18
Mag
2017

Con Draghi l’Eeuropa è ripartita. Noi no, e la colpa è solo nostra

Se si è deciso a parlare così, significa che a Francoforte i dati della ripresa europea sono considerati ormai sufficientemente solidi. Persino abbastanza al riparo dalle imprevedibilità esogene che il mercuriale Trump può esercitare su mercati nel breve, e la Brexit di sicuro nel medio-lungo periodo. Ecco perché Draghi oggi a Tel Aviv ha detto che la crisi è alle nostre spalle nell’eurozona, la ripresa è resistente e sempre più si manifesta tra i vari Paesi e settori. Un fenomeno che giustamente Draghi ha vantato anche come conseguenza delle politiche monetarie non ortodosse che la Bce a sua guida in questi anni ha saputo dispiegare, offrendo tempo alla politica per riforme e interventi incisivi, sulla finanza pubblica e la produttività. In più, Draghi ha anche insolitamente aggiunto tre osservazioni politiche. La prima è la soddisfazione perché gli elettorati stanno aprendo gli occhi, e la maggioranza silenziosa europeista torna a manifestarsi con vigore. La seconda è relativa a populismo e nazionalismo, risorti per gli effetti di recessione e disoccupazione esercitati in Europa dalla crisi di sostenibilità dei debiti sovrani. La terza è l’indicazione di alcuni terreni su cui l’Europa a questo punto deve accelerare con strumenti comuni, a cominciare da immigrazione,sicurezza e difesa.

Si fa torto a Draghi, se lo si considera un proclama politico. La BCE dalla politica sta e deve stare lontana. E’ però una pietra miliare: di qui comincia ufficialmente l’accelerazione dell’uscita dalle politiche monetarie non ortodosse, fatta di acquisti di titoli sul mercato e tassi negativi.

Il che significa che il costo del nostro debito tornerà a salire. Per l’Italia si apre inevitabilmente un problema. Reso del resto macroscopicamente evidente dai dati della crescita europea relativi al primo trimestre 2017 diramati martedì. Non siamo più insieme alla Grecia il paese euroepo che ha pagato il maggior costo finché la crisi è persistita. Restiamo con la Grecia il Paese che più resta attardato ora che la ripresa è ufficialmente consolidata. Al consistente gap accumulato nella crisi – abbiamo ancora più di 7 punti di PIL da recuperare sul 2008, la Germania l’ha accresciuto del 6% rispetto ad allora – aggiungiamo il minor tasso di crescita ora che l’economia europea non ha più solo il traino tedesco.

Il nostro +0,2% congiunturale del primo trimestre si misura con il +0,5% dell’eurozona. La nostra crescita annuale tendenziale è dello 0,8%, quella dell’euroarea del +1,7% e quella della Ue del +2%. La Spagna è cresciuta dello 0,8% nel primo trimestre, e procede a un tasso annuale del +3%.

Un Paese serio dovrebbe sentirsi chiamato a riflessioni profonde. E’ evidente che altri eurodeboli, come Spagna e Portogallo duramente colpiti nel post 2011, hanno scelto di avvalersi del sostegno europeo per le loro banche e hanno operato interventi energici su spesa, mercato del lavoro e concorrenza. Con tutto il rispetto per quanto la politica italiana afferma nel suo vociare quotidiano, i dati affermano che non altrettanto si può dire per l’Italia.

Continuiamo a trascinarci un grande problema bancario dopo aver scioccamente negato di averlo, e la ripatrimonializzazione del sistema avvenuta non è tale da risolvere ancora la montagna del credito deteriorato, mentre le punte apicali di sofferenza, come MPS e le due banche venete, si consumano da un anno e mezzo ancora senza soluzione. La spesa pubblica è rallentata, ma ha continuato a crescere nella componente corrente mentre si abbatteva ancora quella di investimenti. Le entrate tributarie continuano a crescere sempre in proporzioni multiple rispetto all’andamento del PIL, nuove misure come l’estensione dello split payment servono a fare cassa ma drenano per miliardi la liquidità delle imprese. Quanto agli effetti del Jobs Act, la scelta dei bonus a tempo mostra la corda. Era meglio destinare a interventi permanenti scelti oculatamente per effetto sul PIL potenziale, i 50 miliardi bonus a tempo concessi dal governo Renzi. Nel mondo del lavoro, le imprese son tornate a orientarsi massicciamente verso i contratti a tempo, sfumata la generosa decontribuzione.

Il problema numero uno dall’asfittica crescita italiana non è la presunta camicia di forza dell’euro rispetto alla svalutazione che alcuni propongono come panacea. Se altri Paesi eurodeboli crescono a multipli rispetto a noi, è la miglior smentita del presunto tallone d’accaio esercitato dal sulpus commerciale tedesco – oltretutto raggiunto in stragrande maggioranza in paesi extra Ee – verso i Paesi latini. Gli elettori francesi hanno a grande maggioranza cestinato l’idea di un balzo nel buio uscendo dall’euro.

Il problema numero uno italiano è invece la terrificante stagnazione, e anzi l’arretramento, della produttività. Ed è un tema che manca del tutto nell’agenda nazionale delle priorità. L’altroieri l’Istat ha presentato il suo rapporto annuale 2017, e rinvio alle pagine 41-46 del rapporto chi volesse approfondire l’analisi del guaio italiano della bassa produttività. Cominciate dal grafico di pagina 42, quello che ha in ascissa e ordinata il Pil pro capite e la produttività multifattoriale dei paesi OCSE negli anni 2000-2014. E’ un grafico devastante. Siamo l’unico Paese nel quadrante dei “perduti”: meno 7% di PlL procapite e  meno 6% di TFP. La grande maggioranza dei Paesi OCSE si colloca in un’area compresa tra +8% e +12% di aumento della produttività multifattoriale, e tra +7 e +15% di PIL procapite. In quel capitolo troverete una disamina dati alla mano di ciò a cui si deve questa tragedia, valutando quanto sia dovuto all’effetto tecnologico e quanto all’efficienza allocativa e organizzativa. Il primo macrodato è che la produttività multifattoriale è positiva nei diversi settori esposti al commercio mondiale, mentre è negativa nei servizi pubblici e alle imprese, i cosiddetti no tradable. Il secondo è  che la produttività cresce per scala dimensionale delle imprese, sia pur con l’eccezione rappresentata dalle 6-7mila medie multinazionali tascabili del quarto capitalismo, quelle a maggior produttività e a più alta efficienza allocativa.

Tradotto in parole concrete, significa che occorre una sferzata di concorrenza nell’offerta di beni e servizi sul mercato domestico che ne viene ancor oggi esclusa: non solo nei servizi pubblici ma in quelli professionali, nell’architettura regolatoria dei mercati protetti delle concessioni e degli affidamenti, nella struttura opaca degli acquisti pubblici che da soli rappresentano quasi il 9% del PIL. Oltre che nell’allocazione del capitale di rischio e di debito alle imprese da parte dello strozzato sistema bancario italiano. E va aggiunto  il problema della bassa intensità di capitale umano della forza lavoro italiana, dalle fasce a qualifica più bassa fino agli imprenditori.

Sono questi, i problemi che abbiamo affrontato? No. Pensate a quanti capitolo sono stati espunti dalla legge sulla concorrenza, ferma per due anni. Niente portabilità delle quote dei fondi pensione. Niente farmaci di fascia C alle parafarmacie. Nessuna gara per le concessioni balneari. No all’apertura delle società di captali per gli studi professionali degli avvocati. No al restringimento delle aree di privativa a vantaggio dei notai. No alla liberalizzazione del trasporto punto-punto non di linea su base di piattaforme digitali. Rinvio della piena liberalizzazione dell’offerta di energia elettrica. Teniamo in piedi coi soldi pubblici l’Alitalia fallita anche coi privati dopo quella di Stato. Abbiamo ucciso giudiziariamente il primo gruppo siderurgico italiano e secondo europeo, che era privato e  generava miliardi di utili. Continuiamo a volerci inventare un mercato inesistente dei crediti deteriorati bancari a prezzo non di mercato, perché viene prima per politica e regolatori non costringere i soci bancari ad aumenti di capitale invece di avere banche ben patrimonializzate, che riprendano a erogare il credito.

Senza dirlo, Draghi oggi ci ha parlato di tutto questo. Ora che l’Europa è ufficialmente ripartita in tutte le sue componenti, noi soli con la Grecia restiamo esclusi dalla solidità d della ripartenza. E’ per questo che rappresentiamo oggi come oggi il Paese con la più alta percentuale di protesta anti-sistema. E le responsabilità sono nostre, no di altri. Ma questo la politica di ogni colore non è assolutamente disposta ad ammetterlo.

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