24
Dic
2017

Consigli di lettura per feste natalizie e per il 2018

Anche quest’anno, il team dell’Istituto Bruno Leoni e di LeoniBlog vi propone alcune letture per le feste natalizie e per i prossimi dodici mesi. Saggi per continuare a riflettere, anche nell’anno nuovo, sulla libertà economica ed individuale. Ecco i nostri primi dieci consigli di lettura che potranno allietarvi gli ultimi giorni del 2017 ed il 2018.

Roberto Calasso, L’innominabile attuale.
(Milano, Adelphi Edizioni, 2017, €20,00)
Nell’ultimo libro di Roberto Calasso tra i “protagonisti” figurano i turisti, figure che rappresentano una delle, se non la principale, modalità dello stare al mondo nella nostra epoca.
Ma questo scritto, a metà tra il racconto e l’aforisma, non può essere affrontato da turisti: il viaggio che dura lo spazio di questo libro non prevede lo “star comodi” e nemmeno il tornare indietro. Le riflessioni sono pungenti e le immagini molto vivide, con rimandi alla letteratura di ogni tempo e all’antica sapienza indiana dei Veda.
Un libro che permette di riflettere sull’attuale in modi inaspettati: dal fenomeno del terrorismo, alla crisi della democrazia rappresentativa passando attraverso la questione della religione e della tradizione. Il racconto che procede spesso per immagini e per intuizioni non perde per questo efficacia nel raccontare una realtà che spesso ci appare incomprensibile proprio perché affrontata con le lenti sbagliate.
Nicolò Bragazza (Fellow IBL)

Angus Deaton, La grande fuga. Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza.
(Bologna, Il Mulino, 2015, €28,00)
Prendendo a prestito il titolo del film di John Sturges, Angus Deaton, premio Nobel per l’Economia nel 2015, ci conduce attraverso l’evasione di parte dell’umanità dalla condizione di miseria che ne ha caratterizzato la storia. Il principale merito di Angus Deaton, infatti, è richiamare l’attenzione sul fatto che la fame e le malattie sono la situazione normale della nostra specie sulla Terra. Ciò che va spiegata è l’eccezione: come mai, in un certo momento della nostra vicenda, in una certa zona, alcune popolazioni abbiano trovato la strada per uscire da una condizione che oggi, a noi occidentali benestanti, appare appena più che animale. Deaton sottolinea come il “progresso” consista essenzialmente nel miglioramento delle condizioni materiali di vita, che portano al crollo della mortalità infantile e all’allungamento senza precedenti dell’aspettativa di vita. L’aumento della produttività del lavoro portata dal capitalismo industriale ha migliorato quantitativamente e qualitativamente l’alimentazione della parte fortunata della popolazione terrestre. Il progresso della medicina (Deaton ricorre sovente all’espressione “teoria microbica delle malattie”) ha debellato malattie croniche e si è riverberato – sotto forma di farmaci, formazione del personale e know how – anche a beneficio del resto del mondo. La mano pubblica ha provveduto a opere quali la fornitura di acqua potabile e la costruzione delle fognature. Ogni progresso produce, però, disuguaglianze, segnatamente tra chi ne beneficia e chi no (o in misura molto ridotta). Deaton vive la preoccupazione che la disuguaglianza del mondo presente divenga un ostacolo alla grande fuga di chi sta ancora nella galera dell’indigenza. Per l’economista dell’Università di Princeton, compito delle politiche pubbliche è impedire che i privilegiati “ritirino la scala” che ha permesso la loro evasione, ovvero che la disuguaglianza non diventi un fattore di rallentamento del progresso.
– Nicola Iannello (Senior Fellow IBL)

Fredik Erixon e Björn Weigel, The Innovation Illusion: How so little is created by so many working so hard.
(New Haven, Yale University Press, 2016, € 19,20)
Molti di noi ritengono che tutte le principali economie occidentali siano sulla soglia di un nuovo, rapido e dirompente, sviluppo tecnologico: intelligenza artificiale, block-chains, missili riutilizzabili, automobili e camion a guida autonoma, robot, ingegneria genetica. Tanti di noi inneggiano all’ affermazione di queste nuove tecnologie, mentre il termine “industria 4.0” è ormai sulla bocca di tutti.
Pur credendo fermamente nello sviluppo tecnologico, nell’innovazione, nel progresso industriale e nella “distruzione creativa” di Joseph Schumpeter, i due autori confutano queste idee spiegando come, forse, l’innovazione attuale sia solo una mera illusione. Con un ampio numero di dati che analizzano la crescita del PIL, la produttività e gli investimenti aziendali, Erixon e Weigel illustrano come l’innovazione sia ormai ostacolata da regolamentazioni sempre più intrusive e da pratiche aziendali errate. Il capitalismo odierno ha così perso la sua vera spinta propulsiva. Valutando le esperienze di aziende internazionali, tra cui Nokia, Uber, IBM e Apple, gli autori esplorano tre temi chiave: il declino del dinamismo economico nelle economie occidentali; la crescente riluttanza aziendale a contestare i mercati e innovare; e l’eccessiva regolamentazione che limita la diffusione dell’innovazione.
In un momento di bassa crescita, alta disoccupazione e crescente disparità di reddito, la crescita guidata dall’innovazione è più che mai necessaria. Questo avvincente libro racconta in modo semplice e coinvolgente gli ostacoli e le sfide che minano la nostra futura prosperità economica.
Giovanni Caccavello (Google Fellow IBL)

Antonio Escohotado, Aprendiendo de las drogas. Usos y abusos, prejuicios y desafíos. (Barcelona, Editorial Anagrama, 2005, $8,83 Kindle edition)
Per quanto sia un libro essenziale se paragonato alla Historia General de las Drogas di Eschotado, non si tratta di una sintesi, né di un pamphlet. La prosa di Escohotado è fluviale, la moltiplicazione dei dettagli e delle notizie talvolta persino frustrante, ma proprio per questo è un saggio dove non c’è pagina che non lasci qualcosa.
L’antiproibizionismo dell’autore è in parte l’esito di una scelta di fondo a favore della libertà umana, e in parte la conseguenza della comprensione di come “uso e abuso, pregiudizi e sfide” delle sostanze psicotrope siano il portato del contesto sociale, e non di caratteristiche ad esse di per sé proprie. E’ così che la storia delle droghe diventa un altro modo per leggere e capire la storia delle abitudini culturali, delle istituzioni, del potere.
Alberto Mingardi (Direttore Generale IBL)

Harry G. Frankfurt, Sulla disuguaglianza.
(Parma, Guanda, 2015, € 11).
Il clima natalizio rende tutti più buoni e così meno resistenti alle lusinghe dei filosofi che si improvvisano economisti. Siffatti filosofi-sti sono solitamente millenaristi pronti a sguazzare negli effetti catastrofici della corrente crisi. Mescolando idee bislacche e stravaganti con una scrittura oscura ed evocativa al punto giusto, irretiscono l’incauto lettore curioso di sconfinare verso nuovi orizzonti, che inizia così l’anno nuovo convinto che il capitalismo sia una religione –et similaria. Rifuggite dalla tentazione: suggerisco di abbozzare un sorriso di cortesia, sibilare un prudente no grazie, e passare oltre.
Attenti, però: è buona regola di prudenza prestare attenzione ai filosofi morali e sociali, non fosse altro per un riguardo agli illustri esponenti della categoria che tutti conosciamo. Per alcuni filosofi morali poi, ed è questo il caso di Harry Frankfurt, vale la pena perfino di sfidare the weather outside anche se frightful e precipitarsi in libreria per comprare qualunque cosa abbiano scritto su un tema di economia. (Lo so che basta un click… mi sono lasciato trasportare dal clima natalizio!) Fatelo per il volumetto sulla disuguaglianza che propongo.
Contrariamente ai filosofisti che riducono la mente in poltiglia, Frankfurt è uno di quei filosofi che fa aumentare il quoziente intellettivo del lettore. Qualche anno fa creò un vero e proprio filone di studi con un divertissement sulle “stronzate” (bullshit), categoria cui appartengono quelle che oggi vengono chiamate volgarmente fake news. Di non poco conto fu pure la sua perorazione sulla verità, che rinfrancò quei pochi rimasti in giro che credono ancora che ci sia posto nella filosofia e nella vita quotidiana per un concetto così fuori moda e bistrattato da chi è à la page.
Non voglio anticipare nulla della piccola gemma (100 pagine) sulla diseguaglianza come (inesistente!) concetto morale. Il lettore sarà piacevolmente sorpreso dalla lucidità di pensiero e di esposizione e a lettura conclusa sarà consapevole di cosa ha imparato –una trasmissione di conoscenza che è prerogativa soltanto di alcuni filosofi. Mi limito ad evidenziare che Frankfurt rigetta il presupposto che l’egualitarismo (di qualsiasi tipo) sia un ideale con qualsiasi importanza morale intrinseca. Da un punto di vista morale, argomenta, l’uguaglianza economica non ha in realtà grande importanza. La diseguaglianza economica è neutrale dal punto di vista morale e ciò fa capire che è sbagliato pensare all’uguaglianza economica come ad un’autentica idea morale. (Osservate il modo in cui è articolata la frase precedente; essa è un esempio di educazione a pensare correttamente: Frankfurt passa dai rapporti reali nella vita quotidiana al concetto usato per ragionare su di essi.) La conseguenza è che, invece di impazzire appresso al fantasma della riduzione della disuguaglianza, i nostri sforzi andrebbero indirizzati ad assicurare che le persone abbiano “abbastanza”. Nella seconda parte del volume Frankfurt spiega sotto che condizioni si può ritagliare al concetto di uguaglianza un qualche residuo significato morale.
– Paolo Di Betta (Fellow Onorario IBL)

Philip K. Howard, Life Without Lawyers. Restoring responsibility in America.
(New York, W.W. Norton & Company, 2010, $ 15,63)
Questo interessante ed anche divertente libro si può definire, per certi versi, un manifesto per la “deavvocattizzazione” della società americana ritenuta prigioniera di regole e prescrizioni che stanno uccidendo lo spirito originario del “si può fare” che ha reso grande l’America. Gli americani, dice l’autore, pure lui avvocato e già autore di “La morte del senso comune”, stanno perdendo la libertà di poter essere diretti e comprensibili nelle scelte di tutti i giorni: così, gli insegnanti non sono in grado di mantenere l’ordine in classe,  i  manager sono addestrati a non dare mai risposte dirette e le aziende ricoprono qualsiasi prodotto di stupidi avvertimenti del tipo” Estrai il bambino prima di chiudere il passeggino”! Tutto questo, dice Howard, avviene perché abbiamo paura di fare qualsiasi cosa, siamo sommersi in ogni attività, in ogni ambito della nostra vita, da minacciosi moniti legali che ci impediscono, così, di esercitare la nostra responsabilità individuale. Dobbiamo ristabilire, sostiene l’autore, i confini dell’intervento legislativo per proteggere il campo di azione della nostra libertà di scelta e di fare. Perché la posta in gioco è la sopravvivenza dell’energia e della vitalità stessa della cultura americana.
Gemma Mantovani (Collaboratrice LeoniBlog)

Czesław Miłosz, La mente prigioniera.
(Milano, Adelphi, 1981, €20,00)
«Mai si era verificato prima un asservimento tramite la coscienza paragonabile a quello del Novecento. E ancora la mia generazione imparava a scuola che la ragione serve a conquistare la libertà». Nel 1951 Miłosz aveva cominciato a mostrare scetticismo verso il socialismo reale, che era stato imposto anche nella “sua” Polonia dopo la seconda guerra mondiale. Trovò così asilo in Francia, e a Parigi scrisse questo libro: un raffinato, per profondità d’analisi e stile, atto d’accusa contro lo stalinismo. Come scrive egli stesso nella prefazione, «l’argomento del libro è la vulnerabilità della mente alla seduzione delle dottrine socio-politiche, e la prontezza con cui essa accetta il terrore totalitario in cambio di un futuro ipotetico». Riflessioni contro l’asservimento della mente a qualsiasi Nuova Fede.
– Filippo Cavazzoni (Direttore Editoriale IBL)

Luca RicolfiSinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi
(Milano, Longanesi, 2017, €12.90)
Luca Ricolfi ha il raro pregio di dire spesso cose molto intelligenti in modo molto comprensibile. Lo fa, eccome, in questo saggio su un tema tanto caldo quanto, di conseguenza, facilmente banalizzabile. La sinistra riformista, sostiene Ricolfi, non può essere per definizione e per storia recente contro la globalizzazione, che resta il più spettacolare meccanismo egualitario nella storia dell’umanità. Ma la globalizzazione ha messo a dura prova le economie avanzate, e nulla lascia presagire il ritorno di livelli di crescita tali da assicurare il pieno mantenimento dei welfare states europei. Risultato: o rinunciare al mantra della redistribuzione, o imboccare la strada tedesca dei sacrifici e del duro lavoro. In entrambi i casi, impossibile pensare di poter convincere a restare a bordo i “perdenti” della globalizzazione, cioè il popolo, di fronte alle cui paure la sinistra ha voltato le spalle, rispondendo con supponenza e nichilismo quando non addirittura con disprezzo e derisione. Del divorzio tra sinistra e popolo hanno approfittato in tutto l’Occidente offerte politiche variamente populiste, offrendo al popolo – almeno a parole – nient’altro che ciò che il popolo era abituato a chiedere alla sinistra: protezione. Come se ne esce? Indipendentemente dalla risposta di ciascuno, una lettura assai utile per chi, come noi, crede che i benefici della globalizzazione e della libertà economica siano pur sempre largamente superiori ai problemi che determinano.
Giacomo Lev Mannheimer (Research Fellow IBL)

Adam Smith, Teoria dei Sentimenti Morali.
(Milano, Rizzoli, 1995, € 10,20)
La Teoria dei Sentimenti Morali di Adam Smith, scritta nel 1759, rappresenta il primo lavoro sistematico dello Smith professore di Filosofia Morale all’università di Glasgow. L’attenzione verso quest’opera – rieditata e corretta ben sei volte, di cui l’ultima nel 1791 – è significativa: contro ogni interpretazione ideologica del XX secolo (l’Adam Smith’s Problem), il ripensamento della teoria economica (Ricchezza delle nazioni) non può prescindere da un’analisi filosofica della morale del proprio tempo.
Questa grande opera si costruisce sul legame tra sympathy, la “simpateticità” e non banalmente la “simpatia”, che ci induce a ricercare un legame specifico con gli altri, self-love, l’amor di sé e non l’amor proprio, che ci spinge a ricercare un miglioramento della nostra condizione, e impartial spectator, lo spettatore imparziale che giudica il nostro operato guardando alla sympathy e al self-love contemporaneamente. Individuati i presupposti morali dell’azione umana, la dimensione economica ne apparirà naturalmente come una conseguenza.
Questo testo risulta un’indispensabile lettura per il nostro presente. Capace di scuotere le opinioni – spesso pregiudizievoli – sulla morale e sul rapporto tra etica ed economica, getta magistralmente nuova luce, a più di due secoli di distanza, sulle molte zone d’ombra della nostra società.
Giuseppe Giunta (Stagista IBL)

Nassim Nicholas Taleb, Il Cigno Nero.
(Milano, il Saggiatore, Milano 2008, €13,00)
Sono passati ormai dieci anni dalla sua prima pubblicazione e “The Black Swan” ha raggiunto un vasto pubblico e goduto della reputazione che merita, anche per essere stato scritto poco prima dello scoppio della grande crisi finanziaria. Rileggendolo, però, ci si accorge di quanto il suo messaggio dirompente sia ancora ben lontano dall’essere adottato su larga scala. Di quanto sia lontano dall’essere concretizzato.
Più di tutto, il libro invita il lettore a spostare l’attenzione da ciò che conosce a ciò che non conosce, dal sapere al sapere di non sapere. Dall’analisi delle probabilità al considerare gli eventi improbabili e il loro impatto.
Sotto tanti aspetti (di natura più politica che economica, in confronto a dieci anni fa), il mondo si trova oggi in un punto di passaggio critico e, per riuscire a prepararci al futuro, non abbiamo forse tanto bisogno di proiettare dal passato gli schemi che conosciamo quanto di immaginarci scenari che ancora non conosciamo. Una utile rilettura per il 2018.
Emilio Rocca (Fellow IBL)

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