22
Gen
2019

Élite, meritocrazia e sviluppo economico

di Lorenzo Ieva, Magistrato TAR e dottore di ricerca in diritto dell’economia.

Poche righe, per consentirmi di intervenire nel dibattito pubblico sulla importanza delle élite nel governo di una società moderna, aperta, evoluta e competitiva, nel mondo globalizzato ed interconnesso del XXI sec.

In ogni tempo, che piaccia o meno, qualsiasi società, anche quella democratica, non può fare a meno di persone di elevata caratura professionale. Nel pensiero Occidentale, fin da Platone e Aristotele, per passare attraverso Macchiavelli, al liberalismo classico (Stuart Mill), ed infine agli inizi del Novecento con Schumpeter e Pareto, è dimostrato – come ho raccontato nel mio ultimo libro uscito lo scorso dicembre ed intitolato “Fondamenti di meritocrazia – che qualsiasi comunità progredita abbia la necessità di poter contare, nella politica, nell’economia e nell’amministrazione pubblica, su uomini di talento e di ingegno, culturalmente preparati, i quali sappiano interpretare le sfide del futuro, senza alcuna autoreferenzialità, mettendo a disposizione di tutti il proprio sapere.

Questo, perché è appunto il sapere la fucina delle idee, delle innovazioni, delle scoperte, della realizzazione di nuovi prodotti e modelli e, in poche parole, dell’elabora-zione delle soluzioni giuste ai problemi complessi nel mondo d’oggi.

E’ deve esser dato ai migliori tutto lo spazio che meritano per produrre, garantiti dalla legge e dalla giustizia, che tuteli la proprietà e il contratto, contro chi vuole usurparne la libertà di fare, violando i diritti conquistati con laborioso impegno. La res publica, con i propri uffici, deve accompagnare l’iniziativa privata, dando con efficienza i servizi complementari che necessitano, senza costi (e tasse) esorbitanti.

La questione è in fondo molto semplice: per poter assicurare lo sviluppo economico in un qualsiasi Paese è necessario affidarsi a donne e uomini preparati, non a lacché, o a mediocri, né tantomeno ad incompetenti. Ed è solo la cultura e la formazione, tramite l’investimento nella scuola e nella ricerca, a poter rappresentare la chiave di volta per l’uscita da uno stato di stagnazione, se non di recessione. Tutto ciò ovviamente comporta che vengano messi da parte gli inadeguati, per lasciar spazio agli adeguati per i compiti di direzione suprema di imprese ed amministrazioni.

Termino, ricordando il pensiero di Alexis de Tocqueville: “Istruire la democrazia, ravvivare, se possibile, le idee, purificare i costumi, regolarne i movimenti, sostituire a poco a poco la scienza dei pubblici affari all’inesperienza, la conoscenza dei suoi reali interessi al cieco istinto, adattare il suo governo ai tempi e ai luoghi, modificarlo secondo le circostanze e gli uomini: questo è il primo dovere imposto ai nostri giorni a coloro che dirigono la società”.

Eppur, da troppi anni ormai, di un simile pensiero, siamo dimentichi …

You may also like

Giurisprudenza ed inferno fiscale—di Francesco Bencivenga
Viareggio-Fs. Tesi impopolare: non mi piace ciò che la stessa Cassazione considera “giustizia preventiva”
Il Mon(App)olio di Google? E’ il mercato, bellezza!—di Luca Minola
Storia di un locale sfitto causa burocrazia–di Michele Pisano

5 Responses

  1. Tenerone Dolcissimo

    Bravo dottor Ieva, ma perché questi discorsi non li fa ai suoi colleghi che, con le loro sentenze, consentono rapide carriere a signorine molto legate a dirigenti di azienda???? E parlo di aziende pubbliche.
    Se vuole le faccio io una bella relazione su come si formano in Italia le élite grazie alla giurisprudenza di certi magistrati che neanche si sentono in dovere di ascoltare i testimoni.
    Spero in una sua risposta e che anche lei non scappi come un coniglio

  2. Davide K

    E se il problema degli ultimi decenni, nel mondo occidentale e soprattutto in Italia, fosse precisamente l’inadeguatezza delle “elite” ed il loro crescente potere?
    Il punto non è che serve gente in gamba, che è un’ovvietà, quanto chi e come deve avere potere e comandare.
    La risposta liberale è nota, e si basa sulla limitazione del potere.
    Che è un altro modo per dire che dalle “elite” autoproclamatesi tali, che pretendono di dirigere la vita degli altri, abbiamo decisamente più danno che beneficio.
    Da notare che di meritocrazia si parla spesso a sproposito: meritocrazia non è fare un concorso pubblico per scegliere il faraone migliore.
    Meritrocrazia vuol dire, al contrario, guadagnare consenso e potere sul mercato, cioè sulla base di quanto gli altri lo riconoscano spontaneamente. Abolendo quindi i faraoni pubblici.
    Cultura e formazione? Certamente, ma quale? Dalla “formazione” economica negli ultimi decenni abbiamo avuto un disastro keynesiano dietro l’altro.
    Perchè non prendiamoci in giro: nelle università e nei posti che contano comandano loro.
    Sarebbero questi gli “adeguati”?
    Giova ricordare che gli USA sono nati e si sono sviluppati precisamente buttando a mare, insieme alle casse di tè, le idee delle “elite” e degli “adeguati”.
    E giova ricordare come Nozick stesso, da Harvard, si fosse reso conto di come gli “intellettuali” fossero nemici del capitalismo, del libero mercato.
    “Elite” di “cultura” ma con le idee sbagliate.
    Oggi più che mai, gli pseudoesperti che infestano le università ed i media hanno idee errate, controproducenti, ed è di primaria importanza tornare alla “sovranità individuale”.
    Liberandosi della tutela dei presunti “esperti”. Non per avere altri faraoni ignoranti, evidentemente.
    Ma la critica delle “elite” passa necessariamente dai loro drammatici fallimenti, scaricati su tutti, specie in campo economico; passa dalla critica al collettivismo. O pensiamo che i totalitarismi mettessero a capo i più ignoranti ed i meno capaci? Molto spesso era proprio il contrario.
    Per citare Tocqueville, sono proprio le “elite” paternalistiche che, nel migliore dei casi, stanno soffocando ed uccidendo l’uomo libero occidentale, come da lui previsto quasi due secoli fa:
    “Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima.”
    “Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. E’ assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.”
    “Il potere non spezza, ma ammollisce, piega e dirige le volontà; non distrugge, non tiranneggia, ma ostacola, comprime, snerva, spegne, inebetisce tutti gli uomini, riducendoli come un branco di animali timidi e laboriosi, di cui lo Stato è il pastore.”

  3. Domenico

    Non ho capito se Lorenzo Ieva sia o voglia diventare fautore di una teoria della razza superiore di cui egli ritiene far parte. L’analisi zoppicante dimostra che i suoi strumenti culturali non sono molto solidi.

Leave a Reply