15
Apr
2019

L’immotivata paura del dragone

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Cosimo Melella

Si riconosce il consumatore seriale da social network dal bisogno spasmodico di buttare un occhio sulle notizie del giorno e dalla necessità di commentarle pubblicamente per rendere edotte le masse del cyberspace della propria opinione. Ultimamente, ha destato parecchio rumore nell’interlink, portando ad un numero considerevole di post e articoli, la firma del memorandum tra il governo italiano e Pechino o gli incontri tra alcuni leader europei e il presidente cinese Xi Jinping, eventi percepiti dai più come l’imminente invasione del mercato nostrano e dell’UE da parte della Cina.
A certa retorica politica, fatta di immigrazione di massa incontrollata, una parte importante del ceto intellettuale oppone un’altra invasione: l’invasione del dragone cinese. Non importa quanto sia strutturata e complessa – apparentemente – la narrativa che la caratterizza: che venga dall’Asia oppure dall’Africa, l’invasione dell’Occidente è, ormai, prossima. Sembra si tratti, quasi, di una legge deterministica che voglia accentuare l’urgenza del nemico e che si impiega all’occorrenza per sostenere quell’ethos necessario che serve a delimitare il lebensraum che distanzia noi da loro. E, parafrasando Gaber, se non oggi o, forse, domani, sicuramente la nuova orda di Unni arriverà dopodomani, finanche alle porte della Città Eterna. E non basterà un Papa questa volta a salvarla.
Effettuando, però, una lucida indagine retrospettiva, una mente attenta non potrà negare che solo in Occidente la società ha raggiunto uno stadio unico di sviluppo dall’inizio dei tempi. Questo perché la civiltà Occidentale – a differenza della Civiltà Confuciana – ha saputo dotarsi nei secoli di competizione, generata dalla natura decentralizzata della vita politica ed economica (attraverso la liberazione delle forze del mercato), dell’istituto giuridico della proprietà privata e, conseguentemente, di una prolifica ricerca scientifica e medica che ha, persino, consentito un poderoso allungamento della vita media dell’individuo.
Ed in Cina, al momento, non sembra stia accadendo qualcosa di diverso negli ultimi anni. Anzi, l’attuale status quo dimostra, in assoluta contrapposizione a ciò che si legge nei testi scritti da Max Weber, che un’economia di mercato rigogliosa può mettere radici e fiorire anche in una società non occidentale. Infatti, con la morte di Mao nel 1976 il governo cinese ha deciso di abbandonare la lotta di classe, ritenuta imperfetta e dannosa, e di sposare la modernizzazione come approccio alternativo per far risaltare la superiorità del proprio Paese.
L’amara delusione nei confronti del disastroso esperimento di Mao aveva, infatti, dotato i vertici del Partito Comunista Cinese di un certo pragmatismo. Tutto ciò sta conducendo, se pur con numerosi limiti intrinseci a causa della natura ancora assai pervasiva e centralizzata dello Stato, ad un’economia piuttosto vivace e traboccante di forze di mercato.
Ad oggi, tuttavia, sotto la potente e tutt’altro che invisibile mano del Partito, l’emergente economia di mercato del Paese viene spesso considerata di diversa conformazione, non semplicemente differente ma addirittura nemica dell’ordine del mercato Occidentale. È fattuale che l’economia del mercato cinese sia diversa da quella di qualsiasi altro modello occidentale – e ciò è dovuto a numerose caratteristiche distintive della Cina e del fatto che, indubbiamente, ci si trovi di fronte a formanti culturali differenti da quelli occidentali – ma l’accusa che il dragone costituisca una minaccia per il mercato globale è basata più sulla paura, conseguente alla capacità del Moloch Orientale di apprendere dai diversi modelli di corporate dell’Ovest, e sul malinteso che non sulla logica.
Indubbiamente, la trasformazione della Cina ha aperto orizzonti nuovi alla globalizzazione. Il colosso cinese, infatti, contribuisce allo sviluppo di numerose nazioni dell’Asia centrale e sudorientale, dell’America Latina e dell’Africa, le cui economie sono sempre più integrate nel mercato dell’Est. Questo conduce ad una preponderante svolta nella dinamica dei vantaggi comparati fra nazioni. Inoltre, a seguito delle crisi che hanno travolto USA e UE, è diventato un pilastro emergente dell’economia internazionale, rompendo il primato monolitico dell’Occidente e rafforzando l’integrazione dei mercati globali, aggiungendo un’innegabile diversità culturale.
Laddove il dragone ruggisce l’Occidente è oggi in affanno. Le liberaldemocrazie hanno rotto il patto tra generazioni, scaricando sui propri figli e nipoti un debito pubblico dall’ampiezza incommensurabile. Un controllo asfissiante dei commerci e degli affari con l’imposizione di dazi e nuove guerre commerciali ha sostituto la complessità alla semplificazione. I parlamenti sono diventati apparati bulimici di norme e regolamenti. Infine, la libera iniziativa privata un tempo vivace e particolarmente produttiva, si è infiacchita, rendendo gli individui sospettosi, se non timorosi, nei confronti del diverso – ecco spiegata questa incessante paura dell’invasione dei tartari, poco importa se sia da Sud o da Ovest – e incapaci di rilanciare le proprie economie.
A quanti propongono policy volte a sbarrare la strada alle imprese asiatiche è opportuno ricordare che quando vengono meno le barriere che tengono divisi due paesi ne consegue un avvicinamento tra due culture che iniziano ad integrarsi. Sul piano del diritti, inoltre, vi è un rapporto molto netto tra lo sviluppo delle relazioni economiche e l’instaurazione di una società retta dal rule of law. E, così come la Grecia conquistata dai Romani, conquistò il selvaggio – traducendo la nota frase oraziana – non resta che attendere e capire se le élite dei Paesi Occidentali riusciranno a superare questa paura immotivata nei confronti del dragone cinese e se da una maggiore integrazione tra il mercato asiatico e quello occidentale si possa definitivamente smentire ogni previsione del secolo a crescita zero.

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