21
Lug
2017

Flat Tax: una replica a Vito Tanzi—di Eugenio Somaini

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Eugenio Somaini.

Nel suo articolo pubblicato su il Sole 24 Ore del 6 luglio Vito Tanzi ha sostenuto: i) che un regime di flat tax può essere adatto ad un sistema con un livello di spesa pubblica non troppo elevato, ma non a uno come quello italiano in cui questa è tanto elevata da rendere l’imposta ad aliquota unica inaccettabile praticamente per tutti salvo i percettori dei redditi più elevati, aggiungendo a ciò che una parte significativa di tali redditi è dovuta a privilegi che ne rendono discutibile lo status assiologico; ii) che la progressività è praticamente innocua e non rappresenta comunque il principale difetto del nostro sistema fiscale, essendo quest’ultimo costituito dal carattere farraginoso delle norme, dalle situazioni di privilegio che lo caratterizzano e dalle distorsioni che introduce.

La conclusione sembra essere che non è questo il momento di parlare di flat tax e che è meglio rinviare la discussione a tempi migliori.

L’innegabile buon senso di tali argomenti non può cancellare a mio giudizio alcune serie perplessità riguardo ad alcuni di essi.

La prima (e principale) riguarda l’idea che sia inopportuno parlare di eliminare la progressività quando si tratta di ridurre la spesa pubblica. Tale idea disconosce il fatto che precisamente il carattere indefinitamente progressivo (effettivo o immaginato) ha fornito un potente impulso all’espansione della spesa pubblica: se le tasse le pagheranno alla fine solo (o in misura prevalente) i più ricchi non c’è ragione di porre troppi limiti a spese che offriranno ai meno abbienti e anche a larga parte dei ceti medi (soprattutto alla componente di essi che opera nel settore pubblico), non solo vantaggi materiali, ma anche la soddisfazione morale di compiere un atto di giustizia.

La seconda è che la serie di eccezioni e di norme particolari che rendono così macchinoso e distorto il sistema attuale non sono un fenomeno a sé indipendente dalla progressività del sistema, ma ne sono per molti versi la conseguenza, in quanto hanno in genere origine dalle pressioni di quei segmenti delle classi con redditi più elevati che sono in grado di mettersi al riparo dalla progressività invocando una varietà di nobili e speciose motivazioni e appellandosi in genere agli stessi valori che ispirano gli ideali progressivisti.

La terza è che, come a suo tempo hanno sostenuto sia Pareto sia de Viti de Marco, un sistema in cui le imposte sono decise da coloro che non le pagano (o le pagano solo in misura solo limitata) è per sua natura un sistema viziato e destinato a produrre sistematicamente eccessi. Per questi motivi mi sembra che la flat tax dovrebbe essere valutata non solo dal punto di vista della sua efficacia pratica, ma anche da quello di una sua sostanziale valenza costituzionale o meta-costituzionale (nella prospettiva di quello che potremmo definire un ‘costituzionalismo liberale’). Si deve notare a questo proposito che le crisi fiscali si sono in genere risolte con l’insolvenza, con l’inflazione o con imposizioni patrimoniali espropriative e che, avendo l’adesione all’Euro reso di fatto impraticabile la prima e proclamato con il Fiscal Compact l’incostituzionalità della seconda, la sola remora all’adozione come ultima ratio della terza è il richiamo a quel ‘costituzionalismo liberale’ che dovrebbe essere invocato come principale giustificazione della flat tax.

Sarebbe ingenuo contare sull’imminenza di un’effettiva adozione della flat tax, ma sarebbe anche, a mio giudizio, imprudente accettare che l’idea venga semplicemente archiviata come una proposta interessante tra le tante: ciò che ritengo si possa e debba auspicare è che essa rimanga insistentemente e fastidiosamente all’ordine del giorno.

You may also like

Corsi e ricorsi della legge di bilancio sulla tassazione dei tabacchi—di Marco Spallone
La lotta alla concorrenza fiscale di Margrethe Vestager
“Paradise Papers”: dov’è lo scandalo?
La spesa pensionistica – di Alessandro Barchiesi

Leave a Reply