17
Lug
2018

Un manifesto per la smart economy—di Alessio Mitra

Prevenire è meglio che curare. L’economia digitale è stata oggetto, negli scorsi mesi, di numerosi attacchi, dalla vicenda della webtax, ai diversi emendamenti “anti Flixbus”, fino alle proposte di regolamentazione dei rider. Spesso queste vicende sono nate da azioni lobbistiche degli operatori tradizionali spaventati dalla concorrenza, ma non di rado sono state alimentate da una scarsa comprensione dei fenomeni.

Va letta in questi termini, probabilmente, l’iniziativa di Flixbus, che ha rivolto un appello al Governo per aprire un tavolo e scrivere un manifesto sulla Smart Economy. FlixBus sottolinea la necessità di meno burocrazia, promozione delle aziende digitali, apertura ai nuovi modelli di business e facilitazioni alle giovani imprese che puntano e investono in innovazione e ricerca. A questi elementi, secondo il country manager di Flixbus Andrea Incondi, vanno affiancate tutele del lavoro e dei lavoratori. Tali tutele devono essere però in linea con la realtà economica delle piattaforme, non possono ricalcare il modello della grande impresa verticalmente integrata. L’economia digitale deve essere studiata e compresa con attenzione, al fine di proteggere al meglio i lavoratori senza correre il rischio di danneggiarli per superficialità.

Proprio in questo elemento risiede la vera sfida al Governo: la capacità di accettare l’innovazione, comprenderla e regolamentarla senza ostacolarla. Un approccio, per esempio, ben lontano da quello adottato nelle prime bozze del Decreto Dignità, che ricalca invece confusamente vecchie idee superate dalla realtà e incoerenti con gli insegnamenti della scienza economica. Ricette pericolose, per l’economia, per il lavoro, per l’Italia.

FlixBus rivolge un appello al pragmatismo, chiede alle controparti istituzionali di sedersi al tavolo e guardare i dati, invita le altre aziende innovative presenti in Italia ad unirsi a tale tavolo, per discutere assieme di proposte e soluzioni, per dire al Governo: “noi non siamo nemici”.

Sono molte le aziende che potrebbero essere interessate a sedersi a questo tavolo. Quello dell’economia digitale è un mondo, molte volte, tanto poco compreso da politica e opinione pubblica, quanto poi apprezzato e premiato dai consumatori. Non compreso perché interpretato con i vecchi occhiali dell’industria fordista, dalla struttura gerarchica aziendale, della relazione rigida tra datore di lavoro e dipendente. Le piattaforme al contrario sono una rete che mette in connessione domanda e offerta, facilitando le transazioni e consentendo un utilizzo più efficiente dei fattori.

Se il governo non capirà queste nuove circostanze, il risultato sarà quello di mettere a serio rischio l’economia e i posti di lavoro nascenti. Obiettivo primario del Manifesto della Smart Economy è appunto quello di farlo comprendere.

Un confronto tra le forze politiche e l’imprenditoria innovativa potrebbe offrire un importante contributo al rilancio economico del paese. Dal suo ingresso nel mercato italiano, in tre anni, FlixBus ha creato 1.500 posti di lavoro e collegato oltre 300 città a prezzi prima inimmaginabili. I costi di trasporto e le reti di collegamento sono un elemento di forte stimolo alla crescita economica. Non solo: l’intermediazione della piattaforma tedesca ha anche consentito di valorizzare le potenzialità di imprese di trasporto locali, che si sono trovate inserite in una rete più vasta.

In Italia, l’esistenza di imprese innovative che vogliono rinnovare il tessuto economico, diffondere know-how tra le imprese locali e stimolare concorrenza in settori che per decenni hanno prosperato di posizioni di rendita, deve essere vista come un’opportunità per non restare indietro, per riformare e riformarsi.

Il mondo del futuro, integrato, veloce e dinamico, riserva alla politica problemi complessi. Problemi che non potranno essere risolti da un rassicurante “chiudersi a riccio”. Per tale ragione, la proposta di FlixBus al governo, se guardata da vicino, ha un sapore “einaudiano”. Essa invita ad avvicinarsi per conoscere, e presuppone che conoscere debba essere l’anticamera del deliberare.

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