21
Apr
2017

Il referendum Alitalia mostra i guai dei sindacati. E M5S prova a cavalcarlo

Ieri sono cominciate le operazioni di voto, e continueranno fino al 24 aprile. Il referendum tra tutti i lavoratori Alitalia sottopone al loro diretto giudizio l’intesa di ristrutturazione che Cisl, Uil e Cgil hanno sottoscritto, raggiungendo una forte riduzione degli esuberi proposti inizialmente, e una addirittura fortissima riduzione dei tagli salariali che l’azienda aveva richiesto, visto che si è scesi all’8% da un ordine di grandezza che arrivava fino al 30%.

Il motivo per cui si tiene questo referendum è presto detto. Sono stati in primis i soci italiani della compagnia, a partire dalle due grandi banche Unicredit e Intesa su cui grava il più del precedente come del nuovo sforzo finanziario, a chiedere che se si voleva ricapitalizzare la società allora l’accordo di ristrutturazione doveva essere pienamente esigibile. In un’azienda a fortissima dispersione di rappresentanza ,con una lunga tradizione di sindacatini ad hoc per questo o quel segmento del personale di terra o di volo, e con forti flussi di trasmigrazione tra le sigle sindacali come oggi documentato dal Messaggero, le banche non intendono ritrovarsi nella condizione, tante volte ripetutasi in Alitalia, di nuovi roventi conflitti una volta sottoscritto l’accordo. La ricapitalizzazione di 2 miliardi di cui 900 milioni di finanza fresca, secondo le cifre ribadite ieri da Luigi Gubitosi, sin dall’inizio aveva questa precondizione necessaria: le firme sindacali da sole non bastano, bisogna contare i lavoratori e avere la controprova manifesta del loro sì.

Considerando i ripetuti disastri di Alitalia nella storia, è una richiesta fondata.  E ieri l’ad di Unicredit Mustier l’ha ricordato scandendo la cifra: “come banca abbiamo perso 500 milioni in Alitalia nei soli ultimi tre anni: troppi e ora basta”. Le tre confederazioni nazionali sindacali sapevano di non avere alternativa, e chiedono un sì in assenza del quale l’azienda porterebbe i libri in tribunale. Vedremo quale sarà il risultato finale. E se davvero lo Stato vorrà comunque tornare a impegnare in Alitalia una sua società per offrire garanzia pubblica alla ricapitalizzazione: cosa che sarebbe assolutamente da evitare: non solo per scongiurare ovvie accuse di aiuti di Stato che potrebbero fioccare da parte di compagnie concorrenti, quanto perché il ritorno in pista dello Stato ingenererebbe inevitabilmente tra sindacati e azionisti l’idea che, se fallisse anche questo ennesimo piano, sarebbe la mano pubblica a doversene accollare gli oneri. Ergo maggiore attenzione andrebbe invece prestata a un piano i cui obiettivi, francamente, non appaiono per nulla a portata di mano: ma analisi dati alla mano come questa dell’ottimo Andrea Giuricin purtroppo scarseggiano, nel dibattito pubblico.

Con il referendum affiora tuttavia una grande questione, al di là dei destini di Alitalia. Al voto diretto dei lavoratori, in questi anni, si va sempre più spesso su intese di radicale ristrutturazione, o su contratti in deroga rispetto a quelli nazionali. Sono ipotesi molto diverse da quella prevista all’articolo 21 nel vecchio Statuto dei lavoratori, cioè da referendum di iniziativa sindacale che non impegnavano le confederazioni al loro esito. E distinte anche dalle ipotesi introdotte dagli accordi interconfederali firmati nel 2011 e poi ancora nel 2013 tra le grandi confederazioni sindacali e le associazioni datoriali: referendum vincolanti ma su rinnovi contrattuali rispetto ai quali una delle grandi confederazioni non fosse stata d’accordo.

Quelle ipotesi di referendum nascono per legge o per intesa tra le parti al fine di tutelare il dissenso tra grandi sindacati.  In Fiat, quando la Cgil si opponeva all’azienda nei Tribunali, o più recentemente nel caso Almaviva di Napoli, e ancora oggi in Alitalia, i referendum si tengono invece su ipotesi di discontinuità radicale delle condizioni di lavoro, in aziende chiamate a cambiare radicalmente marcia se vogliono sopravvivere. Sono referendum che testimoniano la difficoltà oggettiva dei sindacati a rappresentare davvero il corpo dei lavoratori a cui quelle misure si applicano. Sono consultazioni che esprimono – in alcune aziende o in alcuni settori – un problema centrale che i sindacati negano, ma che esiste eccome: a prescindere dagli iscritti a un sindacato, nessuno sa davvero come la pensino i più die lavoratori, su tagli di organici e tagli salariali in cambio della continuità aziendale per chi resta.

Siamo così passati da referendum a tutela del dissenso tra sindacati, a referendum che scandagliano il dissenso tra lavoratori e sindacati.  Le confederazioni possono fingere quanto vogliono che il problema non esista, ma invece c’è ed è grande come una casa.

E’ sbagliato far di tutt’erbe un fascio. La CGIL ha impostato negli anni una sua battaglia antagonista che in Fiat ha visto la FIOM sconfitta, e che recentemente le debolezze del Pd hanno però riportato alla vittoria con l’assunzione repentina dell’abrogazione dei voucher. Altri sindacati e altre categorie, tra tutti in prima fila i meccanici della FIM Cisl guidati da Marco Bentivogli, hanno sposato la necessità di un cambiamento profondo dell’idea e della prassi di “fare sindacato”.

E tuttavia, attenzione: servirebbe uno scatto in avanti, servirebbero altri leader come Bentivogli capaci essi per primi di intaccare sacri tabù, figli di un’epoca che non esiste più. Grillo la settimana scorsa ha lanciato il tema della “disintermediazione sindacale”, e l’ex leader sindacale della FIOM Cremaschi ne ha condiviso le posizioni. I 5 Stelle hanno visto il problema, e sono pronti a cavalcarlo, come si desume dal voto on line dei militanti m5S. Non sono liberali, chiedono la settimana lavorativa di 4 giorni a salario invariato, ma vi aggiungono un blocco di proposte per tagliare le unghie ai sindacati perché capiscono che il tema esiste ed è popolare. Stride sulle loro bocche l’appello agli individui piuttosto che alla intese collettive, visto che invocano Stato e beni comuni a ogni piè sospinto. Ma quando propongono argini alle carriere politiche dei leader sindacali intuiscono che così si possano strappare altri voti alla sinistra tradizionale, e ai sindacati che di alcune regole sacre della sinistra tradizionale sono custodi, con le imprese che per decenni hanno retto spesso il loro gioco, preferendo estenuanti trattative al ribasso ma comunque intese valide per legge erga omnes, anche se firmate solo dai capi sindacali.

Ora quell’erga omnes resta in teoria nella legge, ma nella realtà non vale più, se si deve decidere a che condizioni far vivere o saltare un’impresa. Servirebbero liberali veri, sindacalisti di nuova generazione, imprenditori meno collusi col passato, per immaginare un sindacato senza più quote d’iscrizione raccolte automaticamente dall’impresa ma rinnovate liberamente ogni anno, e disposti a una legge di attuazione costituzionale che li impegnasse a presentare bilanci completi e trasparenti, in conto economico e patrimoniale.

Non è detto che da casi come Almaviva e Alitalia non ne nascano le premesse, per simili sviluppi. Ma intanto il problema c’è. E’ per questo che in Alitalia tutti trattengono il fiato per la conta dei voti. Credere che nel mondo privato si possa tornare a fare come nel settore pubblico, in cui i sindacati si stanno prendendo la rivincita su Renzi in settori come la scuola o sulle partecipate pubbliche, è una pia illusione.  Le imprese oggi non possono più permettersi intese consociative. E per costruire insieme un welfare aziendale e di partecipazione, come bisognerebbe fare prendendo atto che quello pubblico non basta, occorrono sindacalisti e  imprenditori analogamente immersi sino al collo nel contatto quotidiano con tutti i lavoratori, abbiano una tessera sindacale oppure no. E anche con i milioni che il lavoro non ce l’hanno, e figurarsi se hanno il problema di iscriversi a un sindacato,

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