26
Dic
2017

Consigli di lettura per feste natalizie e per il 2018 / parte seconda

Da Winston Churchill alla Montessori, da Richard Pipes a Leonardo Sciascia. Ecco la seconda e ultima parte delle nostre proposte per queste vacanze natalizie e per l’anno che verrà. Buone feste, buon 2018 e buone letture!

Winston Churchill (Edited by David Carradine), Blood, Toil, Tears and Sweat: The Great Speeches.(London, Penguin Classics, 2007, £16,83)
La lunga rincorsa di Sir Winston per tornare al centro della scena culturale e politica del nostro tempo è cominciata già con la prima stagione di The Crown, trasmessa tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017: la serie TV sulla Regina Elisabetta II, prodotta da Netflix, si illuminava sempre quando John Lithgow impersonava l’anziano primo ministro e l’episodio sul controverso ritratto di Sutherland è una delle più intense dell’intera stagione. A metà del 2017 lo spirito del British Bulldog echeggiava nel gran finale del film di Christopher Nolan, Dunkirk. Il 2018 si aprirà invece con Gary Oldman nei panni di Churchill nel momento più difficile della sua carriera (L’ora più buia, Universal Picture, regia di Joe Wright). E’ il momento migliore quindi per farsi trovare preparati e riprendere questa classica antologia dei discorsi del più famoso politico britannico facendosi condurre per mano dal periodo dei primi passi come Member of Parliament, attraverso i primi incarichi di governo, la tempesta della seconda guerra mondiale e la lungimirante difesa della libertà contro il pericolo del regime totalitario comunista degli ultimi anni di carriera politica.
L’introduzione di David Carradine restituisce il senso dell’impegno e del duro lavoro che stava a supporto di tutti i discorsi di Churchill che, per riuscire così magistralmente nell’arte oratoria, ha saputo superare difficoltà personali con una passione che costituisce uno straordinario esempio di forza di volontà. Al di là dei discorsi più famosi del periodo della guerra, il libro consente di apprezzare il senso delle istituzioni e la visione del sistema democratico che ha animato Churchill (The Gift of England: 28-44, sulla costituzione del Transvaal dopo la vittoria nelle Guerre Boere), la continua attenzione ai dati, ai dettagli e alla necessità di lavorare per prepararsi per tempo contro le possibili avversità (We are vulnerable: 107-113; The Locust years: 114-128) oltre che il richiamo alla difesa della libertà e della democrazia, contro il crescente pericolo del regime totalitario comunista (An aggressive and predatory form: 85-92; The Iron Curtain: 295-308). Resta incastonato come un gioiello nella corona e merita una speciale menzione, infine, il discorso in memoria di Neville Chamberlain (An English Worthy: 193-200) in cui Churchill restituisce, a chi ascolta la sua voce, il senso della Storia e del giudizio che su ciascun individuo di noi grava al termine della propria esistenza.
Nel ripercorrere la parabola straordinaria della carriera politica di Churchill questo libro ci ricorda che, se è vero che il destino degli individui e dei popoli è spesso determinato dai capricci del caso, è sempre necessario farsi trovare preparati lavorando su se stessi e sulle proprie convinzioni, studiando, approfondendo, dubitando e scegliendo comunque, con coraggio e determinazione, da che parte stare nel grande gioco della Storia.
– Carlo Amenta (Senior Fellow IBL)

Veronica De Romanis, L’austerità fa crescere – Quando il rigore è la soluzione.
(Venezia, Marsilio, 2017, € 16)
Veronica De Romanis propone un’idea di “austerità” controcorrente rispetto alla narrazione politica che vanta le virtù del deficit spending e nega la compatibilità tra sviluppo economico e rigore della finanza pubblica. L’originalità della posizione dell’autrice emerge sotto un duplice profilo: da un lato, nella definizione del concetto austerità; dall’altro, nel metodo utilizzato per dimostrarne gli impatti.
Quanto al primo profilo, l’economista critica l’accezione negativa in cui il concetto è stato inteso negli ultimi anni. In conformità a quanto affermato da Mario Draghi, De Romanis spiega che non esiste un unico modello di austerità, quindi essa può sortire esiti diversi. Ce n’è una “buona”, idonea a indurre un effetto espansivo sull’economia, in quanto sostenuta da un piano di riforme strutturali, da una riduzione del carico fiscale e dalla ricomposizione della spesa verso investimenti e infrastrutture; e una “cattiva” che, invece, è recessiva e dannosa, perché imperniata sull’aumento delle tasse, attuali e future, con una scarsa attenzione alla riduzione della spesa corrente. Più in generale, l’austerità andrebbe correttamente definita come “trasparenza circa l’utilizzo delle risorse pubbliche (cioè dei contribuenti), rispetto degli impegni presi in sede internazionale e salvaguardia delle future generazioni”. In questo senso, essa rappresenta lo strumento per togliere alla politica il potere della spesa pubblica come leva del consenso e, conseguentemente, per restituire potere ai cittadini.
Quanto al secondo profilo, De Romanis utilizza un metodo evidence based per dimostrare l’inconsistenza degli slogan populistici secondo i quali l’austerità avrebbe aggravato le conseguenze della recente crisi economica, mentre le politiche anti-austerità stimolerebbero automaticamente la crescita. Dati empirici ed esperienze concrete dimostrano, infatti, che i Paesi con un maggiore ammontare di spesa pubblica non hanno ottenuto un maggiore sviluppo economico; invece, crescono di più i Paesi che negli ultimi anni hanno implementato l’austerità “buona”, tagliando spese improduttive. Il concetto di austerità e, dunque, di rigore nell’osservanza degli obblighi assunti, è strettamente legato a quello di responsabilità. Più spesa pubblica significa più disavanzo, quindi, più debito lasciato alle generazioni future e minori margini per misure di solidarietà verso le categorie fragili: politici responsabili dovrebbero, pertanto, essere propensi a fare austerità “buona”, per acquistare credibilità presso i cittadini.
Il libro può rappresentare un faro per la classe politica nazionale, tanto incline a fare promesse elettorali quanto poco puntuale nel trovarne le coperture; nonché una guida per chiunque voglia comprendere le politiche economiche praticate nel passato e quelle desiderabili per il futuro. Dunque, è lettura indicata per iniziare con i migliori auspici l’anno che verrà.
– Vitalba Azzolini (Collaboratrice LeoniBlog)

Paul Frijters e Gigi Foster, An Economic Theory of Greed, Love, Groups and Networks. (Cambridge, Cambridge University Press, 2013, £25,99)
In questo libro, Frijters e Foster presentano degli argomenti a favore di un ampliamento della nostra idea di Homo Oeconomicus, affinché essa possa includere molti tratti fondamentali della nostra quotidianità, che sfuggono alla definizione più diffusa di agente razionale e sui quali fanno leva i detrattori dell’economia classica, nel tentativo di rifondare la disciplina su basi più qualitative che quantitative.
Il volume, scorrevole ma stimolante, racconta dei comportamenti che caratterizzano il nostro passato e il nostro presente, riscrivendo e rafforzando il ruolo giocato dalla razionalità umana.
Lo spunto più interessante del testo è una teoria della genesi dell’amore, che indaga come nasca quel sentimento che può persino portare all’annullamento di sé, a vantaggio del prossimo.
Una sezione dopo l’altra, gli autori espongono la propria tesi, applicandola a ogni aspetto rilevante della vita pubblica: la famiglia, il luogo di lavoro, le istituzioni democratiche, i mercati finanziari; senza tralasciare una parte finale dedicata alla formalizzazione matematica delle loro idee.
Al termine della lettura si scopre di avere a disposizione uno strumento in più per comprendere il mondo e chi lo abita, soprattutto sé stessi.
Alessandro D’Amico (Collaboratore LeoniBlog)

Gigerenzer, G., Todd, P. M., & ABC Research Group, Simple heuristics that make us smart.
(Oxford, Oxford University Press, 1999, $ 22,05) 
Quest’anno il Nobel per l’economia è andato a Richard Thaler per il suo contributo all’economia comportamentale. I suoi lavori, insieme a quelli di Cass Sunstein, ci ricordano, sulla scia di Herbert Simon prima, e Daniel Kahneman poi, che le persone non decidono sempre per il loro meglio e che semplici manipolazioni dell’ambiente in cui vivono potrebbero aiutarli a prendere una decisione più coerente con le loro preferenze.
Premesso che la maggior parte delle decisioni che prendiamo si basa su intuizioni velocissime più che su attente riflessioni, l’impostazione di Thaler (il nudging) si basa sull’osservazione che tali intuizioni sono disturbate da distorsioni cognitive che ci portano a commettere errori in maniera sistematica e non casuale. Gigerenzer e Todd ci ricordano invece che la maggior parte delle nostre intuizioni sono ottimali e che alcune delle incoerenze che osserviamo non sono tali da una prospettiva di razionalità ecologica. Questo vale per gli ambiti decisionali più variegati: dalla finanza alla ricerca del partner.
Paolo Belardinelli, (Research Fellow IBL)

Maria Montessori, La mente del bambino. (Milano, Garzanti, 2017, € 12,75)
& Maria Montessori, Il segreto dell’infanzia. (Milano, Garzanti, 2017, € 16,80)
Cosa hanno in comune i fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page, Jeff Bezos di Amazon, Jimmy Walls, ideatore di Wikipedia e Bill Gates fondatore di Microsoft? Tante cose, probabilmente, ma una davvero speciale e cioè che hanno tutti fatto parte di una scuola Montessoriana. Tanto che il Wall Street Journal, qualche anno fa,  la definì la “mafia Montessori”: una “mafia”, in questo caso, di cui gli italiani dovrebbero essere davvero orgogliosi. Se non fosse che in Italia Maria Montessori è stata pressoché dimenticata. E ce lo dicono i numeri delle scuole montessoriane nel mondo: in Germania sono  1.140 scuole , nel Regno Unito 800 , nei Paesi Bassi 220 , negli Stati Uniti circa 4.500 mentre in Italia, patria della illustre scienziata, sono solo 150. Da qualche anno tra i top manager internazionali ed i guru della politica, va di moda frequentare i corsi di “design thinking” per esempio della Stanford University (https://dschool.stanford.edu) che prende a piene mani dal metodo montessoriano. Non  so se esista qualcosa di simile nelle università nostrane. D’altro canto, l’offerta educativa del nostro paese risulta essere così limitata ed obsoleta, perché è pressochè esclusivo monopolio dello stato che osteggia tanto da impedire, nei fatti, il nascere di percorsi didattici alternativi. Questo grande limite è il sintomo, purtroppo, della grande difficoltà degli italiani a progettare il loro futuro : forse ricordare e rileggere Maria Montessori potrebbe esserci di aiuto.
Gemma Mantovani (Collaboratrice LeoniBlog)

Pipes Richard, Il regime bolscevico. Dal terrore rosso alla morte di Lenin.
(Milano, Mondadori, 1999, € 24,90)
Gli anniversari di importanti fatti storici dovrebbero servire, anzitutto, per approfondirne conoscenza. Di regola, invece, succede l’opposto. Sembra quasi che gli anniversari, al contrario, servano proprio a rafforzare e diffondere interpretazioni sbagliate o comunque fuorvianti di quegli stessi avvenimenti ai quali si riferiscono. A questa triste regola non ha fatto eccezione il recente centenario della c.d. Rivoluzione d’Ottobre. Complici anche le note semplificazioni dei social network, il recente anniversario del rovesciamento del regime zarista ha visto consolidare diversi equivoci, che snaturano la reale portata di quegli accadimenti specie sul piano della storia delle idee. La convinzione che il comunismo sia una buona idea attuata male si è, insomma, dimostrata incredibilmente molto radicata. Nel nuovo anno, può, quindi essere utile rimettere mano a un grande classico della storiografia di quel periodo. Il regime bolscevico. Dal terrore rosso alla morte di Lenin di Richard Pipes, per quanto ormai datato, rappresenta infatti un ottimo punto di riferimento per fare la dovuta chiarezza sulle premesse ideologiche che hanno mosso i bolscevichi. “Il fallimento del comunismo che dal 1991 non è più in discussione, essendo stato ammesso persino da dirigenti dell’ex Unione Sovietica, è spesso imputato all’incapacità degli esseri umani di realizzare i loro presunti ideali. Anche se l’impresa è fallita, sostengono gli apologeti, aveva nobili aspirazioni, e il tentativo è stato fruttuoso; e a conferma della loro tesi ritengono di poter citare il poeta romano Properzio: ‘In magnis et voluisse sat est’, ‘nelle cose grandi già volere è sufficiente’. Ma era davvero grande un’impresa a tal punto contraria ai comuni desideri degli uomini che per perseguirla si dovette ricorrere a metodi tanto inumani?” Evidentemente no.
Luigi Ceffalo (Fellow IBL)

Salvatore Rossi, Processo alla finanza.
(Roma-Bari, Laterza, 2013, € 7,99)
Salvatore Rossi, Direttore generale della Banca d’Italia, lancia con questo piccolo saggio una sfida: istruire un vero e proprio processo alla finanza, con tutte le garanzie procedurali, in cui si dia equamente la parola all’accusa e alla difesa. Dopo che il mondo intero è stato colpito da una gravissima crisi i cui postumi sono ancora ben visibili, sono scaturite accuse nei confronti dei banchieri, delle banche e della finanza in generale. Tali accuse a volte scaturiscono da analisi tecnicamente motivate ed equilibrate, altre volte assumono la veste di vere e proprie invettive senza alcun fondamento logico. Secondo l’autore occorre una seria riflessione per capire se si tratta di una caccia alle streghe o se si tratta di una giustificata indignazione contro autentici soprusi. Vi si troverà l’identificazione dell’imputato, in seguito l’esposizione dei capi d’accusa, dei fatti, degli argomenti dell’accusa e della difesa. Si tenterà di distinguere le buone ragioni dalle cattive, lasciando i lettori – i giudici di questo processo – il compito di formarsi il proprio verdetto finale. La materia che si affronta nel volume è, notoriamente, irta di tecnicismi, ma Rossi promette di fare ogni sforzo per “intessere un discorso comprensibile anche da chi tecnico non è né vuole diventarlo, ma comunque desidera formarsi un’opinione su una questione che è al centro del dibattito pubblico in tutto il mondo” da ormai dieci anni.
Lucia Caraccia (Borsista di ricerca IBL),

Leonardo Sciascia, Il mare colore del vino.
(Milano, Adelphi, 1996, € 10)
Il mio, più che un consiglio di lettura, sarà forse un consiglio di ri-lettura: ma “Il mare colore del vino” è un libro così bello da rendere quasi necessitata la mia scelta. Leonardo Sciascia è stato – lo si può affermare senza timore di esagerare – uno dei più lungimiranti intellettuali italiani, lucido e avvertito interprete delle vicende del nostro Paese. Ogni suo scritto si può apprezzare su almeno due piani: il primo, più immediato, è quello in cui si viene conquistati da uno dei più felici, profondi e intelligenti stili di scrittura di sempre; il secondo, più mediato, è quello in cui si coglie il significato e il senso di ciò che Sciascia ha messo nero su bianco. “Il mare colore del vino” non fa eccezione: al suo interno, infatti, dissimulate tra le righe di gustosissimi racconti brevi (tutti scritti tra il 1959 e il 1972), è possibile trovare sia caustiche ironie sull’accecante ideologia comunista (così ne “La rimozione”) che disincantate storie di emigrazione (e di paesi che così svuotandosi, si scoprono sempre più poveri: ne “L’esame”), passando per le amare riflessioni, purtroppo senza tempo, su «quell’assurda macchina che è la giustizia» (così nel “Processo per violenza”: e l’occasione è propizia per consigliare un’altra rilettura, quella della prefazione che Sciascia appose alla preziosa edizione Sellerio della “Storia della colonna infame” di Manzoni)… e via discorrendo. La più bella impressione che da questo libro riceve il lettore è quella di scoprirsi quasi sfidato a raccogliere e ricostruire i richiami e riferimenti a luoghi letterari altri, variamente e abilmente disseminati nelle pagine del testo: cosicché egli si possa ritrovare nella stessa posizione dell’ingegnere protagonista del racconto che dà il titolo al romanzo, quando questi, ammirando i riflessi violacei del mare di Taormina, si chiede: «il mare colore del vino: ma dove l’ho sentito?».
– Giuseppe Portonera (Fellow IBL)

Carlotta Scozzari, Banche in sofferenza. La vera storia della Carige di Genova.
(Firenze: GoWare, 2017, € 10,19)
Due temi attraversano il dibattito pubblico italiano. Uno, costantemente sulle prime pagine dei giornali, è la reale condizione del nostro sistema bancario. L’altro, apparentemente relegato alle discussioni tra gli economisti, è la crisi della produttività e la cattiva allocazione del capitale: perché, accanto a imprese dinamiche e leader nei rispettivi mercati, continuano a sopravviverne altre che apparentemente non hanno più linfa vitale? La risposta a questa domanda va cercata, almeno in parte, nell’allocazione del credito. Si forma così una sorta di circolo vizioso: le banche prestano soldi a imprese scarsamente innovative, queste non sono in grado di ripagarli o di offrire adeguate garanzie, e così gli istituti creditizi si trovano in pancia sofferenze che ne pregiudicano la sostenibilità. Banche in sofferenza di Carlotta Scozzari propone una ampia inchiesta sulla vicenda della principale banca genovese – dominata per un ventennio da Giovanni Berneschi, che l’ha lasciata solo nel 2013 travolto dalle inchieste giudiziarie – ed è illuminante sia per la storia in sé, sia per il suo essere paradigma di una tema più generale.
In soldoni, la gestione di Carige dalla metà degli anni Novanta sino alla più recente crisi (che ne ha sostanzialmente distrutto il valore) è peculiare per almeno due ragioni. Da un lato, il credito è stato arma non solo di arricchimento personale, ma soprattutto di consolidamento e difesa di equilibri economici e politici. Dall’altro, e come conseguenza, ciò ha determinato una pesantissima distorsione della concorrenza, con le aziende “amiche” in grado di farsi finanziare al di fuori di ogni logica e gli outsider costretti a boccheggiare e fallire (o non nascere). Il risultato è una colossale distruzione di valore che trova riscontro non solo nei corsi azionari di Carige, ma anche e soprattutto nell’immobilismo economico e sociale di Genova e della Liguria.
Quando si dice “banca del territorio” si tende a pensare a un istituto in prima linea a sostegno delle imprese. Questo è ciò che si vede, e Carige ne è a lungo stato un esempio. Ciò che non si vede è l’enorme dazio imposto al territorio stesso, in forma di tutela dello status quo e contrasto all’innovazione; di pretesa di pianificare e di scegliere “vincitori” e “vinti” secondo criteri di prossimità e collateralismo personale. La gestione familistica e amorale di una banca può ostacolare la distruzione creatrice per un po’ di tempo, e dare l’effimera sensazione di agire a supporto dell’economia locale: alla fine, però, la realtà prende il sopravvento e restano solo le macerie. A suon di dire che nel lungo termine saremo tutti morti, il lungo termine è arrivato e ha colpito i liguri, rendendoli vittime di quel mostro che essi stessi avevano evocato, blandito e temuto.
Carlo Stagnaro (Fellow Onorario IBL)

Tali Sharot, The Influential Mind: What the Brain Reveals About Our Power to Change Others.
(New York, Henry Holt & Co., 2017, £16,98)
Tali Sharot è un’affascinante psicologa cognitiva di origine israeliana che si avvale dell’avanzamento continuo delle neuroscienze, e dopo un PhD alla Nerw York University insegna al Dipartimento di Psicologia Sperimentale al London University College. Dopo i suoi The Optimism Bias e The Science of Optimism, che le sono valsi conferenze in tutto il modo sulle basi neurali della propensione all’ottimismo e li rischio che esso genera agli umani, si dedica ora a un tema fondamentale per ogni società moderna. Quali sono i meccanismi cerebrali attivati da chi influenza convinzioni e scelte di individui e masse? E’ una via alternativa a capire la vittoria di Trump, l’affermazione di Corbyn, i voti ai Cinque Stelle o a Salvini o a Orbàn in Ungheria. Ma non riguarda solo la politica. Perché i NoVax diventano una corrente di pensiero a vasto sostegno? Perché la Ferragni è una fashion influencer con milioni di seguaci? Se pensate che gli scritti di Gustav Le Bon sulla psicologia delle folle segnavano a fine dell’Ottocento le basi interpretative che sarebbero poi state seguite da tutti i tiranni neri e rossi del Novecento, capirete al volo che usare le evidenze sperimentali delle neuroscienze applicate allo stesso tema scoperchia tutt’altre prospettive. Soprattutto evita di credere che valga limitarsi alla trita campagna contro le fake news: cioè dare ai grandi influencer dei bugiardi, che è la medesima accusa che essi ribaltano su chi li avversa. Per quanto i grandi manipolatori non sappiano quasi sempre nulla di behavioral economics e psicologia cognitiva, essi mostrano di aver capito bene una cosa essenziale: le emozioni si cui si basa la leadership trasformazionale – l’influenza allo stato più elevato – NON hanno a che vedere con i meccanismi cerebrali che presiedono al fact cheking o alle scelte razionali, bensì attingono alla parte evoluzionisticamente più antica dei nostri sistemi neurali, quella che presiede alle reazioni istintive. Ergo, se nella vita vogliamo restare corazzati dal dubbio – come il sottoscritto – potremo giudicare le buone o cattive influenze a seconda di come eserciteranno appelli “anche” alla corteccia cerebrale e non solo all’amigdala. Ma questo non basterà affatto a impedire che, nelle masse, gli incantatori istintivi abbiano vasto successo. Per averne ragione occorre un’influenza altrettanto istintiva ma basata anche su fatti e non solo su sentimenti ed emozioni.
Oscar Giannino (Fellow Onorario IBL)

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