12
Ott
2018

Il reddito di cittadinanza: la schiavitù del sussidio—di Cosimo Melella

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Cosimo Melella.

Con la nota al Def presentata alle Camere in questi giorni, saranno stanziati ben 10 miliardi di euro per il reddito di cittadinanza: 9 miliardi destinati al reddito e alla pensione di cittadinanza, 1 miliardo ai centri per l’impiego. Questa riforma, esibita dal governo come un traguardo importante per il welfare nostrano, è percepita in modo molto positivo dall’elettorato. La retorica su cui si fonda il provvedimento è lapidaria: tutti i cittadini in stato di difficoltà, al netto dei pensionati che riceveranno la pensione minima di cittadinanza di default, potranno rivolgersi allo Stato che erogherà loro una somma mensile, destinata alle spese necessarie per la sopravvivenza in cambio di lavori di pubblica utilità e fino all’inserimento nel mondo lavorativo.

Il reddito di cittadinanza non è certo una novità nel panorama legislativo continentale (come spiega Alberto Mingardi, parlando dell’esperimento olandese). S’ispira, proprio, all’Arbeitslosengeld II, vigente in Germania a partire dal 1 gennaio 2005. Si tratta di un sussidio sociale elargito a persone in cerca di lavoro o che hanno un reddito mensile molto basso e non è da confondere con il sussidio di disoccupazione in senso stretto.

L’Arbeitslosengeld II o Hartz IV è solo l’ultima di un insieme di proposte, conosciute come Piano Hartz, varate a partire dal 2002 dalla Commissione guidata da Peter Hartz (di cui tratta anche Giovanni Boggero nel suo paper), per rendere più efficiente il mercato del lavoro e per ridurre il numero dei disoccupati. Per l’ottenimento del sussidio sociale è necessario firmare un documento in cui si garantisce il proprio impegno nel cercare un nuovo lavoro e esporre la propria situazione familiare ed economica.

Qualche settimana successiva alla richiesta si riceve da un centro per l’impiego la comunicazione d’idoneità al sussidio. L’importo mensile assegnato dal centro ed accreditato sul proprio conto corrente tedesco varia da città a città ed a seconda del proprio stato familiare. L’accredito mensile sul conto, generalmente, comprende: i costi di affitto e delle utenze principali, l’assicurazione sanitaria, un somma a libera gestione del ricevente, spendibile per i beni di prima necessità. Finora, la proposta del Governo gialloverde risulta quasi totalmente aderente al modello tedesco.

Il centro per l’impiego assegna, poi, al sussidiato un tutor che ha il compito di seguirlo per tutto il periodo in cui si eroga il reddito. Questa figura lavorativa è stata istituita col compito di indirizzare ed inserire nel mercato del lavoro il disoccupato, valutando la formazione professione di quest’ultimo. Se, però, teoricamente la funzione del tutor ha nel provvedimento legislativo un ruolo preminente, nella realtà finisce per essere una figura vuota, incapace di guidare il proprio assistito nel mondo del lavoro. Più avanti si cercherà di spiegare quali effetti produce tutto ciò.

Dalla prima erogazione del reddito, per evitare che si trasformi in un disincentivo, si deve adempiere ad obblighi specifici nei confronti del centro. D’altronde, parafrasando l’attuale vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, che mira ad impostare un simile provvedimento anche a casa nostra, non si può certo stare ad oziare sul divano o passare le giornate al bar, men che meno in Germania, come facilmente si può immaginare. Infatti, per tutto il periodo in cui si riceve il sussidio, si è: obbligati a mostrare l’estratto conto degli ultimi mesi su richiesta del centro stesso; non ci si può assentare per alcuna ragione ai colloqui di lavoro proposti né ci si può allontanare, previo permesso dei dipendenti del centro dal comune di residenza, pena la riduzione improvvisa o la perdita definitiva del reddito.

Gli oneri proseguono, a partire dall’obbligo del certificato medico in caso di malattia, fino ad arrivare alla completa trasparenza sulle proprie buste paga nel caso in cui si abbia già un lavoro ed il reddito funga da integrazione. Si aggiungono, inoltre, alcuni lavori di pubblica utilità, part-time o full time, retribuiti da 1 a 3 euro l’ora che il sussidiato svolge a partire dal momento in cui percepisce il reddito, il cui guadagno si somma all’importo erogato dal centro per l’impiego. Ogni offerta di lavoro rifiutata comporta una riduzione del 30% del reddito percepito; al terzo rifiuto viene revocata anche l’assicurazione sanitaria. Ad un occhio attento dal provvedimento traspare una palese restrizione della libertà individuale che negli ultimi tempi ha riacceso in Germania il dibattito pubblico sul trade-off di questa misura di welfare.

Ad oltre 13 anni dall’emanazione di Hartz IV la disoccupazione in Germania è diminuita, assestandosi ad un tasso frizionale del 3,5% rispetto al 10,9% nostrano, dati dell’ultimo trimestre. L’abbattimento della disoccupazione, però, non è imputabile al solo piano Hartz per intero. Anzi, si registra un aumento nella partecipazione alla forza lavoro, poiché molti lavoratori disoccupati, non decidendo di registrarsi nei centri per l’impiego, finiscono per accettare tipi di lavori a bassissima specializzazione, in assenza di un salario minimo vincolato.

A detta di alcuni opinionisti la decisione di non registrarsi nei centri per l’impiego sarebbe stata indotta da esperienze tutt’altro che positive da aderenti al programma, che, vedendo le proprie vite controllate da funzionari pubblici e orientate alla rieducazione coercitiva, avrebbero sviluppato patologie depressive; a tutto ciò si somma anche l’incapacità dei tutor nel non riuscire a guidare proficuamente i propri assistiti in lavori conformi ai profili professionali di questi ultimi.

In Germania il dibattito sulla politica dura ed inumana nei confronti dei lavoratori disoccupati ad opera dei pubblici dipendenti è aperto e mai come ora scottante. Sorprendentemente non esiste, ancora, alcun lavoro accademico che provi a documentare gli effetti ad ampio spettro della riforma Hartz IV, come si sta cercando di affrontare in questo articolo.

Se da un lato questo pacchetto di riforme, tra le quali il sussidio sociale, ha inciso, in parte, nell’aumento del benessere, riportando nel mondo del lavoro persone anziane che sono state duramente colpite da processi tecnici specializzanti, dall’altro ha provocato atteggiamenti arbitrari e deplorevoli da parte della pubblica amministrazione ai danni di individui delle varie comunità: allo stress per i controlli frequenti e per le multe in cui si incorre in caso di irregolarità, si aggiunge la paura che in qualsiasi momento si possa essere privati del reddito e ritornare in quegli stati gravi di povertà che il sussidio era nato per prevenire. Il tasso di disoccupazione è ancora in calo ma solo a causa di un rapido aumento del numero delle persone a basso reddito o del numero dei contratti di lavoro regolari part-time. Inoltre, molti dei disoccupati semplicemente scompaiono dalle statistiche, poiché smettono di presentarsi nei centri per l’impiego per lavori di bassa qualità che possono facilmente trovare da soli, rendendo praticamente inutile ogni argomentazione a sostengo del provvedimento.

Alla fine questo provvedimento finisce solo con l’assumere tinte distopiche: si tratta dell’unica direzione razionale che possa essere imboccata per evitare che il sussidio divenga uno strumento assistenzialista.

Quando l’intera narrazione politica si fonda sull’esigenza di istituire uno Stato protettore, impostando misure di welfare che mirano a fini rigidi di rieducazione sociale con la minaccia dell’abbandono in stato di povertà, non si è lontani da una società autoritaria. Un tale quadro non è per nulla entusiasmante, anche in vista delle possibili pene che il legislatore italiano sta valutando di infliggere in casi di irregolarità verso chi si troverà a percepire il reddito di cittadinanza nel nostro paese.

D’altronde, un tal sistema di finanziamento pubblico, quale il reddito di cittadinanza, che nasce in apparenza per aiutare la collettività, finisce con l’essere indirettamente finalizzato a modellare le persone ed il proprio stile di vita, non generando altro che odio sociale, conducendo al conseguente inasprimento delle norme in materia di diritto penale.

Ci si augura solo che il dibattito legislativo che accinge ad aprirsi, non finisca per dar vita ad un provvedimento inutile ed insensato, obbligando, da un lato, i consumatori sussidiati a spendere solo in esercizi italiani, con la minaccia costante di strumenti punitivi sovradimensionati, e dando vita dall’altro lato ad un apparato burocratico che come Crono finisce per divorare i figli che si era prefisso di proteggere.

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