15
Nov
2017

Cosa abbiamo imparato da un secolo di comunismo

La ricorrenza del centenario della Rivoluzione Bolscevica sembra essere un momento propizio per riflettere su cosa abbiamo imparato, nella pratica, dal comunismo.

Martedì 7 novembre è ricorso il centenario della presa del potere da parte dei Bolscevichi, che condusse alla formazione del regime comunista in Russia e col tempo anche in molti altri paesi del mondo. Questo risulta essere il momento più opportuno per rievocare le enormi quantità di oppressione, tirannia e stermini attuati dai vari regimi comunisti nel mondo. Benché storici e altri intellettuali abbiano documentato le numerose atrocità comuniste, buona parte dell’opinione pubblica rimane ancora inconsapevole della loro sorprendente quantità. Questo è senza dubbio un momento più che adeguato per considerare quale lezione possiamo apprendere da questa orrenda storia.

I. Un record di stermini e oppressione

Collettivamente, i regimi comunisti hanno ucciso oltre 100 milioni di persone, un numero superiore ai morti prodotti della somma di tutti gli altri regimi dittatoriali durante lo medesimo arco temporale. Il maggior numero di vittime fu di gran lunga generato dai tentativi comunisti di collettivizzare l’agricoltura e di eliminare l’indipendenza personale dei contadini, tramite la soppressione della proprietà privata. Nella sola Cina, il Grande balzo in avanti di Mao Zedong condusse a una carestia artificiale, in cui perirono circa 45 milioni di persone –l’evento di omicidio di massa più grande della storia mondiale. Nell’URSS, la collettivizzazione voluta da Joseph Stalin – che servì come modello per simili tentativi in Cina come altrove – produsse circa 6-10 milioni di morti. Carestie di massa si verificarono in molti altri regimi comunisti, dalla Corea del Nord all’Etiopia. In ognuno di questi casi, i legislatori comunisti erano consapevoli che le loro politiche avrebbero causato delle stragi, ma persistettero nei loro obiettivi, spesso perché consideravano lo sterminio dei “Kulaki” più o meno come una disinfestazione.

Benché la collettivizzazione fu la più grande forma omicida, i regimi comunisti sperimentarono ulteriori forme di sterminio su vasta scala. Milioni morirono in schiavitù nei campi di lavoro, come nei Gulag dell’URSS o negli altri equivalenti. Molti altri, invece, morirono tramite metodi convenzionali, come nella Grande Purga di Stalin e nei Campi della Morte della Cambogia.

Le ingiustizie del comunismo non devono essere limitate esclusivamente agli stermini. I fortunati sopravvissuti furono soggetti a severe repressioni, inclusa la violazione della libertà di espressione, di religione, la perdita del diritto di proprietà e la criminalizzazione dell’ordinaria attività economica. Nessun precedente tiranno cercò di ottenere un così completo e totalizzante controllo della vita delle persone.

Nonostante le promesse di una società utopica, in cui le classi lavoratrici avrebbero sperimentato una prosperità senza precedenti, i comunisti generarono una povertà collettiva. Ovunque Stati comunisti e non comunisti si ritrovarono confinanti, furono proprio quelli comunisti ad ergere muri e ad applicare politiche di morte per impedire alla propria gente di fuggire presso quelle società con maggiori opportunità.

II. Perché il comunismo ha fallito

Come ha potuto un’ideologia basata sulla liberazione condurre a così tanta oppressione, tirannia e morte? I suoi fallimenti erano intrinseci al progetto comunista oppure derivarono da errori evitabili, dovuti a particolari legislatori o a specifiche nazioni? Come tutti i grandi sviluppi storici, i fallimenti del comunismo non possono esseri ridotti a una singola causa. Piuttosto, in generale, furono intrinseci.

Due fattori rilevanti furono le cause determinanti delle atrocità prodotte dai regimi comunisti: ostinazione e conoscenze inadeguate. L’istituzione di un’economia e di una società pianificate centralmente richiedevano necessariamente, per l’ideologia socialista, un’enorme concentrazione di potere. Benché i comunisti non desiderassero altro che una società utopica in cui lo Stato, eventualmente, potesse “sparire poco a poco”, credevano che il primo passo sarebbe stato quello di stabilire un’economia controllata, al fine di organizzare la produzione per gli interessi della gente. In questo caso, ebbero molti punti in comune con gli altri socialisti.

Per rendere operativo il socialismo, le strategie governative esigevano l’autorità di dirigere e coordinare la produzione e la distribuzione di tutti i beni virtualmente prodotti nella società. In più, la considerevole coercizione fu necessaria per indurre gli individui a cedere le attività private e a lavorare su ciò che lo Stato richiedeva. Carestie e stermini furono, probabilmente, le uniche vie percorribili dai legislatori dell’URSS, della Cina e degli altri stati comunisti, per obbligare i contadini a cedere terre e bestiame e per costringerli ad accettare una nuova forma di schiavitù nelle fattorie collettive – senza considerare che a molti contadini fu proibito di lasciare queste fattorie collettive senza un permesso ufficiale, per paura che potessero cercare altrove una vita più semplice.

L’immenso potere necessario per stabilire e mantenere il sistema comunista attrasse naturalmente persone senza scrupoli, inclusi egoisti e arrampicatori sociali dell’ultima ora, che diedero priorità a propri interessi rispetto a quelli perorati dalla causa. Ciò che risulta sbalorditivo è che le peggiori atrocità comuniste furono compiute non da leader di partito corrotti, ma da ferventi sostenitori quali Lenin, Stalin e Mao. Proprio perché furono dei ferventi sostenitori, essi risultarono disposti a far tutto quello che servisse per poter rendere realtà il loro utopico sogno.

Come il sistema socialista creò le opportunità per le innumerevoli atrocità dei suoi legislatori, così distrusse anche gli incentivi alla produzione per le persone comuni. In assenza dei mercati (se non altro di un mercato legale), era presente un incentivo per i lavoratori così piccolo da non spingerli né ad essere produttivi, né a concentrare gli sforzi produttivi su quei beni che potevano essere, in quel determinato momento, utili ai consumatori. Diversi cercarono di lavorare il meno possibile sul posto di lavoro ufficiale e dove possibile dirottare gli sforzi reali in attività presenti sul mercato nero. Come il vecchio Soviet va dicendo, i lavoratori hanno l’attitudine al “noi fingiamo di lavorare, loro fingono di pagare”.

Perfino quando le strategie socialiste cercarono genuinamente di produrre prosperità e di sostenere le domande del consumatore, spesso non possedevano le informazioni adeguate per farlo. Come il vincitore del premio Nobel F. A. von Hayek descrisse in un famoso articolo, un’economia di mercato esprime un’informazione vitale a produttori e consumatori attraverso il sistema dei prezzi. I prezzi di mercato permettono ai produttori di conoscere il valore relativo di beni e servizi differenti e di determinare quanto i consumatori valutano i loro prodotti. Sotto la pianificazione centralizzata socialista, di contro, non esiste alcun sostituto per questa conoscenza fondamentale. E come risultato, le strategie socialiste spesso non hanno la possibilità di conoscere cosa produrre, attraverso quali metodi o in che quantità. Questa è una delle motivazioni per cui gli Stati comunisti soffrono ciclicamente di carenza di beni primari, benché simultaneamente producano enormi quantità di prodotti scadenti per cui è presente una misera domanda.

III. Perché il fallimento non può essere spiegato diversamente

In questo giorno, i difensori della pianificazione centralizzata socialista sostengono che il comunismo fallì per motivi evitabili e contingenti anziché per motivi intrinseci alla natura del sistema. Forse l’affermazione più popolare di questo tipo è che l’economia pianificata può funzionare correttamente solo se è democratica. L’Unione Sovietica, come tutti gli altri Stati comunisti, erano delle dittature. Ma se essi fossero stati democratici, probabilmente i leader avrebbero avuto degli incentivi più validi per far sì che il sistema funzionasse a beneficio della popolazione. Se fallissero in questo intento, gli elettori potrebbero “cacciare via i bastardi” alle successive elezioni.

Sfortunatamente, è poco probabile che uno Stato comunista riesca per lungo tempo a rimanere democratico. La democrazia richiede un’effettiva opposizione di partiti. E perché funzioni, tali partiti devono essere in grado di diffondere il loro messaggio e di mobilizzare gli elettori, che a turno richiedono risorse estensive. In un sistema economico in cui tutte o quasi tutte le risorse di valore sono controllate dallo Stato, il governo in carica può facilmente soffocare l’opposizione, negandogli l’accesso a quelle risorse. Sotto il socialismo, l’opposizione non può funzionare se essi non hanno la possibilità di diffondere il loro messaggio sui media controllati dallo Stato o se non hanno la possibilità di usare la proprietà statale per i loro raduni e riunioni. Non è accidentale che virtualmente tutti i regimi comunisti sopprimono i partiti all’opposizione subito dopo aver preso il potere.

Perfino se uno Stato comunista riuscisse a mantenere la democrazia per un lungo periodo, sarebbe difficile immaginare come possa risolvere i problemi “gemelli” di conoscenza e incentivi. Che sia democratico o no, un’economia socialista richiederebbe sempre un’enorme concentrazione di potere e un’estensiva coercizione. E una strategia social-democratica si imbatterebbe nella maggior parte degli stessi problemi informativi della sua controparte autoritaria. Inoltre, in una società dove il governo controlla tutto o la maggior parte dell’economia, sarebbe virtualmente impossibile per gli elettori ottenere abbastanza conoscenza per monitorare la maggior parte delle attività statali. Questo inasprirebbe notevolmente il già severo problema dell’ignoranza dell’elettorato che affligge le moderne democrazie.

Un’altra possibile spiegazione per i fallimenti del comunismo è che il problema fu la cattiva leadership. Se i regimi comunisti non fossero stati guidati da mostri come Stalin o Mao, avrebbero potuto produrre degli effetti migliori. Non c’è dubbio che i regimi comunisti abbiano avuto una buona quota di leader crudeli e perfino sociopatici. Ma è poco probabile che questo fu il fattore decisivo nel loro fallimento. A risultati molto simili si giunse anche in regimi comunisti con leader che avevano un’ampia varietà di personalità. Nell’Unione Sovietica, è importante ricordare che le principali istituzioni repressive (inclusi i Gulag e la polizia segreta) furono stabiliti non da Stalin ma da Vladimir Lenin, considerato una persona “normale”. Dopo la morte di Lenin, il principale rivale per il potere di Stalin – Leon Trotskij – sostenne delle politiche che furono per certi aspetti addirittura più oppressive di quelle di Stalin stesso. È difficile evitare la conclusione che il principale fattore – del fallimento del comunismo – non fu né la personalità del leader, né – in alternativa – che i regimi comunisti tendano a porre persone orribili nelle posizioni di potere. O forse entrambe le soluzioni.

Risulta ugualmente complesso dare credito a quelle affermazioni che imputano il fallimento del comunismo solo ai difetti culturali delle nazioni che lo hanno adottato. È certamente vero che la Russia, la prima nazione comunista, abbia una lunga storia di corruzione, autoritarismo e oppressione. Ma è anche vero che i comunisti attuarono oppressioni e stermini su vasta scala, a livelli mai raggiunti dai precedenti governi della Russia. E il comunismo fallì in molte altre nazioni con culture molto diverse. Nei casi della Corea, della Cina e della Germania, le persone con background culturali simili sopportarono terribili privazioni sotto il comunismo, ma ebbero dei notevoli successi sotto un’economia di mercato.

Nel complesso, le atrocità e i fallimenti del comunismo furono le naturali conseguenze degli sforzi tesi a stabilire un’economia socialista in cui tutta o quasi tutta la produzione risulta controllata dallo Stato. Se non sempre completamente inevitabile, l’oppressione risultante era altamente prevedibile.

Proprio come le atrocità del Nazismo rappresentano delle lezioni estreme sui pericoli del nazionalismo, del razzismo, dell’antisemitismo, così la storia dei crimini comunisti ci insegna i pericoli del socialismo. La storia del comunismo non prova che ogni e tutte le forme di interventismo statale siano da evitare. Ma pone in evidenza i pericoli di permettere agli stati di prendere il controllo di tutta o della maggior parte dell’economia e di eliminare la proprietà privata. Inoltre, i problemi relativi alla conoscenza e agli incentivi che sorgono sotto il socialismo affliggono anche gli sforzi su larga scala dell’economia pianificata che non risulta all’altezza del completo controllo governativo della produzione.

Tristemente, queste lezioni sono molto rilevanti oggi, in un’era in cui il socialismo ha nuovamente ricominciato ad attrarre seguaci in varie parti del mondo. In Venezuela, il regime sta provando a stabilire una nuova dittatura socialista che persegua molte delle stesse politiche degli anni passati, inclusa perfino l’uso della carenza di cibo per strangolare l’opposizione. Anche nelle democrazie di lungo periodo, le recenti difficoltà economiche e sociali hanno incrementato la popolarità di dichiarati socialisti vecchio stampo come Bernie Sanders negli Stati Uniti e Jeremy Corbyn in Gran Bretagna. Sia Sanders che Corbyn sono degli ammiratori di lunga data dei brutali regimi comunisti. Perfino se loro desiderassero, è poco probabile che Sanders o Corbyn possano fondare un autentico socialismo nei loro rispettivi paesi. Ma potrebbero nondimeno danneggiare profondamente i loro paesi.

Dall’altra parte dello spettro politico, ci sono allarmanti similitudini tra comunismo e movimenti populisti e nazionalisti di estrema destra. Entrambi fondono tendenze autoritarie con il disdegno dei valori liberali e con il desiderio di estendere il controllo governativo su larga parte dell’economia.

Le pericolose tendenze odierne, sia di destra che di sinistra, non sono ancora minacciose come cento anni fa, e non hanno la possibilità di provocare così tanto male. Più comprenderemo le dolorose lezioni della storia del comunismo, più saremo in grado di evitare la ricomparsa dei suoi crimini.

L’articolo, scritto da Ilya Somin, Professore di Legge presso la George Mason University, è comparso su Foundation for Economic Education il 9 novembre, dopo essere stato pubblicato originariamente sul Washington Post 7 novembre 2017.
Traduzione dall’inglese di Giuseppe Antonio Giunta.

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