3
Gen
2018

Casa dolce casa—di Glenn Regis

Una coppia di Alghero decide di mettere a disposizione tramite AirbnB una stanza della propria casa in modo da ricavarne una fonte secondaria di reddito, ma tra nuovi vincoli e adempimenti la loro diventa un’odissea. Tanto da essere costretti a rinunciare.

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Glenn Regis.

Ogni anno per Natale torno nella mia città di provenienza, Alghero, nota meta turistica sarda per le vacanze estive. Il fatto che questa città viva essenzialmente di turismo farebbe supporre che anche le istituzioni e le regole siano adatte per semplificare la vita a chi voglia fare impresa ed offrire servizi per i turisti. Tuttavia, quest’anno, oltre al piacere del ritorno, si è unito lo stupore e un pizzico di rabbia per l’ennesima prova che proprio così tourist-friendly Alghero non è. Non che sia una sorpresa per un paese pieno di contraddizioni come l’Italia, ma la vicenda che mi appresto a raccontare offre uno spaccato decisamente desolante del livello degli ostacoli che vengono posti innanzi a chi ha voglia di offrire servizi in cambio di un modesto ritorno per sé e per la propria famiglia.

I protagonisti di questa storia sono dei miei amici, marito e moglie, che hanno deciso nel corso dell’ultimo anno di mettere a disposizione tramite AirbnB una stanza all’interno della propria casa in modo da ricavarne un’utile fonte secondaria di reddito. Dal punto di vista della regolamentazione, prima di marzo 2017, la situazione era ancora poco chiara: AirbnB non era coperto da nessun contenitore giuridico e dunque per essere in regola bastava recarsi al comune di Alghero, iscriversi al registro, e fornire della documentazione non irrilevante ma tutto sommato accettabile. Alla fine della fiera, al Comune non interessava altro che incassare la tassa del turista.

Tuttavia, a febbraio 2017, l’istituzione di uno sportello unico che svolge la funzione di interlocutore unico tra Regione e mondo imprenditoriale non solo ha determinato una riorganizzazione e un conseguente accentramento delle competenze presso la regione Sardegna (se la ragione è razionalizzare e tagliare i costi, ben venga), ma anche un aggravio negli adempimenti da parte dei privati, come nel caso di chi si trovava a gestire qualche spazio con AirbnB. Questo, per i tanti che avevano nutrito speranze di arrotondare uno stipendio o costruirsi una fonte di reddito secondario, ha significato lo scontrarsi con una nuova burocrazia farraginosa e contorta ed il tutto ad un costo economico molto elevato.

Senza pretesa di esaustività, la nuova legge obbliga chi desideri utilizzare AirbnB (ma anche altre piattaforme) a rientrare nella moderna, snella e flessibile categoria giuridica del Bed & Breakfast, che attinge da leggi regionali del 1998 e del 2013. Da una regione che vive di turismo come la Sardegna ci si aspetterebbe che i principi ispiratori siano la semplicità burocratica, il riconoscimento della libertà individuale di chi fa impresa o ha un’attività, e un’ attitudine amministrativa vicina da una parte al privato e dall’altra al turista che vuole avere dinnanzi la più ampia scelta possibile di servizi. La Sardegna ovviamente vuole dimostrarsi all’avanguardia in termini di turismo, motivo per cui da quel momento in poi chiunque volesse fare l’host di Airbnb sarà obbligato a:

  • Fornire una planimetria catastale dei locali in formato DWF, sottoscritta da un tecnico abilitato
  • Versamento di €70 al comune di Alghero
  • Fornire la colazione in presenza di un componente del nucleo familiare, colazione la quale dovrà essere composta in prevalenza da prodotti tipici e tradizionali della Sardegna (tutti chiaramente preconfezionati)
  • Comunicare preventivamente e solo per comprovate esigenze la sospensione temporanea del servizio e per un periodo non superiore a 6 mesi
  • Non appoggiarsi ad alcun servizio esterno
  • Chiudere per almeno 60 giorni l’anno.

Ovviamente vi è una lunga serie di scartoffie da compilare (ben 28 pagine), da presentare con firma digitale e PEC, scritte in legalese, che mi convincono sempre di più di aver fatto la scelta giusta quando ho lasciato questo Paese poco più di un anno fa (certificazioni anti-mafia, certificazioni sul ‘possesso dei requisiti morali TULPS’ (Art. 11 del regio decreto 1931), certificati di agibilità e conformità degli impianti elettrici sottoscritte da tecnici abilitati). Il tutto coronato ovviamente dagli ennesimi adempimenti obbligatori che, con la scusa della sicurezza, erodono progressivamente i nostri spazi di privacy: da una parte l’obbligo di comunicare alla questura le generalità dei propri ospiti entro 24 ore dal loro arrivo, pena addirittura l’arresto fino ai 3 mesi, e dall’altra la comunicazione obbligatoria dei dati al SIRED per fini statistici. Il povero privato, non ancora provato abbastanza, dovrà adempiere l’obbligo di comunicazione dei prezzi applicati relativi ai due semestri dell’anno (minimi e massimi). Vorrei giusto ricordare al lettore che molte di queste pratiche hanno un costo non indifferente.

La famiglia della nostra storia, che prima della riorganizzazione legislativa aveva investito un piccolo capitale nel rifacimento della propria casa, ormai persa nei meandri burocratici della questione, ha deciso infine che il gioco non valeva la candela. Probabilmente l’iniziativa avrebbe iniziato ad acquisire un valore economico qualora si avesse avuto a disposizione un elevato numero di locali. Tuttavia, dopo una rapida analisi costi benefici, hanno deciso di chiudere l’AirbnB, rifiutandosi di avere a che fare con una legislazione che ricorda da vicino quella di alcuni paesi socialisti. Nel loro piccolo, questa famiglia rappresenta migliaia di famiglie sarde, e italiane, eccitate per le opportunità che la tecnologia porta con sé ma scoraggiate da una burocrazia che erode i loro profitti e calpesta i loro diritti. Se la regione Sardegna ha intenzione di essere competitiva sul piano turistico dovrebbe eliminare tutte questi ostacoli controproducenti alla libera iniziativa dei piccoli privati e smettere di strizzare l’occhio alle potenti lobby alberghiere, incapaci di rinnovarsi nel loro modello di business, che hanno tutto l’incentivo a scoraggiare il progresso e la disruption che le ultime tecnologie offrono ai consumatori e a coloro che sperano di offrire un servizio con trasparenza e semplicità.

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3 Responses

  1. DDDPP

    Grande descrizione a effetto. Complementi!
    Mi sembra tuttavia che l’obiettivo del suo sdegno sia errato.
    La PA, nelle sue articolazioni locali e regionali, ha correttamente interpretato il proprio ruolo e quello dei politici suoi referenti.
    Da un lato ha costruito i presupposti per la propria crescita o comunque mantenimento delle proprie prerogative, dall’altro, attraverso il finissimo strumento della complicazione burocratica, ha creato i presupposti affinchè il suddito si debba rivolgere con il cappello in mano ai politici per ottenere il favore di esercitare non un diritto, ma una concessione feudale.

  2. Tenerone Dolcissimo

    Stupendo articolo. Resta da capire come si concili con l’appoggio che questo sito ha dato a mariomonti e ad altri statalisti pari suo

  3. Roberto

    Tutto tragicamente noto.
    Comunque in tante parti del Sud Italia le suddette difficolta` le hanno sempre superate …a modo loro

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