7
Nov
2017

“Paradise Papers”: dov’è lo scandalo?

I “Paradise Papers” assomigliano più ad un’ottimizzazione fiscale che ad una frode, che è molto più sottovalutata dalle imprese interessate rispetto ai media che denunciano questo finto scandalo.

Alcuni giornali francesi, che fanno parte del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi e di 95 media associati, hanno pubblicato un nuovo scandalo rivelando 13,5 milioni di documenti, dei quali una buona parte fuoriuscita da studi di avvocati esteri specializzati nella finanza offshore e dai registri della cancelleria di tribunali commerciali situati nei cosiddetti “paradisi fiscali”.

Ma dove sarebbe lo scandalo? Vengono rivelati milioni di documenti ottenuti con metodi fraudolenti in quanto coperti da segreto professionale o bancario. Ma, nota Le Monde, «contrariamente ai “Panama Papers”, questa nuova inchiesta riguarda in modo molto minore il riciclaggio di denaro sporco, derivante da frode fiscale e da altre attività illecite (traffico di armi, di droga etc.), ma prende in considerazione piuttosto alcuni sistemi legali realizzati da squadre di esperti in ottimizzazione fiscale». In altre parole: «Alcuni di questi sistemi non possono al momento – parafrasando il quotidiano parigino – essere qualificati come fraudolenti!» La frode è quindi sottovalutata dalle imprese coinvolte rispetto ai giornali che denunciano questo sedicente scandalo.

L’ottimizzazione fiscale non è deplorevole. La maggior parte dei francesi che pagano l’imposta sul reddito la fanno quando si chiedono, nel momento della loro dichiarazione dei redditi, come poter ridurre la propria imposta utilizzando una delle numerosissime nicchie fiscali che sono loro offerte. Questo è niente di più e niente di meno che ottimizzazione fiscale. E ad esempio, quando i francesi guadagnano 300 euro di imposta in questo modo su 2000 euro di imposta che pagano, questo guadagno equivale ai 300 milioni di euro che risparmiano le multinazionali facendo la pianificazione fiscale legale rispetto ai 2 miliardi di euro di imposta che pagano.

Certamente, si può trovare ingiusto che le società più ricche cerchino anche di evitare le imposte. Ma se queste aziende lo fanno in maniera legale, bisogna piuttosto domandarsi perché le leggi fiscali siano così mal scritte e permettano tutto questo.

Il problema è che la legge fiscale di tutti i paesi sviluppati, e in particolare della Francia, è diventata un labirinto. E ci si nasconde più facilmente in un labirinto che in un deserto. Inoltre, la fiscalità è diventata, in particolare in Francia, eccessiva e spogliatrice. La cura non consiste quindi nel dare la caccia alle streghe, ma nel riformare il fisco per semplificarlo, per renderlo più chiaro e per rendere i tassi di imposta più ragionevoli.

A furia di voler combattere i ricchi, si rischia, invece e soprattutto, di danneggiare ulteriormente i ceti meno abbienti. Nel corso degli ultimi quarant’anni i più ricchi si sono arricchiti maggiormente rispetto alla media. Negli ultimi due decenni questo trend è principalmente una conseguenza del successo di meravigliose imprese che operano all’interno della cosiddetta “new economy” e dell’apertura degli scambi a livello mondiale. Ma nello stesso tempo la povertà, che interessa coloro che vivono con meno di 1,90$ al giorno, si è ridotta di quasi l’80%. L’effetto di “trickle-down”, che vuole che la creazione della ricchezza giovi più o meno a tutti, è stato efficace. Come direbbe Emmanuel Macron, abbiamo bisogno di capicordata affinché tutta la cordata sia tirata su.

Il punto è quindi capire se conviene di più lottare contro i ricchi o contro la povertà. Tutti i sistemi hanno i propri difetti ma, tutto sommato vivere in Occidente è meglio che vivere in Corea del Nord o in Venezuela. D’altronde questi ultimi paesi dimostrano che con la ricerca dell’uguaglianza a tutti i costi, si diffonde invece una miseria generalizzata e si favorisce la corruzione come fonte di disuguaglianze ancora più profonde perché fondate sulla frode e sull’eccesso di potere permanente.

Infine, e più fondamentalmente, bisogna diffidare di questa nuova dottrina che vuole imporci la trasparenza totale di tutti noi davanti agli altri. Ci ritroveremo presto nudi e privati della nostra intimità che fonda la nostra umanità. Il saggista tedesco Byung-Chall Han lo dice con chiarezza sottolineando che nei suoi eccessi «La trasparenza è una controfigura della trascendenza».

 

L’articolo è comparso originariamente su Institut de Recherches Économiques et Fiscales il 6 novembre 2017 col titolo “Mais où est vraiment le scandale des «Paradise Papers»?”.
Traduzione dal francese di Lucia Caraccia.

 

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