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28
Dic
2017

Il riconoscimento del caregiver familiare tra buone intenzioni e discriminazione

Un fondo ministeriale per il sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare con una dotazione iniziale di 20 milioni di euro; e il rischio è che, alla fine, siano le donne a restare in casa ad accudire marito e figli.

In un libro pubblicato nel 2009 (L’Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani), Alberto Alesina e Andrea Ichino sostenevano che la produzione familiare italiana, ovvero quella realizzata all’interno delle mura domestiche e non registrata dal PIL, fosse superiore a quella degli altri Paesi occidentali e, per questo motivo, l’Italia fosse più ricca di quanto comunemente si credesse. Gli stessi autori facevano notare come questo fatto avesse delle controindicazioni, tra cui la disparità fra le condizioni di lavoro della donna e quelle dell’uomo.

Forse nel frattempo qualcosa è cambiato all’interno delle mura domestiche delle giovani coppie: forse più uomini accettano di buon grado di stendere i panni e più donne partecipano attivamente al mercato del lavoro. E’ difficile trovare dati attendibili sulla propensione degli uomini a stendere i panni e preparare torte. Meno difficile è rilevare l’occupazione femminile. Purtroppo, la realtà non è cambiata granché: a giugno 2017 il tasso di occupazione femminile aveva raggiunto il 48,8% contro il 46% del 2009: il più basso tasso in Europa dopo quello della Grecia.

Eppure l’Italia fatta in casa ha ancora i suoi sostenitori tra chi ci governa. Un’ultima prova si trova nell’ultima legge di bilancio, in cui un emendamento approvato il 27 novembre scorso crea il fondo per il sostegno del ruolo del caregiver familiare: “è istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali un fondo per il sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare con una dotazione iniziale di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020”.

A cosa serve il fondo? “Il fondo è destinato alla copertura finanziaria di interventi legislativi finalizzati al riconoscimento del valore sociale ed economico dell’attività di cura non professionale del caregiver familiare”. In altre parole, non si sa ancora che fine faranno questi soldi.

Di sicuro però serviranno a tutelare l’Italia fatta in casa. Il caregiver familiare, infatti, viene definito come la persona che assiste un familiare convivente entro il secondo grado (nei soli casi indicati dall’articolo 33 comma 3 della legge 104/1992, anche di un familiare entro il terzo grado) che sia riconosciuto invalido in quanto bisognoso di assistenza globale e continua di lunga durata o sia titolare di indennità di accompagnamento ai sensi della legge 18/198.

È facile presumere che il caregiver familiare convivente sarà il più delle volte una donna. Si tutela davvero il caregiver familiare, riconoscendo e incentivando un’attività di cura non professionale e gratuita che difficilmente consente di avere contemporaneamente un’occupazione? Probabilmente no. Il rischio è piuttosto quello di incentivare, seppure indirettamente, la propensione tipicamente italiana a fare in modo che le donne restino in casa ad accudire marito e figli, con conseguenze spiacevoli per l’economia nazionale e per le donne stesse.

@paolobelardinel

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