9
Set
2019

Il Venezuela non sorride

di Paolo Squillaci

Cercate, se vi riesce, un ritratto ufficiale in cui Stalin non sorride, o almeno non abbia la faccia calma e placida, quella del vecchio zio che da piccolo ti portava in campagna a cercare le castagne. Se avete tempo e voglia di rivincita, fate la stessa cosa anche con Kim Il-sung e discendenti, Pol Pot, Mao, Ho Chi Minh, Fidel e gli altri simpaticoni che saltano alla mente. Mentre i dittatori di destra hanno storicamente la tendenza ad apparire marziali, quelli di sinistra di solito cercano di sembrare buoni e paciosi. Ricordate il manifesto in cui Stalin solleva allegro un bambino piccolo, anche lui al settimo cielo? Cose del genere. E questa è praticamente tutta la differenza tra un despota di sinistra e uno di destra.

Tutti i dittatori, come notava sagacemente Von Hayek, in fondo sono socialisti. A maggior ragione quelli che dicono di esserlo, e se ne vantano. Tipo? Tipo un certo Maduro. Ma se uno dovesse basarsi solo su i telegiornali e gli articoli di buona parte della stampa, direbbe solo una frase: “Ma no, Maduro non è un dittatore”. Più dittatore sembra, per esempio, Jair Bolsonaro del Brasile, che di recente è salito agli onori della cronaca per alcuni aspetti abbastanza curiosi della sua gestione degli incendi dell’Amazzonia brasiliana. C’è un tag per qualsiasi cosa, e dunque il nuovo #PrayForAmazonas da qualche giorno si staglia minaccioso contro il presidente eletto del Brasile; inutile dirlo, il cattivone è di destra. Non certo di destra liberale, ma si dichiara conservatore.

Ebbene, un altro signore che comanda giusto vicino a lui, Evo Morales, socialistissimo, il 9 luglio ha permesso l’incendio di una zona di circa 800mila ettari di foresta pluviale in sedici giorni (decreto n° 3973). E nessuno gli ha detto niente. Anche perché una fondazione ambientalista boliviana gli contesta la distruzione, in tredici anni, di sette milioni di ettari di Amazonas, per sostituire gli alberelli con torri di estrazione.

Di più: Maduro, il baffuto Maduro che per un certo partito (pardon, MoVimento…) non è così tanto cattivo come lo dipingono i media, solo in questo 2019 ha dovuto registrare, nel suo tratto di Foresta Amazzonica (meno dell’11% della superficie totale) oltre 26mila incendi; per sostenere el pueblo unito, il governo chiude volentieri un occhio sull’attività mineraria illegale. Sicuramente, i funzionari del partito che permettono queste cose non lo fanno per mazzette e regalie, ma nel superiore interesse del Venezuela e del popolo venezuelano. Come sono nell’interesse del popolo venezuelano le FAEN, le squadre della morte che ricordano agli anti-chavisti che la libertà di pensiero e di parola è una bella cosa, ma campare a lungo è anche meglio.

Come lo è accusare il presidente colombiano di “aggredire con minacce il territorio venezuelano”, salvo poi ospitare i guerriglieri delle FARC e, in questi ultimi giorni, portare le postazioni sul confine tra i due paesi al livello di allerta arancione.

Come lo è l’emergenza energetica nazionale, proclamata nel 2010, affrontata con l’unificazione e nazionalizzazione delle nove compagnie elettriche venezuelane e da allora mai conclusa, che sa tanto di presa in giro nel paese con più riserve di petrolio al mondo.

Come lo sono i CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), il programma statale di distribuzione di generi alimentari, dove a mangiarci sono i grand-commis (vedi Alex Nain Saab Mora), non la gente comune, che della razione di cereali, latte, riso e prodotti in scatola adesso vede solo le briciole. Considerando che nel 2013 Maduro è stato premiato dalla FAO per la lotta contro la fame nel suo paese, è quasi un obbligo chiedersi con che razza di criteri vengano dati quei premi, visto che i CLAP sono di fatto uno strumento di controllo sociale bello e buono.

Chiediamocelo tutti insieme: perché alcuni dittatori, in Occidente, non sembrano dittatori, e altri sì? Perché alcuni sembrano la signorina Trinciabue di Matilda 6 mitica, e altri al massimo vengono ritratti come la signorina Rottermeier, un poco antipatici ma fondamentalmente benintenzionati?

La differenza è il colore della casacca: nero non va bene, rosso… sì, dai, in fondo un socialista è uno che lotta per i diritti del popolo. Anche se uccide, affama, sbatte in carcere senza processo, tortura e diffonde corruzione e inefficienza. Anche se, davvero, rossi o neri cambia molto poco, perché in fondo (neanche tanto in fondo) sono tutti nemici della libertà.

Prendete lo straordinario saggio di Daniel Yergin sul petrolio, Il premio. Vi si legge questa frase: “La tirannica dittatura del generale Gomez in Venezuela era terminata nel 1935, nell’unica possibilità che rimane quando tutto il resto ha fallito: la morte del dittatore. Gomez aveva lasciato un ostato di estremo disordine; aveva trattato il paese come proprietà personale esclusiva, un’azienda agricola gestita per arricchirsi. Gran parte della popolazione era rimasta povera”. Sostituite “generale Gomez” con “Nicolas Maduro”: c’è davvero tutta questa differenza?

Posso già dirvelo: nei ritratti ufficiali, il generale Gomez non sorrideva mai.

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