7
Mag
2017

Home sharing e i conti senza l’oste—di Luca Minola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Luca Minola.

Durante un’audizione in Parlamento sulla “manovrina”, Federalberghi ha sferrato un nuovo attacco contro l’home sharing, affermando che in Italia nel solo 2015 sono stati più di 600 milioni i pernottamenti “trattati sul mercato nero” degli affitti brevi. Ad affermarlo il presidente dell’associazione, Alessandro Nucara, che, a sostegno della propria tesi, ha portato i dati emersi dal XX Rapporto sul Turismo Italiano redatto dal CNR.

Peccato che questa stima, come sottolinea lo stesso CNR, dipenda dal fatto che, nelle indagini svolte, vengano considerati anche i pernottamenti dei proprietari di seconde case, le visite ai parenti e agli amici.

Secondo le statistiche ufficiali ISTAT, riprese anche dallo stesso rapporto, i pernottamenti di turisti in Italia nel 2015 sono stati circa 392,8 milioni di cui 263 effettuati in strutture ricettive alberghiere e 129,8 in strutture ricettive-extralberghiere tra cui le unità immobiliari per affitti brevi. Dunque, è evidente che, semmai esistesse un mercato nero degli affitti a breve termine, i numeri sarebbero di gran lunga inferiori e non di certo i due terzi del settore.

Se di numeri si tratta, sarebbe utile guardare anche a quelli che raccontano una situazione un po’ diversa.

Per esempio, secondo uno studio redatto da Sociometrica su Airbnb, la scorsa estate, in Italia, i turisti che hanno soggiornato in una delle unità immobiliari pubblicizzate sulla piattaforma californiana sono stati 2,4 milioni, generando un beneficio economico complessivo di 3,4 miliardi di euro – la stessa cifra della “manovrina” di correzione dei conti pubblici appena approvata dal Consiglio dei Ministri – e supportando l’equivalente di 98.400 posti di lavoro. Chi ha deciso di condividere la propria casa ha ottenuto, invece, un ricavo medio annuale di 2.300 euro che il più delle volte è stato riutilizzato per il pagamento delle utenze o per opere di riqualificazione e manutenzione degli immobili.

Non solo, oggi, più del 74% delle unità immobiliari pubblicizzate si trova localizzato in quartieri periferici, al di fuori dei tradizionali distretti alberghieri o in aree un tempo prive di hotel. Questo significa che molti più soldi vengono investiti e spesi al di fuori delle aree centrali – considerate per loro natura più turistiche – rafforzando le comunità locali ed il sistema economico.

Decisamente qualcosa di positivo per un’economia – quella italiana – che stenta a crescere.

Se questi sono i numeri, è necessario cambiare prospettiva e provare ad intervenire in modo più ponderato rispetto a quanto previsto dalla normativa appena approvata.

Prima però, dovremmo considerare chi affitta un’unità immobiliare per brevi periodi non più un presunto evasore, ma una persona che esercita liberalmente la facoltà di utilizzare il proprio immobile, inclusa quella di affittarlo per pochi giorni.

Inoltre, sostenere che gli affitti brevi operino in un mercato nero è fuorviante. Difatti, già oggi i proprietari di un immobile che viene dato in affitto, anche se solo per una notte, sono obbligati a pagarci le tasse: o assoggettando gli affitti percepiti all’Irpef o optando per la cedolare secca del 21%.

Non basta, quindi, il solo pregiudizio di evadere per giustificare le nuove regole fiscali appena approvate che prevedono non tanto di tassare gli affitti brevi, ma piuttosto di trasformare le piattaforme di home sharing e le agenzie di intermediazione in sostituti d’imposta, obbligandole ad adempiere ad alcune procedure burocratiche confuse e catturandole come soggetti d’imposta.

Anziché regolare il settore – per esempio distinguendo in maniera differente chi affitta in maniera dilettantistica da chi, invece, lo fa professionalmente – il legislatore ha preferito tassarlo. Come è d’abitudine per il nostro Stato affamato di tasse.

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