15
Mar
2018

La rivolta degli esclusi e il voto del Mezzogiorno—di Mario Dal Co

La Sicilia ha anticipato o estremizzato nella storia politica ed elettorale repubblicana alcune tendenze nazionali. Non perché i siciliani siano dotati di virtù oracolari, ma perché, come e più di altre regioni del Mezzogiorno, non pensano di dover votare “bene” ossia perché gli amministratori locali e nazionali amministrino “bene” ossia in modo responsabile le risorse che con il voto vengono di fatto affidate agli eletti, ma pensano di votare in modo “utile” ossia per partecipare ad uno scambio politico a livello locale e nazionale.

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co.

“Le classi e le persone le quali hanno a soffrire di un dato ordinamento sociale, se mancano assolutamente di mezzi materiali di difesa contro di quello, non sono in grado di formare da sé un’opinione pubblica, ma la ricevono bell’e fatta da quella parte della società, che è organizzata e forte, e, quel che è più, l’accettano.”

Leopoldo Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, G. Barbera 1877, p. 138.

“Questa volta, tuttavia, temo che avremo bisogno di una fatina dai capelli turchini vera, perché anche le virtù civiche dei suddetti signori (Ciampi, Amato, Prodi) possono non essere sufficienti, specie se l’Italia di Lucignolo, democraticamente votando, decide di poter fare a meno di loro e si consegna a qualche omino che assicura di volerla condurre nel paese dei balocchi. Quos Deus perdere vult, eos ipsos ille dementat”. 

Marcello De Cecco, L’economia di Lucignolo, Donzelli 2000, p. 18.

Introduzione e sommario

La Sicilia ha anticipato o estremizzato nella storia politica ed elettorale repubblicana alcune tendenze nazionali. Non perché i siciliani siano dotati di virtù oracolari, ma perché, come e più di altre regioni del Mezzogiorno, non pensano di dover votare “bene” ossia perché gli amministratori locali e nazionali amministrino “bene” ossia in modo responsabile le risorse che con il voto vengono di fatto affidate agli eletti, ma pensano di votare in modo “utile” ossia per partecipare ad uno scambio politico a livello locale e nazionale. Ciò accade, a mio avviso, per due motivi: il primo è che gli elettori sono consapevoli che la loro Regione riceve molte risorse dai trasferimenti dello Stato e, quindi, è importante scegliere rappresentanti a livello nazionale capaci di premere per ottenere questi trasferimenti (pertanto scelgono un ceto politico vicino al governo nazionale) e, d’altra parte, può essere “utile” o necessario  venire a patti con i rappresentanti locali per entrare nei meccanismi redistributivi e nei flussi assistenziali locali.

Nella sua storia repubblicana la Sicilia anticipò il passaggio da governi di centro a governi di centrosinistra alla fine degli anni ‘50. Ha enfatizzato il voto a favore del Centrodestra di Berlusconi nel ‘94 e poi nel 2001, con il famoso 61 a 0. Il recente en plein del Movimento Cinque Stelle in Sicilia probabilmente rientra in questa tendenza di lungo periodo.

Il Mezzogiorno ha seguito questo modello. Nel Mezzogiorno il voto viene usato in modo strumentale ovvero in modo “utile” a realizzare politiche redistributive (le opere pubbliche più o meno utili e i lavori più o meno inutili che costellano la vita e il paesaggio del Mezzogiorno) soprattutto nelle elezioni nazionali. Secondo un’altra interpretazione, il voto viene esercitato-subìto in uno stato di impotenza. In ogni caso, il voto non viene usato per selezionare una classe politica e amministrativa in grado di risolvere i problemi locali o generali. E questo è il punto.

La finalizzazione delle elezioni al raggiungimento di effetti redistributivi favorevoli agli elettori, passa, a livello micro, attraverso il voto di scambio, a livello macro attraverso l’appoggio della forza politica che si prevede possa avere un ruolo di governo, con il voto “utile”.

Voglio sottolineare che considero razionale e, nell’assetto istituzionale attuale, inevitabile il comportamento sia del voto di scambio sia del voto “utile”. Se le condizioni della popolazione rimangono, come rimangono ancor oggi, prevalentemente quelle descritte da Franchetti nella citazione in testa a questo articolo e se il flusso delle risorse redistribuite dai rappresentanti è una quota superiore al flusso generato dall’economia locale, la spinta verso un controllo della qualità dell’amministrazione pubblica sarà inferiore alla spinta indirizzata alla gestione dei rapporti con Roma, con la Regione, con la Provincia Regionale (come si chiama in Sicilia), con il Comune e, oggi, con l’Unione Europea.

Ciò vale anche nel caso delle elezioni politiche del 2018, dove non solo il Movimento Cinque Stelle si prevedeva potesse candidarsi alla guida del governo ma aveva anche sbandierato la promessa del reddito di cittadinanza: due motivi sufficienti a realizzare il tutto esaurito del Movimento nei collegi uninominali e la maggioranza in quelli proporzionali, con un totale di eletti che supera il numero dei candidati.

Ma la storia delle “rivolte degli esclusi” pone rilevanti interrogativi sulla possibile tenuta di alleanze tra Lega e Cinque Stelle e anche sulla durata della luna di miele tra Cinque Stelle e Mezzogiorno. 

La redistribuzione territoriale

La Ragioneria Generale dello Stato effettua una “regionalizzazione” della spesa statale: l’ultimo dato uscito a gennaio 2018 relativo al 2016 è stato ampiamente commentato dalla stampa (MEF 2018).

Per la Sicilia il totale delle spese considerate dalla Ragioneria assomma a circa 4530 euro per abitante, contro 2563 della Lombardia. Sul prodotto lordo pro capite delle due regioni queste cifre rappresentano rispettivamente il 26,4 e il 7,5%. Ma nella ripartizione della spesa della Ragioneria manca il dato relativo alle prestazioni sociali, prevalentemente INPS.

Qui ci soccorre il Sesto Rapporto su “La regionalizzazione del bilancio previdenziale: modalità di finanziamento e prestazioni. Andamenti entrate, uscite, saldi e tassi di copertura dal 1980 al 2015” che copre il dato mancante della Ragioneria. Considerando il saldo contributi-prestazioni, la Sicilia ha un saldo negativo di oltre 1000 euro pro capite (dato 2015) poiché percepisce prestazioni per circa 9,8 miliardi a fronte di contributi inferiori a 4,5 miliardi. In altre parole il tasso di copertura delle prestazioni pensionistiche è del 45% in Sicilia contro il 97% in Lombardia.

Tenendo conto della spesa (non del disavanzo) pensionistica l’incidenza sul PIL pro capite salirebbe dal 24,6% calcolato dalla Ragioneria al 38%.

E’ in questo contesto, di un gigantesco sistema redistributivo occulto e non monitorato, che passa attraverso l’economia sommersa  (più diffusa al Mezzogiorno) l’evasione contributiva e fiscale (più diffusa nel Mezzogiorno), e la redistribuzione esplicita ed implicita effettuata attraverso la spesa pubblica, che matura il comportamento elettorale del Mezzogiorno, quell’attitudine disincantata a dare un voto “utile”. All’interno di questa realtà opaca,  sostengo la sostanziale razionalità del comportamento elettorale del Mezzogiorno: in questo contesto il voto può essere utile solo se serve a mantenere e orientare (anche a livello micro delle autonomie locali con le assunzioni e gli acquisti pubblici) il processo redistributivo.

“Autonomismo sicilianista”

Le elezioni siciliane sono storicamente caratterizzate, secondo diversi analisti, da un astensionismo più elevato della media, indice di disaffezione, e da una volatilità delle preferenze. Questa volatilità è determinata dall’attitudine di una fetta consistente dell’elettorato a rafforzare il partito di governo o a garantire un consenso ampio, spesso maggioritario, al partito o allo schieramento che nelle previsioni e nelle aspettative può vantare maggiori probabilità di successo. I partiti in Sicilia sono stati definiti “omnibus” per questa capacità dell’elettorato di cercare di avvalersene come strumento di pressione o per avvantaggiarsene attraverso il voto di scambio. Questo pendolarismo del voto non è solo farina del sacco dell’elettore attivo, ma è stimolato dal comportamento dell’eletto, sia attraverso una frammentazione personalistica delle liste, soprattutto a livello locale, sia attraverso la mobilità  degli eletti tra un partito e l’altro (Raniolo 2007).

Il 23 marzo 1958 (60 anni fa) il democristiano Silvio Milazzo viene eletto presidente della Regione Sicilia da uno schieramento costituito da democristiani dissidenti, comunisti, socialisti, missini e monarchici. Per 14 mesi la Democrazia Cristiana venne spinta all’opposizione, creando un interesse non solo nazionale sul caso della Sicilia. Quei mesi, sotto la guida del “mezzo barone e mezzo villano” Milazzo, si trascinarono tra polemiche interne ai diversi pariti e tra i partiti, anche perché a livello nazionale stavano maturando gli accordi per varare il primo esecutivo di centrosinistra. Mezzo villano lo definiva Felice Chilanti (Chilanti 1959), ma un mezzo villano che sapeva esprimersi con parole efficaci:

“Certe formule, specialmente in dati momenti, sono limitatrici e incapaci di contenere nei loro rigidi confini, una realtà vasta complessa irrequieta in continuo divenire come è quella di una regione depressa che lotta per conquistare posizioni economiche e sociali progredite. Ed è perciò ch’io direi semplicemente: apertura al Buon senso”.

L’esperienza anomala del milazzismo, come veniva chiamato il richiamo intorno al sicilianismo della “rivolta degli esclusi”, nella parole di Milazzo assume una forte tensione antipartitica:

L’accentuata avversione nei confronti della partitocrazia – la «Mala signoria» che degenerando aveva compromesso l’autonomia, inquinato la democrazia con una prepotente ingerenza verso tutti i consessi e le assemblee, e trasformato la tessera in una «falsa produttrice di gerarchi e di prebende» – lo portava a rifiutare la politicizzazione del suo movimento. Questo invece a suo avviso avrebbe dovuto assumere la forma di una libera unione di uomini che, senza alcuna distinzione ideologica, avessero come bandiera e fine la difesa dell’autonomia, obiettivo da condividere con tutti gli altri uomini e le formazioni politiche siciliane schierate sullo stesso fronte di lotta, perché come spiegava «è libera l’affluenza al grosso fiume dell’entusiasmo che ci accomunerà nella stessa foce che sbocca nell’idea comune della Sicilianità»” (Basile 2010). 

E’ interessante notare che il successivo governo di centrosinistra in Sicilia venne creato con  27 mesi di anticipo rispetto al contesto nazionale, ossia a settembre del 1961, mentre il governo nazionale si insediò a dicembre 1963. Ma ancor più interessanti sono i toni antipartitici, che propongono un soggetto politico che è “movimento” contrario alle tessere e alla partitocrazia, sostenuto dall’entusiasmo intorno all’identità.

Come si vede, la storia dell’Isola fornisce precedenti significativi all’attuale “rivolta degli esclusi” e fornisce anche l’evidenza che tale rivolta rimane lettera morta e sterile fenomeno di espressione del malcontento popolare se non si risponde a questi fenomeni con un salto di qualità dell’amministrazione e della politica, salto che non avviene se non si pongono di fronte l’uno all’altro i due soggetti con le relative responsabilità: elettorato attivo (taxpayer) e rappresentanti.

Dal Polo al Movimento

Il voto politico in Sicilia è stato storicamente spostato verso il centro-destra. Il culmine di questo fenomeno si è avuto con il celebre 61 a 0, l’esito dei collegi uninominali di Camera e Senato del 2001 quando il Polo delle Libertà fu guidato da Gianfranco Miccichè in Sicilia, tenendo ben lontana la Lega.

Ma già alle politiche del 2013 la Sicilia apre un credito al Movimento Cinque Stelle di 35 punti percentuali (primo partito e 10 punti più della media nazionale), togliendone 20 al Polo delle Libertà e 7 al Partito Democratico. In quella fase il Movimento Cinque Stelle non appare ancora in grado di esprimere una capacità di governo, nonostante abbia vinto le politiche di febbraio e così accade che alle amministrative di giugno l’esito nei 20 Comuni oltre i 15.000 abitanti della Sicilia attribuisca al Movimento solo 2 amministrazioni. Tanto che, ancora nelle regionali del 2017, Miccichè riesce a conquistare la maggioranza, contro un Movimento Cinque Stelle dato per favorito.

E’ chiaro che nei prossimi mesi i Cinque Stelle possono spendere in Sicilia una credibilità come partito di governo, quale non hanno mai avuto fino ad oggi, e questo potrebbe complicare la vita all’attuale maggioranza che governa la Regione (Nello Musumeci e il centro-destra).

Ma, come abbiamo visto, la rapidità degli spostamenti elettorali in Sicilia è elevata. Essi registrano, come un sismografo, gli spostamenti della credibilità “di governo” delle forze politiche, grazie all’attitudine degli eletti di spostarsi da uno schieramento all’altro e grazie alla “sensibilità” degli elettori al richiamo del rapporto privilegiato con il potere.

La rivolta degli esclusi

Il credito di cui godono oggi i Cinque Stelle potrebbe non durare a lungo, in particolare nella Sicilia e forse anche nel Mezzogiorno, se l’obiettivo del governo dovesse sfuggire al Movimento.

Alessandro Di Battista (Di Battista 2018), poco prima del voto sosteneva che “se passasse il Reddito di cittadinanza, si annienterebbe il voto di scambio, un cancro del nostro paese e certi soggetti politici senza voto di scambio non verrebbero mai eletti. Per questo vi chiediamo un sostegno economico”. La nostra interpretazione è che il reddito di cittadinanza sia un consapevole e gigantesco meccanismo di voto “utile” innescato dal Movimento Cinque Stelle.

Probabilmente gli episodi successivi alle elezioni, di richiesta dei moduli per accedere al reddito di cittadinanza, segnalati nelle Puglie e in Sicilia, non sono estesi, ma segnalano che il voto ha proprio quelle caratteristiche “utilitaristiche” che abbiamo discusso con riferimento al comportamento dell’elettorato del Mezzogiorno e della Sicilia in particolare.

Non occorre enfatizzare l’importanza di questi episodi: la storia del welfare è cosparsa di una costante tensione tra gli scopi limitati e i criteri selettivi predisposti al momento dell’introduzione di nuovi strumenti di sostegno e la distorsione in senso estensivo cui la loro applicazione subisce dalla pressione sociale. La rivolta degli esclusi è connaturata all’assistenzialismo, quando questo non manifesti la sua natura redistributiva e non sia sostenuto da costanti verifiche di legittimità e di efficacia.

Conclusioni

Da questa analisi seguono alcune considerazioni in prospettiva.

La prima è che un governo Cinque Stelle che mantenesse la promessa del reddito di cittadinanza si scontrerebbe in misura diretta con larga parte dell’elettorato del Centro Nord, che sa benissimo di dover pagare ulteriori imposte o di dover finanziare ulteriore indebitamento per coprire la maggiore spesa pubblica che avrà come beneficiari gli elettori-cittadini del Mezzogiorno. Infatti, quando anche la sottoscrizione del nuovo indebitamento aggiuntivo avesse successo, avverrebbe a tassi superiori, e questi tassi si rifletterebbero anche sul costo del credito commerciale: le imprese pagherebbero costi di finanziamento più alti: profittabilità, investimenti e occupazione ne soffrirebbero.

Se il Movimento Cinque Stelle si limitasse a introdurre un sussidio di disoccupazione con controlli stringenti, si troverebbe di fronte ai noti cicli di rivolta popolare dei “disoccupati organizzati” di Napoli, una rivolta degli esclusi su cui Guido Bolaffi aveva svolto riflessioni esaustive sotto il profilo politico-sociale già vent’anni fa (Bolaffi 1998). Un ciclo di malcoltento verso misure assistenziali insufficienti, come sono per definizione le misure assistenziali, porrebbe fine alla luna di miele tra Mezzogiorno e Movimento Cinque Stelle.

La seconda considerazione è che nel Centro Nord si creerà uno spazio politico antigovernativo, filoeuro e nuovamente autonomistico, che porrà in questione la linea della Lega di Salvini e quella assistenzialistica dei Cinque Stelle. La “rivolta degli esclusi”, insufflata dai vincitori delle elezioni del 2018, si rivolterà ben presto contro le loro linee politiche e programmatiche e soprattutto contro l’incapacità-impossibilità di realizzarle.

La considerazione conclusiva è amara. Dovremo attraversare una fase politica che metterà da parte temi su cui siamo già in orribile ritardo. Sono i temi della riduzione della spesa, come auspicato da Giavazzi e Alesina nei loro interventi sul Corriere della Sera, della riforma del welfare, come risulta necessario per contrastare le catastrofiche tendenze demografiche in atto, della nuova politica per la famiglia, come auspicato da tutti e praticato da nessuno, e della riduzione-riforma del carico fiscale, come auspicato da Forza Italia, dalla Lega e recentemente, con argomentazioni assai convincenti, da Mauro Maré e Nicola Rossi (Maré e Rossi 2018).

Se queste riflessioni hanno qualche fondamento, a nostro giudizio la questione Meridionale, ma anche quella nazionale, oggi è questione di autonomia responsabile. Si noti che in italiano non esiste neppure l’equivalente di accountable, ossia di quella parola inglese che significa allo stesso tempo responsabile e tenuto a rendere conto, ossia responsabile di una funzione che deve rendere conto a qualcuno, nel caso nostro all’elettore-cittadino. Ossia di ricondurre tutti i livelli di governo alla responsabilità che chi viene eletto per governare deve dimostrare a coloro che lo eleggono, mentre le scelte degli elettori a loro volta devono essere responsabili della selezione del personale politico. La chiave di volta di questo processo di reciproca responsabilizzazione è il federalismo fiscale, tema abbandonato da anni dopo che è stato invocato con insistenza pari all’incapacità di comprenderne il significato e i principi.

Solo quando in Sicilia gli elettori sapranno che sono loro i soldi che gli eletti sperperano in opere inutili o con cui pagano stipendi inutili, ci sarà una responsabilizzazione nel voto e non ci sarà voto di scambio o voto “utile” nel senso delineato in questo articolo. Ciò non significa che debba venir meno la funzione redistributiva dello Stato nazionale, che anzi andrebbe esplicitata anch’essa con responsabilità precise e con risultati misurabili di fronte all’elettorato nazionale.

Riferimenti

  • Pierluigi Basile (2010), “Per l’Autonomia, contro la partitocrazia. L’autonomismo sicilianista di Silvio Milazzo”, Diacronie Studi di Storia Contemporanean. 3, 2010. http://www.studistorici.com/2010/07/30/basile_milazzo_dossier_3/ 
  • Guido Bolaffi (1998), “Idee nuove e vecchi vizi”, La Repubblica, 22 marzo 1998.
  • Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali (2017), Sesto Rapporto 2017 alla Camera dei Deputati, La regionalizzazione del bilancio previdenziale: modalità di finanziamento e prestazioni. Andamenti entrate, uscite, saldi e tassi di copertura dal 1980 al 2015, Roma 2017.
  • Alessandro Di Battista (2018), “Ecco perché il Movimento fa paura ai partiti e alle lobby”, Il blog delle stelle,  https:/2018/01/ecco_perche_il_movimento_fa_paura_ai_partiti_e_alle_lobby.html. 
  • Felice Chilanti (1959), Ma chi è questo Milazzo?, Parenti Editore 1959.
  • Mauro Marè, Nicola Rossi (2018), “Le ragioni di una reale riforma del sistema fiscale”, Il Corriere della Sera,10 marzo 2018.
  • MEF-Ragioneria Generale dello Stato (2018), “La spesa statale regionalizzata. Stima provvisoria”, Studi e pubblicazioni, Roma 2018.
  • Silvio Milazzo (1950), Sulla riforma agraria in Sicilia. Discorso pronunziato all’Assemblea Regionale Siciliana a conclusione della discussione generale sul progetto di legge di riforma agraria, Grafiche Renna, 1950.
  • Francesco Raniolo (2007), “Sindaci forti, consiglieri mobili, partiti omnibus. Sul ciclo politico-elettorale siciliano (1988-1998)”, Quaderni di Sociologia, n. 43 2007.

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