27
Mar
2018

Una legge sulle lobby, per difenderle dalla politica

Una rondine non fa primavera, ma tre dichiarazioni di esponenti di tre forze politiche diverse (Roberto Fico, Riccardo Nencini, Valeria Valente) in pochi giorni fanno ben sperare perché la XVIII legislatura sia quella buona per fare, finalmente, la legge sulla rappresentanza di interessi. Se ne parla da anni, quasi sempre tirando in ballo l’esigenza di proteggere la politica da interessi opachi, occulti, e contrari al “bene comune”. Le mitologiche lobbies vengono ciclicamente raccontate come il gatto e la volpe della vita pubblica, e stupisce constatare come spesso anche chi apprezza generalmente le virtù della competizione rispetto al monopolio punti il dito contro la rappresentanza di interessi.

Conosciamo l’obiezione: il lobbying è spesso, o almeno talvolta, lo strumento con cui corporazioni di vario genere piegano la legislazione a loro favore, garantendosi rendite e barriere anticoncorrenziali. Si tratta di un fenomeno reale e dannoso, ma limitarsi a questa parte della storia è due volte sbagliato. È sbagliato, una prima volta, perché significa ripetere pari pari l’errore di chi racconta il mercato sempre dalla parte del piccolo produttore danneggiato e mai da quella dell’utente beneficiato. Il dovere di distinguere l’interesse pubblico da quelli privati non è di questi ultimi, ma della politica, ed è in capo a quest’ultima che dovrebbe risiedere la responsabilità di assumere decisioni che tengano conto di tutti gli interessi in gioco: più interessi vengono rappresentati, maggiore la trasparenza e la qualità di questa rappresentanza, e più ne beneficerebbe quella accountability del decisore pubblico di cui spesso ci si riempie la bocca.

È inoltre sbagliato, una seconda volta, perché prendersela con la rappresentanza di interessi tout court alimenta quello stesso circolo vizioso che si vorrebbe interrompere: come nel caso della prostituzione e delle droghe, il proibizionismo rende i fenomeni sociali più costosi per la società e più pericolosi per chi vi si avvicina. Non sono le lobbies, oggi, a beneficiare dell’assenza di regolamentazione della propria attività: ma – oltre a qualche faccendiere che con la rappresentanza di interessi non ha nulla a che fare – proprio la politica, la quale non perde occasione per attribuire la responsabilità di decisioni sgradite al “potere delle lobbies”.

Chi scrive limiterebbe volentieri i compiti dello Stato alla difesa delle libertà personali, della proprietà, e dello stato di diritto. Questo, però, non è il mondo in cui viviamo, e sarebbe perciò utile che specialmente noi liberali facessimo un po’ come il soldato Joker in Full Metal Jacket, per chi conosce il capolavoro di Kubrick: professandoci giustamente pacifisti, ma imparando a combattere, nel frattempo, con la dovuta grinta. Vorrei per questo proporre una visione radicalmente opposta del motivo per cui c’è bisogno di una legge sulla rappresentanza d’interessi: non per difendere la politica dalle lobbies, ma per difendere le lobbies dalla politica. 

Hayek ci insegna che i prezzi sono, prima di ogni altra cosa, informazioni: proprio perché le preferenze sono individuali e l’informazione decentrata, non la pianificazione ma il mercato, cioè la spontanea interdipendenza tra persone, è in grado di coordinarne efficientemente le attività. La politica, intesa come governo normativo ed economico delle attività demandate al settore pubblico, è di per sé inefficiente proprio perché fondata sulla pretesa di assumere decisioni pianificate: concentra su di sé il potere di decidere, ma non ha le informazioni necessarie a farlo in modo efficiente.

La democrazia è un modo di avvicinare il potere alle informazioni: tramite il voto, i cittadini cercano di orientare l’utilizzo delle risorse “pubbliche” (cioè loro) secondo proprie inclinazioni e preferenze. Ciò, ovviamente, non è sufficiente: si tratta di un rapporto assolutamente sproporzionato sia qualitativamente sia quantitativamente. Questi vizi, purtroppo, sono intrinseci a Stati centralizzati e composti da milioni di persone, e certamente non potranno essere risolti da una migliore rappresentanza degli interessi. E tuttavia, quantomeno, quest’ultima può essere un’utile ‘stampella’ per supportare la democrazia, offrendo al decisore pubblico informazioni molto più costanti e precise di quanto faccia il voto.

Così come i prezzi informano i consumatori delle caratteristiche dei beni e dei servizi prodotti, la rappresentanza di interessi informa il decisore pubblico delle preferenze e delle necessità dei cittadini e delle imprese. La differenza è evidente: l’esistenza di diversi produttori rende inoffensiva, per i consumatori, l’inefficienza di uno di questi, mentre il monopolio incentiva lo Stato all’inefficienza. Ed è proprio per questo che, al netto di questo “peccato originale”, la rappresentanza di interessi va difesa e promossa: perché le lobbies altro non sono che istituti concorrenziali in un mercato, quello della politica, per sua natura asfittico.

Esistono lobbies ‘cattive’ così come esistono aziende malgestite e inefficienti: ma proprio la moltiplicazione degli interessi e della loro conoscibilità può finire per premiare quelli migliori, così come è il mercato a premiare le aziende efficienti. Se un mercato trasparente degli interessi dovesse far prevalere quelli ‘sbagliati’, il termine “responsabilità politica” assumerebbe finalmente un significato, e gli interessi penalizzati – spesso quelli dei newcomers, del mercato, della libertà – avrebbero finalmente rappresentanza e riconoscibilità.

A questo, più di ogni altra cosa, servirebbe una legge sulla rappresentanza di interessi: non a difendere la politica dalle lobbies, ma a difendere le lobbies ‘giuste’ dalla politica.

Twitter: @glmannheimer

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