6
Ago
2019

Ecco come funzionano i dazi di Trump

il deficit aumenta e gli americani sono i primi a pagare

Nel corso di questi ultimi giorni si è tornati prepotentemente a parlare di dazi e di “guerra commerciale” tra gli Stati Uniti e la Cina. La Cina è però solo la “preda” principale delle politiche commerciali schizofreniche promosse dal Presidente americano. 


Da gennaio 2018 ad oggi, tra una minaccia e l’altra, l’Amministrazione Trump ha imposto dazi su una vasta gamma di beni. Il tutto iniziò il 23 gennaio quando i media statunitensi riportarono la notizia dell’introduzione di dazi su pannelli solari e lavatrici. Il 1 marzo 2018 fu il turno dei dazi su alluminio e acciaio. Il 23 marzo 2018, invece, iniziò ufficialmente la “guerra” contro il surplus commerciale cinese. 

Dopo ormai 18 mesi di dazi, è tempo di tirare le prime somme. In particolare è giunto il momento di effettuare un fact-checking sulle continue dichiarazioni e promesse di Trump. Nello specifico, sono tre i punti su cui vorrei soffermarmi. 

Prima di tutto, come già scritto in un recente articolo, la famosa promessa elettorale di ridurre il deficit commerciale americano non si è, fino ad ora, realizzata. Nonostante i numerosi dazi imposti su beni equivalenti ad un valore di centinaia di miliardi di dollari; le continue minaccie (ultima in ordine cronologico quella riguardante i dazi nei confronti del settore automobilistico europeo nel caso in cui le negoziazioni attuali con la Commissione Europea dovessero fallire o subito un rallentamento); la decisione di abbandonare immediatamente il tavolo dei negoziati TPP e TTIP; la realizzazione di un “NAFTA 2.0” più protezionista dell’accordo precedente ed il timido rinnovo dell’accordo commerciale con la Corea del Sud; il deficit commercial americano è in costante aumento. Tra gennaio e giugno 2019 il deficit commerciale americano di beni e servizi si è attestato a $316 miliardi di dollari contro i $293 miliardi dello stesso periodo del 2018 ed i $273 miliardi del gennaio-giugno 2017. 

Secondariamente, il gettito doganale raccolto è relativamente basso e mostra come la realtà sia molto più complessa di quella spesso raccontata via twitter dal Presidente Americano. Prendiamo come esempio il gettito raccolto dalla U.S. Customs and Border Protection (in italiano, Dogana e Polizia di Frontiera degli Stati Uniti; abbreviato in CBP) grazie ai dazi imposti sulle merci importante dalla Cina. Stando ai dati della CBP, tra il 6 luglio 2018 (giorno in cui la Casa Bianca ha iniziato ad imporre i dazi nei confronti della Cina in base alla così detta “Sezione 301”) ed il 24 luglio 2019, gli Stati Uniti hanno ricavato poco più di $22 miliardi di dollari da quelle aziende americane che importano beni dalla Cina. 

Questa cifra, che può sembrare alta, è in realtà una somma molto ridotta poiché non solo rappresenta, più o meno, lo 0,1% dell’intera economia statunitense, ma risulta essere inferiore anche rispetto ai circa $28 miliardi di dollari di sussidi che l’Amministrazione Trump ha promesso (e iniziato a far recapitare) agli agricoltori americani, colpiti dagli effetti negativi della “guerra commerciale” con la Cina stessa. Ecco qui il risultato per le imprese ed i cittadini americani: tasse più alte (i dazi sono semplicemente un tassa sulle importazioni) e maggiori sussidi ad una categoria, come quella degli agricoltori, già ampiamente protetta dal governo statunitense. 

Infine, è giusto raccontare anche di alcuni dei costi più generali delle politiche protezioniste volute dall’Amministrazione Trump.

Dazi più elevati sulle importazioni di prodotti cinesi e di altro tipo hanno aumentato i costi di produzione di decine di migliaia di aziende americane, grandi e piccole. Uno degli esempi migliori è dato da Caterpillar, famosa azienda metalmeccanica statunitense, che ha visto i propri costi di produzione aumentare di $70 milioni nell’ultimo trimestre e prevedere ora di dover pagare tra i $250 ed i $350 milioni di dazi quest’anno. Come riporta anche Reuters, Caterpillar ha deciso di rispondere a questi costi aumentando i prezzi sui consumatori. Walmart, storica multinazionale statunitense, proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio, si trova in una situazione simile e a maggio 2019 ha comunicato che i suoi consumatori inizieranno presto ad assorbire il costo dei dazi imposti contro la Cina. 

Un rapporto del Servizio di ricerca del Congresso pubblicato nel febbraio 2019 ha rilevato che i dazi imposti da Trump alle importazioni globali di lavatrici hanno aumentato i prezzi di quest’ultime del 12% rispetto a gennaio 2018, prima che le tariffe entrassero in vigore. Al tempo stesso, secondo uno studio del Peterson Institute for International Economics, le tariffe globali sulle importazioni di acciaio e alluminio hanno aumentato il prezzo dei prodotti siderurgici di circa il 9% rispetto all’anno scorso, aumentando i costi dell’acciaio di oltre $5,6 miliardi di dollari. 

Oltre a tutto questo, uno studio pubblicato pochi mesi fa della Federal Reserve di New York e delle prestigiose Princeton University e Columbia University evidenzia come i dazi commerciali imposti dall’Amministrazione Trump nel corso del 2018 sono costati all’economia statunitense oltre $19 miliardi. Visto l’inasprimento di queste politiche commerciali è facile prevedere che i costi per il 2019 saranno molto più elevati. Secondo il modello econometrico sviluppo dal Tax Foundation Center, i dazi imposti dall’amministrazione Trump riducono la crescita reale del pil a lungo termine dello 0,20%, i salari dello 0,13% ed eliminano l’equivalente di oltre 155 mila posti di lavoro a tempo pieno. Il tutto in attesa dell’introduzione di altre misure protezioniste. 

Ecco dunque come funzionano i dazi. Se da un lato queste specifiche politiche commerciali colpiscono indirettamente anche i partner commerciali; dall’altro i principali perdenti sono proprio le imprese, i consumatori e l’intera economia americana.

You may also like

Il mercato della sanità in Cina
Viva la libertà
L’immotivata paura del dragone
La nuova Via della Seta, dalla Cina alla Sicilia?

Leave a Reply