13
Ago
2018

C’è una patrimoniale nel futuro del sovranismo?—di Davide Grignani

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Davide Grignani.

Anche se non tutti se ne sono resi conto, una patrimoniale salatissima gli italiani l’hanno già subita e può essere stimata intorno ai 300 miliardi di euro. È l’effetto del crollo dei valori di mercato dei loro risparmi investiti in CCT, BTP, obbligazioni e azioni emessi da banche, assicurazioni e società italiane nelle convulse settimane a ridosso della formazione del nuovo Governo. Eppure continua, anche se in sordina estiva, il “refrain” della necessaria riduzione del debito pubblico tramite una patrimoniale di magnitudine tale da ricondurre il nostro stock più o meno in linea con il PIL: in soldoni parliamo di circa 500 miliardi di euro.

In questo breve articolo vengono ricordate alcune delle ragioni principali per cui una misura fiscale di carattere patrimoniale risulterebbe non solo inutile ma anche dannosa per il nostro Paese.

Sul tema esiste già un’ampia produzione di articoli economici, supportati da molti studi empirici statistici ed econometrici (ne elenco solo alcuni in coda a questo intervento), che supportano questa affermazione per le seguenti principali ragioni generali:

1. Contrariamente ai noti modelli keynesiani IS-LM, dove la spesa pubblica espansiva innesca processi virtuosi di supplenza alla mancanza di investimenti privati sufficienti ad alimentare la crescita, la teoria economica più recente e l’evidenza empirica hanno dimostrato che spesa e debito pubblico hanno caratteristiche e dinamiche del tutto diverse da spesa e debito privato;

2. I moltiplicatori fiscali hanno valori molto diversi dai moltiplicatori degli investimenti privati, dati livelli di produttività, velocità dei processi e corruzione diametralmente opposti. L’ evidenza empirica dimostra che le due tipologie di spesa non hanno affatto la stessa capacità propulsiva sul sistema economico;

3. L’incremento “one-off” della pressione fiscale ha pesanti effetti recessivi sulla domanda aggregata, sia di breve che di medio temine: in maggior misura in paesi con pressioni fiscali fisiche e societarie, dirette ed indirette, già elevate, dove il tenore di vita e dei consumi risultano molto compressi da anni (è il caso dell’Italia);

4. L’effetto di spiazzamento degli investimenti privati (“crowding out”), determinato da una misura fiscale straordinaria, peggiora ulteriormente il livello di prodotto interno potenziale in modo strutturale, amplia i gap competitivi rispetto alla concorrenza globale estera;

5. La sola aspettativa di una manovra patrimoniale determina un immediato deflusso di capitali verso l’estero. Dall’uscita delle prime indiscrezioni su presunti piani di consolidamento di 250 miliardi di debito italiano, BCE e Bankitalia hanno registrato uscite di capitali netti per oltre 50 mld di euro, cui vanno sommate le future minori entrate dall’estero della stessa natura dovute al medesimo motivo: tale deflusso di capitali va a sostenere la domanda di paesi terzi e a deprimere ulteriormente la domanda interna di attività finanziarie e beni reali (immobili, beni durevoli e di consumo, etc)

6. Uno shock fiscale “one off” – contrariamente a misure fiscali strutturali a lunga gittata – agisce immediatamente da evento scatenante (“trigger”) sui mercati finanziari: sulla base delle loro aspettative razionali (che attualizzano oggi l’impatto recessivo sull’economia di un aggravio fiscale), gli operatori finanziari scatenano vendite massive delle attività finanziarie del paese coinvolto. Si determinano repentine perdite in conto capitale che “impoveriscono” istantaneamente il paese per un fattore che può essere, di per sé, maggiore o uguale al valore attuale della manovra del diminuito costo del servizio del debito pubblico;

7. Uno shock fiscale one-off, non accompagnato da simultanee decisioni di modifica strutturale di medio-lungo periodo dei flussi di spesa pubblica e di maggiore efficienza della stessa, determina un peggioramento immediato dei rating del rischio sovrano: una manovra emergenziale di questo tipo equivale a tutti gli effetti al “default” della gestione ordinaria strutturale del debito nel futuro. In prima battuta aumentano gli spread e il costo del servizio del debito pubblico (anche se diminuito in quantità) e si innescano effetti di “coupling” negativi sui corsi borsistici e le valutazioni di banche e assicurazioni domestiche. Vengono così vanificati i benefici dati dal servizio di pagamento di interessi su un debito inferiore.

Occorre aggiungere per il nostro Paese alcune “aggravanti”, note a economisti, regolatori e cittadini consapevoli:

– la spesa pubblica italiana è strutturalmente “occupata” da alcune macrovoci “moloch” e difficilmente comprimibili nel breve termine (salari, spese correnti, pensioni e sanità) che, nei decenni, sono solo cresciute e si sono dimostrate straordinariamente resilienti a ogni tentativo (if any?) di contenimento/riduzione strutturale;

– il livello di “intermediazione pubblica” del PIL in Italia è ampiamente superiore al 50% (tra i più alti nell’Unione europea): corruzione altissima e inefficienza record in tutti gli aspetti gestionali e operativi della PA fanno sì che ogni trasferimento di ricchezza netta dal settore privato al settore pubblico determini un ulteriore peggioramento della produttività del Paese nel suo complesso. In termini di “q di Tobin” il ritorno atteso di lungo periodo sul capitale del Paese si riduce a livelli così bassi (se non negativi) da non poter essere mai mitigato da una riduzione (irrealistica) del costo marginale del suo debito complessivo a livelli tenuti forzosamente prossimi a zero o negativi (come avvenuto grazie al Quantitative Easing messo in campo dalla Banca centrale europea).

Qualunque soluzione (molto improbabile oggi… lo vedremo comunque il 23 maggio 2019) a livello politico, che permettesse la mutualità del debito pubblico della UE, non potrà prescindere dalla stabilizzazione delle dinamiche di flusso di medio periodo dei paesi convolti: esse devono e dovranno essere almeno convergenti per “stare insieme” con un livello di fiducia e comfort reciproco. In tal senso una patrimoniale ci farebbe solo divergere ulteriormente “traslocando” di nuovo il paese in un quartiere ancora più periferico rispetto alla zone centrali di questa grande “civitas” che resta il nostro grande progetto europeo.

Qui di seguito solo alcuni riferimenti bibliografici nell’ampissimo scaffale a disposizione sull’argomento:

Olivier Blanchard and others, “Growth forecast error and fiscal multipliers”, IMF discussion papers, 2016

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