12
Ott
2017

La Catalogna non è Andorra—di Mario Dal Co

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co

Il Protocollo n.4 sullo Statuto del sistema europeo delle Banche Centrali e della Banca Centrale Europea (Statuto della Banca Centrale Europea) prevede, all’articolo 4, dedicato alle funzioni consultive, che la BCE venga consultata  “dalla autorità nazionali, sui progetti di disposizioni legislative che rientrano nelle sue competenze” e, al comma successivo, che la “BCE può formulare pareri da sottoporre alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell’Unione o alle autorità nazionali su questioni che rientrano nelle sue competenze”.

Molti si sono esercitati intorno al silenzio (ovviamente “assordante”) dell’Europa sulla questione catalana (Lello Voce sul Fatto Quotidiano, Maurizio Molinari su Rai News24, Stefano Stefanini su La Stampa, per ricordare gli interventi più equilibrati), spostando l’attenzione lontano dal terreno del contendere e dagli attori che hanno contribuito ad elevare la tensione nel contendere.

Proviamo ad approfondire il ragionamento sul silenzio dell’Europa, con riferimento alle questioni monetarie e finanziarie, tra le più dure della questione catalana, tra le meno frequentate nel dibattito politico precedente al referendum.

Facciamo due ipotesi.

Prima ipotesi: le autorità catalane, sentendosi investite di responsabilità nazionali, potrebbero aver consultato la BCE su aspetti di sua competenza connessi alla indipendenza catalana.  Se lo avessero fatto, probabilmente la risposta della BCE sarebbe stata un rinvio del postulante all’autorità nazionale, ovvero al governo spagnolo, che è titolato a porre quesiti alla BCE nella sua veste di consulente delle autorità nazionali sulle questioni di sua competenza. Di questa richiesta respinta  non potremmo sapere nulla, se non ciò che le autorità catalane avessero deciso di dire.

Seconda ipotesi: la autorità nazionali spagnole (qualche mese fa) potevano consultare la BCE sugli aspetti di sua competenza concernenti l’eventualità di un conflitto politico-istituzionale con la Catalogna, destinato a modificare l’assetto dell’adesione  dell’economia e della finanza sella Spagna al sistema Europeo delle Banche Centrali. La BCE, in base alle previsioni dell’articolo 4, avrebbe dovuto rispondere, evidenziando che la fuoriuscita unilaterale della Catalogna dalla Spagna, non comportava affatto la adesione automatica della Catalogna all’Unione e alle sue istituzioni monetarie, evidenziando gli effetti che ciò avrebe comportato su economia, occupazione, risparmi dei catalani, e di qui degli spagnoli e di lì degli altri cittadini europei. Il governo spagnolo avrebbe avuto tutta la convenienza a comunicare urbi et orbi la risposta della BCE. Se ciò non è avvenuto vuol dire che il quesito alla BCE non è stato posto.

Quindi, sono i governi che non attivano l’Europa anche quando ne avrebbero titolo e quando sarebbe doveroso farlo, per tutelare i loro cittadini da improvvide alzate di ingegno dei politici-demagoghi; per informare i cittadini sui contenuti istituzionali delle scelte vengono loro proposte e sulle conseguenze. Scelte che invece vengono lasciate  agli sbandieratori della demagogia, condite degli insulti  e delle ginnastiche di massa che nelle curve degli stadi tengono in costante esercizio la volontà di prevaricazione delle tifoserie sportive. Dimenticano, i governi che ignorano l’Europa quando dell’Europa c’è bisogno, quanto i regimi totalitari del ‘900 abbiano sempre puntato sulla tifoseria nazionalistica per i loro disegni antlibertari e antidemoratici.

Quando si lamenta la pochezza politica dell’Europa e l’egoismo della sua visione della convivenza europea, si vende merce avariata: sono i governi nazionali e locali che non vogliono riconoscere il ruolo dell’Europa quando l’Europa lo può esercitare. E sono pronti a chiederle di intervenire, come l’allargamento del deficit, quando loro, i governi nazionali e locali, non sono capaci di gestire la loro spesa pubblica e il loro prelievo fiscale.

Se il governo spagnolo avesse per tempo consultato ufficialmente la BCE sulle conseguenze della secessione e sulle mutate condizioni di adesione al sistema della banche centrali, non avremmo sentito i separatisti spacciare in modo grottesco Andorra e S. Marino come esempio di mercati-euro, ma non aderenti al sistema, quasi che la Catalogna fosse uno Stato-cartolina. E la BCE avrebbe sicuramente fornito argomenti di moral suasion assai efficaci e facilmente comprensibili anche dalle orecchie dei più irresponsabili assertori dell’indipendenza.

I referendum delle regioni italiane che domandano maggiore autonomia nascono da diverse questioni, alcune non serie come il dialettalismo o l’antivaccinismo, altre molto serie,  come il federalimo fiscale.

Quest’ultimo, obiettivo totalmente mancato dai governi di destra e di sinistra negli ultimi  30 anni, è la risposta alle spinte autonomistiche, ed è anche la risposta all’allegro deficit spending dei governi locali, impuniti free rider che elargiscono i soldi non dei propri elettori, ma del governo centrale. Quindi: più autonomia, ma insieme più responsabilità: in una parola il modello è l’autonomia di Bolzano e non quella della Sicilia, per rimanere entro le nostre ampie latitudini estreme.

Senza questa responsabilità, che oggi manca completamente a causa dell’accentramento del sistema fiscale anche sulle tasse proprie delle Regioni e degli Enti locali, il processo non porterà da nessuna parte, o peggio, porterà ad allargare il buco nero del debito della Pubblica Amministrazione. Torneremo ad impaniarci sul modello Andorra, sulla doppia moneta, sull’imposta patrimoniale, sul salario di cittadinanza, sul pensionamento anticipato, sui lavori socialmente utili, sull’Europa sorda e sulla Germania matrigna e via dilapidando il bene pubblico per eccelenza: la ragionevolezza.

E così, se avremo smarrito il sentiero della responsabilità di chi elegge e di chi viene eletto, anzi avendolo dileggiato in piazza,  applaudiremo ancor più di oggi la demagogia in scena.

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