuale siano proprio i suoi alleati, ad esempio con gli attacchi indegni alla libertà di espressione e di pensiero con la “task force”.
    La visione è sempre la solita: il popolo è “gregge” e deve essere comandato; il legno storto deve essere raddrizzato. Dallo stato o dagli “esperti”, poco cambia.
    Devo dirle che è molto triste vedere come è ridotto il suo sparuto gruppetto di ex liberali.
    Molto.
    Ma probabilmente è anche questa colpa dei russi.

  2. Luisa

    Non si contesta tanto la misura di distanziamento sociale, quanto il fatto che sia la sola misura imposta è realizzata
    Mi sembra di capire che in altre nazioni il contenimento del contagio è stato molto più efficace affiancando a quello altre misure quali lo screening diffuso con i tamponi o almeno la misurazione della temperatura
    Isolare veramente i positivi sarebbe stato se non maggiormente di sicuro egualmente utile .
    Inoltre riflettiamo sul fatto che il maggior numero delle vittime si registra fra gli ospiti delle case di riposo…forse loro sono usciti per andare nei locali affollati della Movida???

  3. Luisa

    Sono d’accordo con quanto esposto
    Penso che le misure di contenimento sociale rischino di essere poco efficaci se non accompagnate da un piano di prevenzione: tamponi, misurazione della temperatura…che permettono di isolare veramente i contagiati

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