21
Giu
2019

Il mercato della sanità in Cina

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Francesco D’Ignazio.

In Cina il sistema sanitario è in costante sviluppo ed è divenuto nel 2013 il secondo al mondo con un valore di 853 miliardi di dollari sommando spesa pubblica e privata. Nonostante ciò rimane ancora arretrato rispetto a quello dei principali paesi industrializzati, con la spesa sanitaria che costituisce soltanto il 6% del Pil, contro il 17% degli Stati Uniti e l’11% di Francia e Germania.

Tuttavia, alcuni fenomeni demografici e sociali fanno pensare che in Cina si farà un sempre maggior ricorso alle cure sanitarie: ad esempio, a causa del continuo invecchiamento della popolazione, combinato allo scarso tasso di fertilità delle donne, e ai numerosi casi di cancro (2.2 milioni di decessi all’anno) e ad altri problemi quali l’obesità, che colpisce l’11.9% della popolazione.

Il governo si sta quindi impegnando attraverso vari accordi a incentivare lo sviluppo e la ricerca avanzata collaborando con altri paesi fra cui l’Italia, nonché a migliorare aspetti gestionali come la distribuzione di beni e servizi e la fatturazione dei dispositivi medici per poter agevolare il paziente nelle tempistiche e nei costi.

Lo sviluppo del settore sanitario cinese negli ultimi decenni è stato ovviamente legato a doppio filo con la transizione del paese da un’economia pianificata a un modello ibrido di capitalismo di Stato che possiamo osservare oggi, ben descritto dal libro di Ronald Coase e Ning Wang Come la Cina è diventata un paese capitalista.

Con la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, viene infatti istituito un modello sanitario strutturato sulla base di quello Sovietico: con uno Stato proprietario di tutte le strutture e che fornisce i servizi sanitari. Questo sistema ha avuto almeno il merito di aver permesso, soprattutto alle comunità rurali, l’accesso ai servizi sanitari di base.

Le riforme economiche del periodo di Deng Xiaoping portano ad una graduale riduzione dell’intervento dello Stato, avviando il paese verso un nuovo modello che ingloba elementi di mercato, anche nel settore sanitario. Lo Stato rimane proprietario degli ospedali, ma smette di gestire le organizzazioni sanitarie che iniziano quindi a operare come entità for-profit all’interno di un mercato. Molti professionisti divengono imprenditori privati.

Come accaduto in altre industrie, anche nella sanità nasce una classe di imprenditori il cui rapporto con lo Stato rimane ambiguo, con vari gradi di ingerenza del governo nella conduzione delle strutture da loro gestite.

In questa fase di transizione, con lo Stato che non fornisce più una copertura universale e con le compagnie assicurative private cinesi ancora sottodimensionate per fa fronte alla domanda dell’intero paese, solo il 49% della popolazione delle città e il 7% della popolazione rurale, nel 1999, godeva di una qualche forma di copertura.

Così, già verso la fine deli anni ‘90, e soprattutto dopo l’epidemia di SARS del 2003, il governo si è impegnato ad attuare una serie di riforme della sanità con l’obbiettivo di arrivare a garantire l’accesso alle cure a tutte le fasce di popolazione.
Sono stati così istituiti tre schemi governativi di assicurazione sanitaria: l’Urban Employees’ Basic Medical Insurance System (UEBMI), creato nel 1998 con l’obbiettivo di re-instaurare un sistema di assicurazione sanitaria nelle zone urbane. L’UEBMI è finanziato con i premi pagati sia dai datori di lavoro, sia dai dipendenti. Il governo ha raccomandato che il contributo pagato dai datori di lavoro sia il 6% del salario del dipendente e che il contributo del dipendente sia il 2%. Nel 2007 è stato poi lanciato il Basic Medical Insurance for Urban Residents (URBMI) che mira a dare copertura a quelle fasce della popolazione urbana escluse dal UEBMI, soprattutto studenti, ma anche alcune categorie di disoccupati. Infine, istituita nel 2003, la New Rural Cooperative Medical Insurance (NRCM), sovvenzionata dai governi locali e dagli assicurati stessi, fornisce una copertura agli abitanti delle aree rurali per tutti i tipi di spese mediche.

Il settore della sanità è così diventato sempre più fortemente integrato nel processo di riforma dell’economia del paese: programmi come il Made in China 2025, Healthy China 2030 e il piano d’azione economica per il triennio 2019-2021 stabiliscono specifici target da raggiungere soprattutto nel settore farmaceutico, per esempio aumentando del 50% l’utilizzo di medical device, ed arrivando a produrre a livello domestico il 40% dei materiali dei componenti di tali medical device entro il 2020, ed il 70% entro il 2025.

Essendo inquadrata nell’ambito di più generali riforme dell’economia, anche la sanità presenterà caratteristiche tipiche del modello di sviluppo economico cinese. Un esempio è la creazione di distretti industriali, ne verranno istituiti 67 in tutto il paese, specializzati in Biotech e Medical Device, al fine di velocizzare lo sviluppo del settore.

Considerate le dimensioni dell’industria e il continuo incremento della domanda di servizi medici dovuti anche all’esponenziale invecchiamento della popolazione, le opportunità di investimento per gli operatori italiani del settore sono considerevoli, come è stato messo in risalto in occasione del seminario “China’s Healthcare market: challenges and opportunities for Italian companies” organizzato dall’IBL il 13 giugno 2019. Per cogliere al meglio queste opportunità, gli operatori devono tenere conto delle peculiari caratteristiche del mercato cinese, che richiede spesso il supporto di società specializzate e l’avvio di partnership con operatori locali.

(Ha collaborato alla realizzazione dell’articolo Bianca Benatti)

You may also like

Viva la libertà
L’immotivata paura del dragone
La nuova Via della Seta, dalla Cina alla Sicilia?
La guerra (commerciale) di Donald Trump

Leave a Reply