20
Lug
2017

Quando l’ottimo è nemico del bene. Risposta ad Alberto Bisin sulla flat tax—di Nicola Rossi

Alberto Bisin (“Tutti i limiti della flat tax”, La Repubblica, 19 luglio 2017) ha dedicato alla proposta dell’Istituto Bruno Leoni di riforma del sistema fiscale alcune considerazioni critiche che meritano una breve replica. Da un punto di vista economico – sostiene Bisin – “è ben possibile che [la proposta configuri] il sistema fiscale migliore date le condizioni politiche del paese” ma da un punto di vista economico essa “non configura certo un sistema fiscale ottimale”. Come nei migliori courtroom movies verrebbe naturale dire: “Grazie, Vostro Onore, non ho altro da aggiungere”. Una proposta di politica economica – ed in particolare di politica fiscale e sociale come quella in discussione – cerca di superare i limiti del sistema vigente, di ovviare alle sue principali carenze, di evitare le sue più evidenti distorsioni. Nel farlo, è importante avere come punto di riferimento la teoria economica ma, naturalmente, ad una proposta di riforma complessiva non si chiede di essere necessariamente “ottimale” (nel senso che gli economisti attribuiscono a questa espressione).

Ma veniamo alle critiche. Primo, la proposta “non tiene sufficientemente in conto l’opportunità di trasferire il carico fiscale da redditi a consumi”. Le imposte indirette valgono oggi poco meno del 20% delle entrate tributarie. Dopo la proposta il peso delle indirette passerebbe al 30%. Le imposte dirette passerebbero, invece, da poco più del 49% al 36%. È ancora poco? Non è “ottimale”? O non sarebbe piuttosto, innegabilmente, un passo avanti senza precedenti?

Secondo, il meccanismo di finanziamento dei servizi pubblici descritto nella proposta avrebbe gravi difetti in termini di incentivi. Un meccanismo assicurativo e obbligatorio di finanziamento della sanità simile a quello ipotizzato dall’Istituto Bruno Leoni è in vigore in Olanda dove è esteso all’intera popolazione (e non solo alla popolazione più abbiente come nel nostro caso) e dove una sorta di fondo di garanzia interviene per evitare le disfunzioni citate da Bisin. E che dire dell’università (un altro campo cui la logica della proposta IBL potrebbe essere facilmente applicata)? Sarebbe “inefficiente” o in qualche senso “subottimale” chiedere ai contribuenti più abbienti di sostenere il costo della istruzione universitaria dei loro figli (e di non godere invece, come accade oggi, di un sussidio indebito)?

Terzo, la proposta – sostiene Bisin – non sarebbe finanziariamente sostenibile perché non sostenibile sarebbe la corrispondente riduzione delle spese. In realtà la proposta IBL costa, a regime, 27 miliardi di euro interamente coperti da tagli di spesa. È appena il caso di ricordare che nel corso degli ultimi quattro anni sono stati operati tagli di spesa per 30 o 40 miliardi (a seconda delle fonti), purtroppo sciaguratamente dispersi senza molto costrutto. Il solo completamento del lavoro avviato da Carlo Cottarelli e Roberto Perotti potrebbe determinare una ulteriore riduzione delle spese per almeno circa 13 miliardi di euro. La revoca di alcuni irragionevoli recenti provvedimenti di spesa e la sostituzione di istituti assistenziali o prevalentemente assistenziali resi obsoleti dalla proposta consentirebbe di completare il lavoro. Se si vuole trovare un punto di attacco della proposta – che non a caso prevede un adeguato periodo di transizione per salvaguardare i conti pubblici – questo è fra i meno indicati.

Quarto, la proposta, sostiene Bisin, “limita fortemente la progressività delle imposte”. Quale progressività? Ci si rende conto che la progressività dell’imposta personale è oggi limitata ai soli redditi da lavoro dipendente e da pensione inferiori ai 30 mila euro circa di imponibile? Non ricordo moti di indignazione sull’argomento, per quanto ce ne sarebbero i motivi. Ci si rende conto che la progressività nominale del sistema vigente è largamente vanificata dalla fornitura tendenzialmente gratuita dei servizi pubblici?  Siamo certi che rovesciando l’impianto logico del sistema (minore progressività nominale e fornitura tendenzialmente onerosa per i contribuenti abbienti dei servizi pubblici) l’equità del sistema non ne possa guadagnare? Non dice nulla la prevalente composizione sociale degli elettorati delle forze politiche che sostengono o avversano la proposta (o simili proposte)?

Infine, l’arma fine-di-mondo: la proposta risentirebbe di un “forte impianto ideologico di stampo liberista”. Alberto Bisin vive da tempo negli Stati Uniti e forse gli è sfuggito che, nelle previsioni ufficiali, la pressione fiscale per il 2020 è marginalmente superiore a quella prevista per il 2017, già significativamente superiore alla media dell’Eurozona. Che il rapporto fra spesa pubblica e prodotto non accenna a flettere significativamente. Che i vincoli alla finanza pubblica contenuti nel fiscal compact – e con essi la stessa possibilità di un più stretto coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo – sono sotto un attacco concentrico. Che dopo la sua approvazione nel 2012, il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio è stato derogato – con la partecipazione entusiasta di tutte le forze politiche presenti in Parlamento – in ogni singolo anno. E lo stesso accadrà nell’anno di grazia 2017. La proposta IBL rappresenta un tentativo – sicuramente perfettibile – di porre un argine a questa deriva invitando tutti i cittadini a non considerare ineluttabile l’espansione in atto della intermediazione pubblica delle risorse. E delle tante connesse posizioni di rendita. È un obbiettivo che forse suonerebbe ragionevole anche a Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni.

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