18
Mag
2018

La strana coppia e l’amaro greco—di Mario Dal Co

Nel 2015, in campagna elettorale, Alexis Tsipras promise una contrapposizione durissima all’Unione europea e ai vincoli di bilancio, ma dovette presto rimangiarsi i propositi bellicosi; oggi, a dispetto di una economia greca in miglioramento, il suo partito raccoglie solo il 15% nei sondaggi, probabilmente perché gli elettori non gli perdonano il suo dietrofront. Sarà questo anche il destino di Luigi Di Maio e Matteo Salvini?

Alcuni punti del “contratto”, sul quale aspiranti governanti stanno cimentano la pazienza degli elettori e del Presidente, brillano di luce sinistra. In primo luogo perché gli aspiranti nocchieri, non capacitandosi di avere così pochi punti di contatto tra di loro e con la terra promessa, possono apparire incapaci; in secondo luogo perché ci sono dei precedenti, nel sud est dell’Europa, che richiamano in modo straordinariamente eloquente i rischi su cui andrà ad arenarsi la prora del Paese, il muso lungo degli elettori e le aspirazioni dei governanti.

Questi rischi saranno tanto più fastidiosi perchè provocati da promesse marinaresche e non dalle trame dell’Europa care all’affabulazione degli aspiranti e del loro finora unico non-candidato premier (prima vittima degli annunci al vento, al quale sarebbe pur giusto rendere l’onore delle armi per la generosità dimostrata).

Quei punti mettiamoli a confronto con quelli del programma elettorale che ottenne altrettanto successo nel voto del popolo greco nel 2015 e che fu, per fortuna di quel Paese, totalmente disatteso dal governo Tsipras nei tre anni successivi, con il risultato che oggi la Grecia cresce assai più di noi, ma non per questo si lamenta meno. 

Prendiamone  3, tra quelli dove il programma di Syriza presentava analogie con il contratto che la strana coppia Salvini-Ilyin e Di Maio-Rousseau sta elaborando, contratto che ancor più ne offriva nella versione precedente pubblicata da Huffington Post.

Contratto Salvini-Di Maio 16.05.2018, h.19

Programma Syriza 2105

rivedere l’impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di Stabilità e crescita, Fiscal compact, MES, etc.).

I titoli di Stato di tutti i Paesi dell’area euro, già acquistati dalla Banca centrale europea con l’operazione del quantitative easing, siano esclusi pro quota dal calcolo del rapporto debito-PIL.

Audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi. Sospendere i pagamenti. La BCE finanzi i programmi di investimento pubblico.

Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e gli altri accordi europei.

780 euro mensili per i singoli senza lavoro con l’utilizzo del 20 per cento della dotazione complessiva del Fondo Sociale Europeo per istituire un reddito di cittadinanza anche in Italia.

Sovvenzioni fino al 30% del reddito per le famiglie che non possono pagare i mutui. Aumento dei sussidi ai disoccupati. Aumento della protezione sociale ad anziani, disabili e famiglie senza reddito

La Russia non costituisce una minaccia militare, ma un potenziale partner per la Nato e per l’UE.

Chiudere la basi straniere e uscire dalla Nato.

Tsipras non ha applicato alcuno dei punti sopra richiamati, anzi continua a rispondere al monitoraggio europeo e a beneficiare dei finanziamenti concordati con l’Europa. L’esito di questo processo è un PIL +1,9% nel 2017 e + 2,5% nel 2018, con i mercati finanziari che sottoscrivono i titoli di Stato a tassi contenuti. Certo, la disoccupazione non è riassorbita e il livello del reddito pro capite è al di sotto del 2011 di un bel po’, ma i disastri erano già avvenuti quando Tsipras fu eletto nel 2015. Da allora, disattendendo il suo programma elettorale nel modo più completo e rinunciando al vento in poppa annunciato nelle  allocuzioni del primitivo ministro dell’economia, il piccolo timoniere sta portando la Grecia di bolina stretta in acque meno perigliose, fors’anche delle nostre, il cui spread si avvicina, ancor prima della nascita del governo della strana coppia, a quello della Grecia.

Gli elettori greci, che sono dotati solo di memoria emotiva come si addice alle memorie collettive a cui sole sanno appellarsi i partiti, non perdoneranno nel 2019 a Tsipras il tradimento delle promesse elettorali: non è ancora stato inventato, in democrazia, un amaro che riesca a farle digerire senza che il paziente se ne accorga. Si può provarci, e ci si è riusciti anche di recente, basta sopprimere la democrazia. D’altra parte quando mai la sinistra e i suoi elettori rinunciano alla fucilazione (spesso non solo figurata) di un traditore o riescono a interpretare il gioco democratico con categorie diverse da quelle del tradimento?

Quindi, oggi Tsipras viaggia neppure con un trolley da cabina, ma con un borsellino per gli spiccioli in cui custodisce poco più del 15% di voti che i sondaggi gli offrono: l’amaro, alla fine, dovrà berselo lui.

Sarà questo anche il destino dei nostri aspiranti governanti quando i fatti avranno dimostrato quanto valgono le promesse applicando il tasso di cambio della realtà?

Certo, abbandonando l’euro si può mantenere qualsiasi promessa in  vecchie lire o in assegnati on in euro-grilli (gli euro di serie B proposti dal “Garante”), monete con la vocazione della svalutazione. L’inflazione che ne deriverebbe farebbe pagare ai più deboli l’iniqua ma ineludibile tassa dell’aumento dei prezzi e della scarsità di merci e servizi, inasprita da inevitabili calmieri, cui seguirebbero fallimenti di imprese, default bancari, limitazioni dei movimenti di capitali e persone, nazionalizzazioni pagate con nuove tasse, patrimoniali e chissà se non si potrebbe arrivare anche alle carte annonarie.

Che la strana coppia sia destinata a bere l’amaro greco non è forse auspicabile, ma altamente probabile se il paziente, già oggi spazientito, lo sarà ancor di più alle prossime elezioni.

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