12
Feb
2018

I sette peccati capitali dell’economia italiana

Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia? (Marion, Il cielo sopra Berlino)

Peccare è umano, perseverare è diabolico. Potrebbe forse essere questo il sottotitolo del nuovo libro di Carlo Cottarelli, I sette peccati capitali dell’economia italiana (Feltrinelli, 2018, € 15) ossia evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia, lentezza della giustizia, crollo demografico, divario tra nord e sud, difficoltà a convivere con l’euro.

Questi sette peccati vengono stigmatizzati sia per la gravità del loro ripercuotersi sulla salute dell’economia nazionale nonché sul patto di convivenza tra i cittadini sia per la persistenza del nostro peccare ormai da troppi anni: non c’è più tempo, dice Cottarelli, e se lo dice un ex funzionario del Fondo monetario internazionale, cioè quei signori che, per usare una felice similitudine dell’autore, poi arrivano come i pompieri in emergenza a spegnere il fuoco di paesi in autocombustione economica ma che, per entrare, devono spaccare porte, finestre e mobili, cosa aspettiamo a credergli?

Il libro di Cottarelli è, innanzitutto, anticonvenzionale, cioè si sottrae ad ogni etichettatura, di destra, di sinistra, progressista o conservatore, categorie tanto facili quanto, spesso, superficiali che piacciono all’informazione nostrana e ancor più alla vulgata politica. Si tratta, infatti, di una serie di sintetiche e chiare analisi e riflessioni che bene si inseriscono nel dibattito più razionale e sincero che si possa fare, oggi, su quelli che sono i temi veri che il nostro paese deve affrontare: rispettare o no i patti con l’Europa, pro o contro l’economia di mercato, pro o contro l’iniziativa privata, pro o contro la concorrenza, pro o contro la crescita e la produttività, e via di questo passo. Il libro non offre ricette preconfezionate ma dati attendibili e documentati, deduce ed elabora pragmaticamente e con buonsenso possibili soluzioni o consigli per non peccare più.
Nel capitolo centrale sul crollo demografico dell’Italia – non a caso, credo, perché davvero è un problema centrale per il nostro futuro – Cottarelli sottolinea come la politica dei bonus di questi ultimi 20 anni non sia stata altro che un grande ed inutile spreco di risorse.

Per tutti i peccati descritti si fa il nome del peccatore e questa franchezza spicca in un clima, quale quello attuale, dove tutti giocano un po’ a nascondino. Le posizioni di retroguardia dei principali organismi di rappresentanza dell’avvocatura italiana sono stati, in questi anni, senza dubbio corresponsabili della endemica lentezza dei processi. I cittadini del sud Italia non hanno più scuse per smarcarsi dalla loro corresponsabilità per il terribile declino che li colpisce da troppo tempo, ed è abbastanza coraggioso che l’autore lo dica ora che persino la Lega ha deciso di smettere di scuotere gli animi e l’orgoglio di un sud sempre più silente e rassegnato: sarà che ci era sfuggito che Salvini is the new Andreotti e allora il sud continuerà a servire solo come mero bacino di voti.

Cottarelli propugna la linea del rigore assoluto in tema di corruzione e sicuramente ravvisa qualche buon cambiamento in questo senso, ad esempio in tema di legislazione sugli appalti. Si riporta al centro del dibattito il peccato dell’eccesso di burocrazia e di burocrati che sembra, peraltro, un argomento pressoché sparito dall’attuale campagna elettorale, sarà che i tanti, troppi burocrati votano: ma che credibilità può avere un paese che non riesce nemmeno a stimare con esattezza il numero abnorme delle proprie leggi? Però le leggi non bastano, anzi, purtroppo le leggi sono spesso la malattia, non la medicina. C’è un filo rosso che tiene insieme tutto il libro ed è il concetto di capitale sociale. L’italiano, dice Cottarelli, è individualista. Si tratta dell’individualismo ipocrita del farla da furbo, della doppia morale di chi fa il nero e paga la mazzetta per avere una licenza edilizia e poi prega ed impreca perché lo Stato intervenga ad abbassare le tasse e lo liberi dai lacciuoli della burocrazia. E’ il capitale sociale che manca agli italiani e cioè quell’insieme di regole che facilitano la collaborazione all’interno dei gruppi o tra di essi, tutte quelle cose, dice l’autore, che servono ad internalizzare gli effetti del comportamento individuale sul resto della società. Perché, come scriveva Bruno Leoni, “Il diritto e le leggi si possono generare anche facendo riferimento alla collaborazione spontanea di tutte le persone interessate, senza ricorso alle decisioni di gruppo, senza ricorrere a decisioni imposte da maggioranze variabili e dispotiche. Tale sistema è in grado di garantire quella libertà individuale che nel mondo di oggi sembra sempre più destinata ad affievolirsi”.

Insomma l’italiano è individualista ma non è libero, si crede furbo ma è un suddito. E’ allora necessaria una profonda autocritica e una svolta per tutti, perché non c’è più tempo. Chissà se qualcuno si prenderà la briga e la responsabilità di dircelo in faccia: per ora, purtroppo, non si vede nessuno all’orizzonte..

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