2
Nov
2018

To be or not to be… Vogliamo vivere! La coscienza dei Parlamentari e degli Italiani

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Stefano Simonelli.

Diceva bene Amleto nel famoso monologo (ed E.Lubitsch nell’esilarante parodia del film sulla Polonia occupata dai nazisti e salvata da un gruppo di brillanti teatranti; il film forse più Shakespeariano di tutti):

Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, (gli anziani, i poveri, i disabili)
il torto dell’oppressore, l’ingiuria dell’uomo superbo, (il principio di autorità che svilisce carriere e stipendi)
gli spasimi dell’amore respinto e tradito, (parentesi personali e comuni)
il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche ufficiali e della burocrazia, (l’irresponsabilità del potere pubblico)
e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni (i giovani)

Tra manovre respinte univocamente da istituzioni autorevoli e/o indipendenti (UpB, FMI, Banca d’Italia, INPS, agenzie di rating, Confindustria, Assolombarda…ne ho forse dimenticato qualcuna? Ah si, l’Unione Europea che l’ha bocciata per una deviazione dagli accordi ritenuta “netta e anche rivendicata”), manine immaginarie e reali su cose autoscritte e autoritrattate nell’arco di un baleno, restiamo sospesi e sotto ostaggio ancora una volta noi Italiani e in particolar modo noi giovani italiani ancora a sperare che cambi qualcosa in questo Paese (per chi ancora qui risiede, possiede, investe, circola, ovvero è coinvolto ed è in gioco).

Indipendentemente dal cambiamento in buona fede voluto, vediamo tante vecchie ricette già provate e fallimentari in quanto padri della situazione attuale e proposte in dosi talmente irrealistiche da risultare nulle (o rimandate a domai).

Ne cito alcune, le più care (e tutte di spesa corrente ovviamente):1) il RdC come assistenza a chi desidera essere protagonista con un suo ruolo, vivendo con le sue qualità e non sopravvivendo di elemosina di Stato comunque temporanee o talmente limitanti da portare il ricevente come minimo alla depressione; 2) le pensioni anticipate a 62anni (con un taglio comunque del 20% degli assegni), dopo aver rimesso in piedi (con una Riforma e gli opportuni correttivi, quali sanatoria degli esodati, APE Sociale e aziendale…) un sistema previdenziale che rischiava il default e quindi di non pagare veramente più le pensioni future.

E sempre parafrasando Shakespeare nell’immortale monologo di Shylock del Mercante di Venezia:

Mi ha disprezzato e deriso un milione di volte;
ha riso delle mie perdite,
ha disprezzato i miei guadagni e deriso la mia nazione,
reso freddi i miei amici, infuocato i miei nemici.
E qual è il motivo? Sono un ebreo.
Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni,
non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano?
Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo?
E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?…

Sostituiamo liberamente alla parola ‘ebreo’ la parola ‘italiano’ e rivedremmo noi stessi Italiani nella vita di tutti i giorni e la risposta che gli Italiani hanno voluto dare a chi li Governa e ai cd ‘poteri forti’ (che forti non sono) il 4 marzo 2018.

Bene, come si esce ora dall’empasse tra promesse irrealizzabili e rimanere nell’Eurozona. Ovvero quali alternative migliori abbiamo a svalutazioni sovraniste ed euro patrimoniali da infrazione per deficit?? Soprattutto per dare risposte concrete a coloro i quali si vuole giustamente liberare dalla povertà e dalla emarginazione sociale.

Vi dico da libero pensatore politico, cattolico, una mia visione indipendente: una libera visione da chi è ora fuori (sospeso) da ogni ruolo per motivi personali, da chi ha cercato una rivoluzione veramente liberale e popolare in politica (e non l’ha ancora trovata, ma non demorde), ma soprattutto da chi non può passivamente assistere al decadimento personale, morale e materiale di noi e del nostro Paese. È anche la voce di chi si sta deprimendo nello sforzo di non vedere cambiare mai nulla per nessuno in meglio e di non vedere risolti i problemi di stagnazione secolare del Paese.

Nell’empasse attuale del Governo Gialloverde (tra mantenimento delle promesse elettorali e rispetto dei trattati UE) dicevamo restiamo ancora una volta ostaggio noi italiani, sospesi in una dicotomia tra potenziali svalutazioni sovraniste e potenziali euro patrimoniali (lo ammetto: non è una gran scelta). Uno scenario già sperimentato nel 2011, ma con esiti ancora incerti perché il focus è ora sull’Italia come già ampiamente detto che è pivotale per il destino dell’Eurozona.

E non si tratta neppure di ‘scegliere i vincitori, salvare i perdenti’, quanto piuttosto che noi giovani perdenti nella globalizzazione troviamo finalmente l’ascensore sociale per migliorare la nostra condizione, ovvero lavorare e vivere (e non un sussidio di Stato temporaneo per sopravvivere). E questo deve avvenire in un Paese, zavorrato dalla bassa crescita, da sempre sospeso tra banca di stato per i fallimenti (di mercato e non solo), privatizzazioni nei termini (ma non nelle condizioni economiche) ed incestuosi rapporti monopolistici pubblico-privati, sin dalla crisi del ’29 e dalla conseguente nascita dell’IRI (1933). Si diceva ‘il mercato ove possibile, lo Stato quando è necessario’: non c’è una lira, qui si rischia di non avere più neanche la funzione suppletiva dello Stato.

Siamo in una fase di grande confusione, ma dobbiamo riconoscere che molti dei nostri mali attuali sono sostanzialmente auto inflitti (ed il rischio di sistema non si verificherà perché veniamo giustamente fermati ampiamente prima). Una riflessione per dimostrare che i nostri mali sono auto inflitti: con una crescita del Pil all’1.5% (come nel 2017, quindi non vent’anni fa), una inflazione al 2% (target BCE a cui si tendeva grazie al QE), un avanzo primario del 2% (in linea col passato) ci avrebbe portato ad una virtuosa riduzione del rapporto debito/pil annuo di pari entità. Cosa significa? Che di sola inerzia, in poco più di un decennio, avremmo raggiunto livelli di solidità di finanza pubblica analoghi a quelli della Francia per poter intraprendere politiche fiscali espansive.

Quali? Avremmo avuto margini (e coperture) per manovre di shock della domanda che finalmente ci avrebbero portato ad una crescita reale del Pil superiore al costo medio del debito (e senza soccorsi esterni, quali il QE della BCE), in modo da raggiungere la competitività della Germania. Il focus della politica fiscale? Avrebbe puntato sugli investimenti privati, che hanno moltiplicatori di crescita superiori, perché frustati dalla produttività e dalla efficienza e non ‘spiazzati’ da quelli pubblici, che hanno minori costi del capitale, e quindi minori rendimenti.

Quali i soggetti beneficiari dei sopra citati sconti fiscali? Gli inefficienti monopolisti e le corporazioni, oppure le imprese dinamiche, il Mezzogiorno e la riqualificazione delle infrastrutture? I secondi ovviamente; e questo senza ricorrere a odiose misure di copertura ‘one-off’ dall’incerto esito quali i condoni e le sanatorie, ma con interventi ragionati di facile o nulla copertura (si pensi ai 30bn che gli adempimenti burocratici drenano alle nostre imprese ogni anno; o sbloccando finalmente i ca 25bn di investimenti stanziati dalla UE 2014-2020, rendendoli cantierabili).

Così facendo, finalmente un paese moderno e sicuro, cresceremmo non dell’1.5% (quando con questa manovra tutte le autorità indipendenti ci danno all’1% max, ovvero il 50% in meno), ma oltre il 2% stabilmente; superando di gran lunga la produttività italiana (inferiore all’1%) e quindi creando stabilmente posti di lavoro (e senza ricorso a misure assistenziali di dubbia efficacia oltre che sostanzialmente impraticabili; il balzo dello spread ci costerà già 6bn all’anno, quanto il reddito di cittadinanza al netto del REI e del potenziamento dei centri per l’impiego). Il rientro su livelli occupazionali in linea con i migliori livelli europei, dicevamo, sarebbero stata la logica conseguenza di questo percorso espansivo con un volano finale sui consumi. Gli Italiani invece ora risparmiano perché sono ancora una volta incerti sul futuro del Paese e dei loro figli, (oltre che sul destino dei loro soldi).

Sulla potenziale contro-riforma delle pensioni ricordiamoci che siamo, pur post la maggior spending review mai realizzata in Italia, la seconda spesa pensionistica OCSE in % del Pil dopo la Grecia: i 20bn stanziati per sanare gli esodati (12bn finora per 8 Salvaguardie), per garantire l’APE Sociale (2bn), per l’opzione donna e altre misure, sono stati probabilmente un correttivo più efficace, quanto piuttosto il gravare di ulteriori 140bn la spesa pensionistica nei prossimi 10anni il sistema per erogare anticipi pensionistici annui del 20% inferiori (molti ci penserebbero prima di aderire) o la tragica finzione di fare tutto e solo per un anno (spendendo comunque almeno 7bn).

Ricordiamocelo una volta per tutte che sono stati i giovani le vere vittime della crisi (e non i pensionati) e lo sarebbero nuovamente tramite più debito ed un’ulteriore riforma restrittiva (e quindi pensioni ancora più povere). Il ricambio generazionale e occupazionale va garantito dalla crescita.

Un’ulteriore notazione la vorrei dedicare ai dossier di salvataggio industriale: si pensi ad Alitalia o Atac per citare i più noti. Non converrebbe tirare una bella linea per determinare il buco finale tra attivi e passivi? E in seguito costituire una Badco pubblica che ricapitalizzi lo sbilancio e lo ripiani definitivamente tramite la vendita ai privati del servizio debt-free e l’incasso di royalties concessorie sugli asset dello stesso (che siano gli slot per Alitalia o il trasporto in monopolio naturale della rete romana per Atac)? In questo modo, si sanerebbe l’azienda romana con servizi migliori e si chiuderebbe la voragine di denaro pubblico una volta per tutte.

Chiedeteci di scegliervi, ma assumetevi le responsabilità di Governo e di direzione nel pubblico (come nel privato) con onestà intellettuale oltre che materiale. Non chiedete a terzi (alla BCE o all’oro della Patria) di essere ‘lender of last resort’ per farvi (e farci) da paracadute ora che il nostro rating è prossimo all’ultimo livello di viabilità per essere investibile con sicurezza ed essere garanzia di operazioni finanziarie fondamentali (non solo di copertura dal rischio tasso, ma per il sistema dei pagamenti interbancari, per le polizze vita..). Teniamo anche presente che in questo contesto, i livelli di sofferenza e le svalutazione dei titoli di stato detenuti dalle nostre banche, si ripercuoteranno in strette creditizie all’economia o potenziali richieste di ricapitalizzazione.

Rispettiamo semplicemente i patti sottoscritti, per poter appartenere a quel club che è garanzia stessa di quel debito (emesso e sottoscritto in massima parte da noi italiani) e che ci viene richiesto di risottoscrivere ogni anno di bilancio a copertura del deficit e dei rifinanziamenti in programma per oltre 300bn (su un monte cha ha superato i 2.300bn).

Siamo ancora in tempo per invertire la marcia e ripartire nella giusta direzione: dopotutto solo le premesse sono state poste.

La parola a chi deve decidere: la coscienza dei Parlamentari senza vincolo di mandato (vi do uno scoop: mi risulta che siamo ancora una Repubblica Parlamentare) e agli Italiani che eleggono il Parlamento.

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