3
Dic
2018

I ”gilet gialli” sono come alcuni tipi di pompelmo, gialli fuori ma rossi dentro

Uno dei famosi aforismi del “Divo Giulio” è certamente quello legato all’ideologia del partito dei Verdi. Come spiegava Giulio Andreotti, i Verdi sono come i cocomeri, verdi fuori ma rossi dentro. Questo detto, ormai celeberrimo, può essere benissimo riadattato all’attuale movimento dei “gilet gialli” che sta paralizzando la Francia da ormai tre settimane.

Nato come movimento di protesta a seguito di una petizione pubblicata nel maggio 2018, il movimento dei “gilet gialli” è entrato in azione per la prima volta sabato 17 novembre. Nel corso di questi ultimi weekend il movimento si è contraddistinto per gli scontri con la polizia, le macchine bruciate (molto spesso macchine di lusso) e devastazioni varie.

Lo scopo primario del movimento era quello di manifestare contro l’aumento del carburante voluto dal Presidente Emmanuel Macron, il quale non ha alcuna intenzione di fare retromarcia sulle sue decisioni in ambito ambientale. Nonostante questa chiara e condivisibile presa di posizione iniziale, il movimento ha però presto allargato i propri orizzonti e si è immediatamente trasformato in una grossa ondata di malcontento generale, insoddisfazione cavalcata politicamente sia dal “Front National” di Marine Le Pen che dalla “France Insoumise” di Jean-Luc Melenchon.

Non sorprende dunque il fatto che giovedì 29 novembre, all’alba del loro terzo weekend di proteste, i “gilet gialli” abbiano ufficialmente comunicato ai media e ai membri del parlamento francesi le loro “42 richieste”. Queste richieste vanno ben oltre le dimissioni di Macron e il caro benzina (e diesel). La battaglia originaria si è così allargata a rivendicazioni più generali riguardanti il potere d’acquisto, una tassazione più elevata sui ricchi, la fine dell’austerità e della delocalizzazione delle imprese francesi, l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni, i salari mensili (minimo netto mensile di €1.300 e massimo di €15.000), la ri-nazionalizzazione del settore energetico francese e tanto altro.

Pur comprendendo le ragioni iniziali della protesta e la rabbia di molte di queste persone, le richieste avanzate dai “gilet gialli” rischiano semplicemente di danneggiare quegli strati sociali di cui il movimento ha deciso di farsi carico. La ricetta “più Stato, più tasse per i ricchi, più spese, più protezionismo” non è la soluzione ai problemi attuali della Francia, ma al contrario è parte centrale del problema.

Stando ai dati dell’OCSE, la spesa generale dello Stato francese nel 2017 è stata pari al 56,5% del Pil, la più alta tra i paesi appartenenti a questa organizzazione. La Francia, inoltre, è il paese europeo con il carico fiscale più alto tra i paesi aderenti all’Unione Europea. Secondo i dati riportati dall’Institut Economique Molinari in collaborazione con Ernst & Young, questo carico fiscale è pari al 56,7%. Ciò significa, come riporta lo studio, che per ogni euro dato al proprio dipendente, il datore di lavoro medio francese deve spendere oltre 2,16 euro in tasse. Per fare un paragone, in Italia questo stesso carico fiscale si assesta intorno al 51,55%, in Germania al 52,12%, in Spagna al 43,31%, nel Regno Unito al 35,08% e in Danimarca al 41,35%.

Oltre a questo, dopo Grecia (17,8% del pil) e Italia (16,5%), la Francia è il paese europeo che già spende maggiormente in pensioni (15% del pil). A tassare i “super ricchi” invece ci provò già Francois Holland nel 2012, che decise di imporre una tassa del 75% sui guadagni sopra il milione di euro. Questo esperimento terminò dopo poco tempo, proprio perché Hollande stesso capì che la misura non solo risultava essere inefficiente, ma non portava ad alcun effetto tangibile. Secondo alcune stime del ministero delle finanze, tra il 2013 e il 2014, lo Stato raccolse solo €420 milioni (una nullità), mentre il deficit aumentò vertiginosamente.
Infine, l’idea di obbligare i bravi imprenditori francesi a non poter più delocalizzare metterebbe migliaia di aziende transalpine in una posizione di netto svantaggio competitivo. Così facendo non solo si rischierebbe di vedere molte di queste stesse aziende entrare in crisi, ma si metterebbero a rischio decine di migliaia di posti di lavoro francesi.

Osservando i dati, si può quindi capire come le richieste dei “gilet gialli” rischino di minare ulteriormente la situazione francese, anziché migliorarla. Con una disoccupazione ancora intorno al 9% (e storicamente relativamente elevata), una crescita reale del pil che dal 2009 al 2018 ha fatto registrare una media dell’1% e un debito pubblico sempre più elevato, la vera rivoluzione gialla sarebbe quella di chiedere a gran voce una vera e propria riduzione delle spese, del deficit, del debito e delle imposte e di spingere il governo a liberalizzare, privatizzare e ridurre il proprio peso all’interno dell’economia nazionale.

Al contrario, il movimento dei “gilet gialli” ha deciso di rispolverare le solite vecchie idee socialiste che negli ultimi decenni hanno economicamente indebolito la Francia. Nonostante le buone ragioni iniziali che hanno portato il movimento a formarsi, il vecchio detto andreottiano sembra calzare proprio alla perfezione: i “gilet gialli” sono come alcuni tipi di pompelmo, gialli fuori e rossi dentro.

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1 Response

  1. Tenerone Dolcissimo

    Immagino che rigormontis aderirà immediatamente ai gilet gialli considerato che ha aumentato considerevolmente le tasse.
    Vero Caccavello???

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