31
Mar
2017

Se Trump davvero scatena guerre commerciali, USA rischiano per primi. E chi plaude in Italia è fesso

Non una vera dichiarazione di guerra commerciale. Ma un segnale. Un segnale di guerra, comunque. L’indiscrezione lanciata ieri dal Wall Street Journal rivela un documento che il Dipartimento del Commercio USA avrebbe preparato, su indicazione della Casa Bianca. Oggetto: una di un cntinaio di prodotti “iconici” di alcuni grandi Paesi europei, da sottoporre a un dazio assassino del 100% del loro valore per consentirne l’ingresso negli Stati Uniti. Prodotti nessuno dei quali supera la soglia dei 100 milioni di import sul mercato Usa: come la Vespa della Piaggio, l’acqua minerale San Pellegrino, l’acqua Perrier della Nestlè, o il formaggio Roquefort. Lo scopo? Sbloccare una vecchia controversia che risale agli anni Novanta, relativa alle restrizioni europee sull’importazioni di carni bovine americane. L’Organizzazione Mondiale per il Commercio patrocinò un negoziato. Obama lo chiuse con l’Europa, e la restrizione restò per le sole carni trattate con ormoni. Ma gli allevatori americani hanno continuato ad accusare la Ue di inadempienza. Di fatto, basta approfondire un minimo la cosa per capire che nel merito hanno più ragione che torto, ed è un merito di Oscar Farinetti stamane riconoscerlo, nella sua intervista a Repubblica.  In ogni caso, Trump vuole rispondere al grido di dolore degli alllevatori americani, e lanciarci un avvertimento più generale.
Stiamo parlando di una voce di import europeo che pesa poco, 6 miliardi di dollari circa. Se la paragoniamo al surplus commerciale che la Ue vanta verso gli Usa, 157 miliardi di dollari nel 2015, davvero poca cosa. Ma è un segnale pessimo. Se Trump davvero intraprende la via delle guerre commerciali, come per altro ha ampiamente promesso in campagna elettorale, allora dimentica la lezione della storia. Che è purtroppo assolutamente univoca. Lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 voluto dal presidente Hoover fu un disastro totale. Ed è sempre così. Chi alza i dazi con la scusa di proteggere i propri settori produttivi, promettendo così la difesa e l’aumento di posti di lavoro nazionali, scatena inevitabilmente reazioni a catena di segno analogo. Alla fine, nel medio periodo successivo, la storia moderna ha sempre dimostrato che le conseguenze sono tre. I settori protetti e sussidiati praticano prezzi più elevati, e diminuisce il potere d’acquisto dei consumatori, sia verso i prodotti domestici sia verso quelli importati a maggior prezzo . Viene colpito l’export verso gli altri paesi, che a propria volta alzano dazi e tariffe, e dunque si perdono occupati e imprese. E, terzo, la discesa del commercio mondiale abbatte la crescita globale per tutti, Paesi avanzati e meno, accresce invece di diminuire lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti, accelera crisi valutarie, spesso sfocia in veri e propri conflitti armati.

Trump più volte ha fatto capire che entro una certa misura è disposto a correre il rischio. Calcolando cioè che nel breve, di fronte a scrolloni energici come il segnale lanciato ieri all’Europa, i Paesi in avanzo commerciale verso gli Usa capiscano che devono rassegnarsi a ridurlo. A cominciare dalla Cina, 367 miliardi di dollari di surplus 2015 verso gli Usa, la Ue con 157 come detto, il Giappone con 70 miliardi, il Messico con 67,5, e poi Vietnam, Corea del Sud, Canada e Taiwan. Trump ritiene che gli Usa se lo possono permettere, tanto i mercati delle commodities restano denominati in dollari e gli Usa sono unica potenza globale. E’ un calcolo che piace a tutti i protezionisti e sovranisti che in questi anni gonfiano di consensi il loro sostegno nei sondaggi di molti Paesi, Italia compresa. Ma è un calcolo miope. Il passato parla chiaro. Ed è pronto a punire chi lo sfida. Se davvero Trump lanciasse il guanto di sfida alla Cina, che detiene oltre 2mila miliardi di dollari di debito USA ed è presente con propri solidi interessi in vaste aree del mondo, il rischio del conflitto è un vero riorientamento del mondo verso Pechino (e Mosca, in Europa).

Quanto all’Italia, il nostro surplus commerciale verso gli Usa è stata una delle più potenti molle per realizzare la sia pur asfittica nostra crescita degli ultimi anni. Quel mercato è il primo extraeuropeo per sbocco dei nostri prodotti, dopo Germania e Francia, e dal 6% del nostro export nel 2010 è salito a oltre il 10% nel 2016, con un surplus commerciale complessivo di oltre 28 miliardi nel 2015. Più della Corea del Sud, dell’India, del Canada e della Francia. L’auto con la Fiat, la componentistica, la meccanica e i macchinari, la moda, gli alimentari e i farmaci sono nell’ordine i settori in cui andiamo forte. Visti questi successi, il ministro Calenda ha lanciato e finanziato un piano ad hoc per estendere la presenza in Usa di beni di consumo e marchi italiani. I dazi attuali praticati ai prodotti italiani negli States variano da oltre l’8% in media nel tessile (ma fino al 18% per abiti confezionati), al 6% nella ceramica, a poco più del 2% per autoveicoli, motocicli e alimentare. Chiunque può comprendere che innalzare dal 2% al 100% di dazio per Vespa e acqua san Pellegrino significa espellerli dal mercato statunitense.
Certo, la WTO esiste ancora. E a quel punto spetterebbe a lei dirimere la controversia. Ma Trump pensa a un mondo di intese bilaterali, per questo ha inabissato il TTIP multilaterale transatlantico. E lo stesso vuol fare con il Nafta che disciplina il commercio USA con Messico e Canada. Speriamo dunque che la squadra intorno a Trump lo faccia ragionare. In caso contrario, ricordiamoci che attualmente, nelle 6600 combinazioni di prodotto/mercati più diffusi nel commercio mondiale, in 900 casi Italia e Usa sono tra i primi cinque competitor. Dunque saremmo in condizione di “soffiare” ragionevolmente agli Usa a nostro vantaggio quote di valore e volumi di export in quelle specializzazioni, in molti Paesi nel mondo.
Ma senza dimenticare una cosa. Un mondo in cui gli Usa accendessero la spirale della guerra commerciale e valutaria diventa un mondo molto più instabile. E dopo 15 anni di logoramento in Medio Oriente, gli Usa non sono oggi la superpotenza unica di un tempo.

Infine: chi inneggia ai dazi in Italia è ancor più fesso che altrove. Siamo un paese trasformatore, quel poco di crescita asfittica dj questi ultimi anni si deve al miracolo dell’export, realizzato da poco più di 200 mila imprese italiane malgrado tutte le difficoltà buro-fiscal-amministrative. Tifare dall’Italia per chi alza i dazi ai nostri prodotti significa solo essere masochisti. Poi potranno pure dirsi sovranisti quanto vogliono, ma fessi e masochisti restano.

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1 Response

  1. paolo falconi

    Lei ha indubbiamente ragione in tema di dazi aventi finalità protettive, ma piange il cuore sapere che la produzione di riso nel nostro paese non ce la fa più a reggere la concorrenza indiana e asiatica

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