24
Lug
2017

Un’idea elvetica di libertà—di Giulia Pasquali

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Giulia Pasquali.

«Invece che consegnarsi ad un decisore sovrano, gli svizzeri hanno preferito restare liberi negoziatori», afferma Carlo Lottieri nel suo recente libro Un’idea elvetica di libertà. Nella crisi della modernità europea (Editrice Morcelliana, 2017, pp. 218, € 16,50). La nazione elvetica ha infatti come sua caratteristica di base quella di essere legata al consenso di quanti ne fanno parte e basata su liberi legami. È questo – secondo Lottieri – il modello da seguire in Europa, non quello volto all’integrazione politica europea oggi sposato da gran parte degli intellettuali.
Ma qual è la peculiarità del federalismo elvetico? Uno dei fattori fondamentali del successo svizzero risiede nella centralità della proprietà, indispensabile alla libertà dei singoli, la cui protezione può essere raggiunta solo grazie a poteri locali e quindi in competizione. In altre parole, la Svizzera ha trovato nel pluralismo istituzionale e nella molteplicità dei centri di governo il modo migliore per salvaguardare la protezione delle libertà dei singoli.
È bene notare tuttavia che la dispersione del potere, che a noi oggi appare come tratto peculiarmente svizzero, era piuttosto comune in diverse aree d’Europa nel Medioevo e anche successivamente. L’originalità dei cantoni rivela il permanere di istituzioni, pratiche e relazioni sociali sviluppatesi nel Medioevo e in quell’epoca condivise in Europa, ma che, successivamente, furono spazzate via dall’imporsi di un potere centrale e assoluto. Grazie al carattere impervio delle montagne e alla solidità delle istituzioni locali, la società elvetica è in parte sfuggita alla trasformazione che nell’Europa continentale ha portato all’edificazione dello Stato. Quando ci s’interessa alla Svizzera, bisogna dunque guardare a quei cinque secoli che hanno preceduto l’invasione napoleonica.
Come abbiamo visto, nella Svizzera che ha preceduto la costituzione ottocentesca la proprietà è centrale, perché è quest’ultima a tutelare la persona, la società e il diritto. In particolare, è la proprietà condivisa che ha rappresentato l’intero fondamento della società elvetica. Quelli che oggi, anacronisticamente, chiamiamo i cantoni originari erano in realtà istituzioni all’interno delle quali il legame civico dipendeva dalla comune disponibilità di alcuni beni. La capacità di organizzare forme comuni di difesa, ad esempio, discendeva dalla comunanza nella proprietà e nella gestione di talune risorse. «I beni comuni erano la base di una dimensione civile che partiva dalla gestione delle risorse per poi coinvolgere l’insieme delle regole della convivenza», scrive Lottieri. Da ciò possiamo intuire come il federalismo elvetico originario sia un federalismo di proprietà, estraneo alla logica dello Stato moderno accentratore che, in quegli anni, non aveva ancora preso forma.
È a questo particolare modello di federalismo che il Vecchio Continente dovrebbe aspirare. Si può affermare, in definitiva, che le antiche libertà elvetiche siano la vera alternativa al progetto di unificazione europea. La sfida sarà certo quella di reinventare, in un quadro culturale largamente trasformato, un ordine politico largamente decentrato e capace di accantonare le logiche sovrane proprie dello Stato moderno.
È una sfida, questa, che tuttavia bisogna accettare, perché è soltanto attraverso il pluralismo istituzionale che si può avere una garanzia di libertà. Nella situazione presente, infatti, l’Europa rischia di diventare uno dei luoghi meno ospitali per le libertà dei singoli e una delle aree in cui si fa più difficile ogni tutela della vita sociale. Questo è dovuto al fatto che l’ideale europeista dell’uguaglianza, a cui sono votati quanti vogliono l’integrazione politica europea, non è compatibile con la tutela delle libertà individuali.
La Svizzera odierna, invece, tanto refrattaria a essere assorbita dall’unione e così tenacemente ancorata ai suoi minuscoli villaggi, incarna un’idea migliore e più fedele d’Europa, perché riconosce la complessità della realtà storica e sociale e cerca di proporre istituzioni che siano al servizio di un mondo caratterizzato dalla diversità.

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