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22
Gen
2018

Salute e proprietà intellettuale: un falso dilemma—di Serena Sileoni e Philip Stevens

L’Organizzazione mondiale della Sanità torna ad occuparsi di proprietà intellettuale e accesso alle cure. Se ne discuterà ancora nell’executive board che si terrà a Ginevra a fine gennaio (http://apps.who.int/gb/ebwha/pdf_files/EB142/B142_1-en.pdf). Non è un argomento nuovo: sono trent’anni che si ragiona del rapporto tra i due interessi: da un lato, il diritto fondamentale alle cure, dall’altro, il diritto di proprietà intellettuale.

 

In una certa retorica, i due aspetti sono vissuti come conflittuali: la tutela dei brevetti rappresenterebbe un ostacolo, per quanto temporalmente limitato, alla diffusione e ad un accesso meno costoso ai medicinali. Una retorica che non coinvolge solo le istituzioni internazionali: l’Antitrust italiana ha da poco elaborato la figura dell’abuso di posizione dominante da eccesso di prezzo. Al di là del caso specifico e della decisione dell’Autorità, la notizia è circolata non senza enfasi della contrapposizione tra diritto alla salute e profitti derivanti dallo sfruttamento della proprietà intellettuale. Un ragionamento del genere, tuttavia, trascura il fatto che la tutela della proprietà intellettuale non è funzionale solo alla soddisfazione di un interesse economico del titolare, ma anche – in questo settore più che mai – alla ricerca scientifica, che a sua volta è imprescindibile allo sviluppo e alla scoperta di nuove e migliori cure. Se non si potesse fare affidamento sul fatto che anni di ricerca possano generare frutti e utilità, non si avrebbe alcun incentivo a investire le ingenti risorse necessarie, talmente ingenti che nessun sistema sanitario pubblico può permettersele.

A ben vedere, non è la proprietà intellettuale che ostacola l’accesso ai farmaci. Nell’esperienza contemporanea, le principali minacce a questo diritto fondamentale sono infrastrutture sanitarie di dubbia qualità e scarsità di risorse, anche umane.

L’India, che ospita 3.000 case farmaceutiche e 10.500 fabbriche di far
maci, fa fatica a rendere disponibili anche i medicinali di base ai suoi cittadini. Un recente sondaggio ha mostrato che a New Delhi le medicine essenziali sono disponibili solo in un quarto delle strutture governative statali, che sono la fonte primaria di farmaci gratuiti per la maggioranza della popolazione a basso reddito. Le cose non vanno meglio nell’Africa sub-sahariana, dove le cliniche e le farmacie spesso non riescono ad immagazzinare medicine di base come gli antibiotici.
Anche i farmaci meno costosi fuori brevetto sono inaccessibili alla maggioranza delle persone in India e in Africa. Un singolo inalatore per l’asma può costare come il salario di 50 giorni in Mozambico, mentre in India può costare come il salario di 2,3 giorni per il lavoratore governativo più pagato.
Questi prezzi sono insostenibili per la maggior parte delle persone e sono aggravati dall’incapacità, nei paesi in via di sviluppo, a creare modelli di assicurazione sanitaria funzionanti, sia pubblici che privati. Questa incapacità porta ogni anno, ad esempio, alla caduta in povertà di 63 milioni di persone, a causa dei costi sanitari. Ciò accade raramente nei paesi OCSE.
Anche se le medicine fossero fornite gratuitamente, non sarebbe di aiuto, qualora il sistema sanitario non fosse in grado di consegnarle. Ci sono solo 0,7 medici per 1000 abitanti in India, ben al di sotto dei 3 a 4 osservati nella maggior parte dei paesi ad alto reddito. Le cose vanno ancora peggio in Africa: la maggior parte dei paesi non registra dati, ma in Zambia e Zimbabwe, due paesi che lo fanno, si tratta rispettivamente di 0,2 e 0,1 medici ogni 1000 abitanti.
Sono statistiche terribili, ed è improbabile che migliorino mentre i governi spendono così poco per la salute. Nel 2001, 189 governi africani si sono impegnati a spendere il 15% della spesa pubblica totale per la salute, l’importo minimo raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Solo il Ruanda, il Botswana, lo Zambia e il Togo hanno raggiunto questo impegno. L’India, nel frattempo, spende solo un misero 4,3% della spesa pubblica in salute – una somma ben lontana dall’obiettivo minimo.
E’ quindi che l’OMS perda tempo e energie sulla vecchia e sterile querelle proprietà intellettuale/accesso ai medicinali, se solo si pensa agli enormi problemi sanitari che affliggono i paesi, particolarmente quelli in via di sviluppo, dove manca una minima assistenza sanitaria, vi sono problemi enormi di crescita demografica e invecchiamento, le condizioni igienico-sanitarie consentono il proliferarsi di malattie endemiche come ebola, i virus diventano resistenti agli antibiotici, etc.
L’Organizzazione formula continuamente consigli discutibili, ad esempio favorendo il divieto delle sigarette elettroniche, nonostante l’aspettativa che possano essere utili a smettere di fumare, o omettendo le evidenze scientifiche delle sue raccomandazioni sul rischio di cancro provocato dal glifosato.
L’OMS è il primo e unico vero attore globale nella prevenzione della diffusione delle malattie infettive, e sarebbe preferibile che si concentri su questo compito, che invece negli anni ha dimostrato di non portare avanti in maniera adeguata: ha reagito con lentezza alla pandemia di ebola in Africa nel 2014, è scarsamente presente nei paesi in via di sviluppo, dove invece sarebbe necessario un rapido intervento, mentre la maggior parte del suo personale gode di una qualità della vita molto elevata a Ginevra, città sede l’Organizzazione.
L’insediamento del nuovo direttore generale Tedros Adhanom nel 2017 avrebbe potuto essere una buona notizia. Adhanom è stato eletto promettendo sia una riforma organizzativa dell’OMS, sia di porre maggiore attenzione sulle questioni essenziali, piuttosto che concentrarsi in modo ambiguo e fumoso su dozzine di diverse problematiche.
Per prima cosa, invece, il neodirettore ha nominato 14 vice direttori generali e assistenti per ogni tipo di problematica, e Robert Mugabe ambasciatore di buona volontà!
L’OMS dovrebbe smettere di lasciarsi distrarre da questioni politiche come la proprietà intellettuale, che non migliorerà la vita delle persone, e concentrarsi sui problemi di salute che contano veramente. Gli Stati membri hanno il dovere di garantire che la nuova direzione sfrutti al meglio le sue scarse risorse rimanendo concentrata sulle questioni in cui l’Organizzazione può davvero fare la differenza.
Serena Sileoni è Vice Direttore General dell’Istituto Bruno Leoni. Philip Stevens è direttore di Geneva network.

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