28
Mar
2017

Un apologo: le pecore inglesi e Marchionne—di Matteo Repetti

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Matteo Repetti.

Nel XIII secolo, l’Inghilterra era, a tutti gli effetti, un’immensa fattoria di pecore che riforniva l’industria laniera continentale, sia nelle Fiandre che in Italia.

Per contro, le esportazioni di prodotto finito, di panno inglese, erano del tutto irrilevanti.

Nell’arco di appena qualche decennio, gli inglesi riuscirono a dominare completamente il mercato mondiale della lana: gli europei ricchi compravano solamente panni inglesi, fra i quali il migliore era spesso tinto di scarlatto, molto apprezzato dalle case reali.

Cosa era successo nel frattempo?

Come ha sottolineato il sociologo americano Rodney Stark (The Victory of Reason, 2005), nel 1271, Enrico III d’Inghilterra decretò che “tutti i lavoratori addetti alla fabbricazione di panni di lana, maschi e femmine, delle Fiandre come di altri paesi, possono tranquillamente venire nel nostro regno, per fabbricarvi panni”, e accordò loro l’esenzione dalle tasse per cinque anni.

Nel 1337, Edoardo III estese ulteriormente questi privilegi ai fabbricanti di panno fiamminghi e inviò persino dei reclutatori.

Ma non giunsero solo tessitori, follatori e tintori. Diversi imprenditori portarono con sé in Inghilterra intere imprese, compresi i lavoratori e tutto il resto. Non si trattava semplicemente di persone propense ad andarsene dalle Fiandre, ma di gente attirata in Inghilterra da maggiori libertà, rispetto degli accordi, stabilità politica, costi più bassi e materie prime più pregiate. Soprattutto, poi, queste persone furono attratte da salari e profitti molto più alti dovuti a una tecnologia migliore.

In Italia, invece, per sostenere le varie corporazioni commerciali e artigianali, i costi della manodopera erano sempre molto alti e si bloccava ogni sforzo verso l’innovazione: quando gli inglesi scoprirono la tecnica della tintura scarlatta dalle cocciniglie per i tessuti, con la quale tagliarono di due terzi i costi di tale processo, fu addirittura proibito alle imprese veneziane di adottarla.

Ebbero così fine le glorie dell’Italia medievale (incluse quelle dei miei antenati genovesi, che per primi avevano avuto l’idea stessa della banca e dei titoli di credito).

A distanza di quasi un millennio, viviamo in un mondo in cui non per caso si parla inglese e non italiano.

Ma la storia dà sempre una seconda possibilità.

Un esempio: Marchionne ha preso la Fiat sull’orlo del fallimento e, a distanza di appena qualche anno, si è comprato la Chrysler, ed ha riportato la nuova FCA ad essere uno tra i principali protagonisti del mercato mondiale dell’auto.

Com’è stato possibile?

Beh, è stato sufficiente tornare a lavorare, rischiare, sfidare la globalizzazione e gli altri competitori, e non fare invece affidamento sui contributi statali, inclusi quelli per la rottamazione.

Per essere competitivi, è necessario pretendere dai lavoratori e pagarli di più, senza cedere invece alle consorterie sindacali, interessate ad altre faccende anziché allo sviluppo dell’azienda, alla qualità del prodotto, alla retribuzione degli operai ed alle loro condizioni di lavoro.

Da noi è nato il diritto ed è stata concepita l’idea di stato (gli antichi romani erano gli americani dell’epoca); la nostra storia è il rinascimento, il melodramma, la cucina e la moda: ma adesso anche la Jeep è italiana.

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