25
Giu
2018

Elites indispensabili—di Giuliano Cazzola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Giuliano Cazzola.

L’Unione europea vive una stagione di profondo desencanto. La vittoria delle forze sovranpopuliste, in un grande Paese (per di più tra i fondatori) come l’Italia, rischia di alterare un equilibrio già precario proprio nel momento in cui si dovrebbe riformare la governance in senso maggiormente integrato. In Europa, il Gruppo di Visegrad – che si è allargato ad altri Stati tanto da divenire una ‘’frazione’’ importante nell’ambito della Ue – è in attesa della leadership di una nazione con un più antico pedigree per poter esercitare un’influenza maggiore nella politica (in realtà nella delegittimazione) delle istituzioni europee.

Riemergono quelle che Macron, nel suo storico discorso alla Sorbona, definì ‘’le passioni tristi’’ del Vecchio Continente: il nazionalismo, l’identitarismo, il sovranismo e (perché no?) il razzismo. Passioni che si autoproclamano giustificate e purificate dal voto del popolo e pertanto, dall’espressione della democrazia. Winston Churchill disse che la democrazia è il peggiore di tutti i regimi eccezion fatta per ogni altro. Ed è sicuramente vero se ci si limita alla democrazia rappresentativa. Ma come può un sistema politico che si nutre di un consenso a breve termine (le scadenze elettorali) prefigurare scenari proiettati avanti di decenni e politiche che solo allora potranno raccogliere i frutti promessi?

Certo, ci sono personalità che sono capaci di vedere oltre l’orizzonte e per questo motivo si chiamano ‘’statisti’’. Ma ne nasce qualcuno ad intervalli temporali molto distanti tra di loro; la statura di costoro viene forgiata da eventi eccezionali (una crisi, una guerra, ecc.), tanto che è ormai generalmente condivisa l’idea secondo cui è fortunato un Paese che non ha bisogno di eroi. Qualche maligno ‘’apprendista stregone’’ in malafede sostiene che le nuove tecnologie sono in grado di consentire il passaggio a forme di democrazia diretta (da chi?), attraverso le quali si esprimano i cittadini. Ma si tratta del peggior autoritarismo mai prodotto da quando gli esseri umani hanno cominciato a vivere in comunità, a darsi delle regole e delle istituzioni. Assisteremmo alla patetica marcia dei gattini ciechi che non arriverebbe da nessuna parte e che sarebbe orientata da chi detiene gli strumenti della tecnologia. Soprattutto, un sistema siffatto sarebbe privo di prospettiva.

Anche quando il governo (come disse Abramo Lincoln a Gettysburg) ha origine e si definisce from the people, by the people, for the people sono le élite le vere protagoniste della storia, sia che si esprimano attraverso le tecnocrazie (il Fondo monetario internazionale, la Bce, per esempio), sia mediante gli organismi sovranazionali (la Commissione europea e le istituzioni ad essa collegate) oppure nell’ambito di una singola nazione, attraverso l’alleanza delle forze migliori.

Solo le élite – per cultura, formazione, esperienza e, soprattutto, estraneità al gioco degli interessi contingenti – sono in grado di avere ed esprimere una visione di progresso e di trasformazione. La trojka (Ue+Bce+Fmi) ha salvato dalla bancarotta i Paesi su cui è intervenuta proprio perché è stata in grado di prendere le decisioni opportune senza dover ricorrere al consenso. La Bce, con il QE, è venuta in soccorso dell’eurozona senza dover chiedere il permesso a nessuno: è bastato il voto di un board composto da persone nominate.

Non è un caso, allora, che la marea populista (vera e propria pestilenza particolarmente vigorosa in Italia) abbia preso di mira (aggredendolo con l’utilizzo spietato della ‘’arma chimica’’ dell’invidia sociale) l’establishment, non per quello che esso rappresenta nei diversi Paesi, ma perché ha capito che lì stava il fortilizio da espugnare per ripristinare (con il pretesto del primato della politica e della sovranità di una nazione) scelte di governo con la testa rivolata ad oggi se non addirittura a ieri.

A tali considerazioni si può replicare che tocca alle élite dimostrare di essere all’altezza del loro ruolo. La storia recente evidenzia, tuttavia, che non è impossibile un’alleanza temporanea tra élite ed assemblee elettive (il Governo Monti ne è un esempio). Il caso Macron, in Francia, si spinge oltre: le élite possono addirittura competere nel rito sacro delle elezioni e vincere.

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1 Response

  1. Giovanni Solazzo

    Quindi secondo Giuliano Cazzola, la democrazia come l’abbiamo conosciuta non va bene per i grandi progetti, per i quali ci vorrebbero legislature lunghe decenni o poteri senza controllo. Una serie di piani quinquennali magari, con un grande padre a sorvegliarli., baffuto. Ingenuo chi pensa che le istituzioni umane nascano non dai grandi progetti costruttivistici, ma dall’uso e la consuetudine. Manu Macron sarà il nostro vate contro il nuovo nazismo alle porte. La democrazia liberale è imperfetta, ma la preferisco ancora al dominio delle elite. Come ha spiegato qualcuno molto migliore di me il problema è che è piuttosto controverso stabilire, senza democrazia, chi sia degno di governare, e quasi tutti si ritengono elite, considerando idioti e corrotti gli altri. Di solito va a finire che le teste si taglino invece di contarle, ma sono certo che Cazzola non voglia questo, vero? La storia degli USA dimostra che ci sono voluti due secoli per arrivare ad un compiuto stato federale, ipertrofico del resto. E che gli americani su una cosa erano d’accordo: non volevano le tasse inglesi. Come si vede non sempre sono necessari grandi progetti.

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