6
Feb
2017

È il “miraggio crudele” dello statalismo a generare l’anti-politica

Si resta a volta sorpresi dal fatto che l’anti-politica italiana sia, in realtà, tutto tranne che “anti-politica”. Essa non chiede mai ai politici di restare fuori dalle nostre vite: chiede, piuttosto, “altri” politici. Nonostante il conclamato fallimento delle classi politiche di ogni colore e sfumatura ideologica, l’anti-politica italiana si ostina a immaginare che prima o poi arriverà la tornata elettorale giusta, quella in cui il “buon governante”, finalmente, farà la sua tanto attesa apparizione. E se questo non avverrà, pazienza: è sufficiente prepararsi per le successive elezioni. Ci sono sempre nuovi e (tendenzialmente) peggiori “paladini” tra cui scegliere.

Come ha fatto Angelo Panebianco, in un fondo sul Corriere della Sera di qualche mese fa, si possono distinguere due tipi di “anti-politica”, una vera e una falsa. Quella vera è quella di Reagan e Thatcher, quella per cui il “governo non è la soluzione, ma parte del problema”. Quella falsa è quella che «convoglia il disprezzo dei cittadini sulla politica, ma pretende altresì che la politica resti l’impicciona di sempre». È quella «oggi di moda», scrive Panebianco, «un ossimoro: è un’antipolitica statalista». È una disamina perfetta, se non fosse per il fatto di ritenere che l’anti-politica “falsa” sia un fenomeno dell’oggi. Essa ha, infatti, radici ben più profonde e risalenti nella storia della politica italiana. Lo aveva capito bene Sergio Ricossa, che – nel suo “I fuochisti della vaporiera” (1978), di prossima ristampa per IBL libri – ha individuato nel fallimento del primo centro-sinistra (che troppo aveva promesso e troppo poco mantenuto) l’inizio dell’infatuazione statalista dell’elettorato italiano: «A furia di sentir cianciare di “qualità della vita”, adesso voleva una vita di qualità… Chiedere l’intervento dello Stato divenne la forma più comune, e forse la più pericolosa, di pigrizia mentale. Anche il ceto medio, quella parte della popolazione che una volta eccelleva per laboriosità, si era stancato. Perché ammazzarsi di fatica per mettere da parte qualcosa, se era la politica a decidere il bello e il brutto tempo? Gli italiani erano stati convinti che la politica fosse tutto, ma che quei politici fossero niente. Il miraggio della programmazione aveva fatto vedere fontane inesistenti agli assetati nel deserto. Era stato un miraggio crudele, che chiedeva vendetta».

Da quel “miraggio crudele”, in effetti, l’Italia non si è più ripresa. Quando fu promosso, il centro-sinistra nato dall’alleanza tra DC, partiti minori di centro e socialisti fu pensato come “irreversibile”: e in una certa misura, esso lo fu. Come nota Ricossa, le sue politiche economiche e sociali non si limitarono a vanificare i risultati straordinari del miracolo economico, ma ebbero un impatto “formativo” straordinario su intere generazioni. Ne cambiarono – ahinoi, in peggio – le aspettative e l’atteggiamento nei confronti dello Stato: non più soggetto da tenere a debita distanza, bensì oggetto da blandire e riverire. I beni pubblici la cui erogazione si aspettava non erano più ordine e amministrazione della giustizia: ma sussidi, baby-pensioni… perfino occhiali e panettoni! Ci si rese conto che davvero lo Stato è l’illusione attraverso la quale tutti pensano di poter vivere sulle spalle di tutti. Oggi gli occhiali e i panettoni vengono prodotti e venduti da aziende private, ma la richiesta di prebende non è affatto diminuita: anzi, attualmente, la policy più distintiva dell’anti-politica italiana è pagare le persone perché queste non facciano niente, corrispondendo loro un “reddito” per il solo fatto di essere “cittadini”.

L’Italia è un Paese schizofrenico: nei giorni pari lamenta l’incompetenza dei governanti; nei giorni dispari chiede che essi facciano qualcosa in più e di diverso. Paradossalmente, il più grande “successo” della politica italiana sta in questo: nel suo riuscire a perpetuarsi proprio grazie all’anti-politica “falsa”, che si concentra su una battaglia di nomi e colori, anziché su una di sistemi e condizioni istituzionali. Le promesse politiche italiane non possono che fallire (per via di quell’impiccio noto come ‘principio di realtà’): eppure, a ogni fallimento corrisponderà una reazione uguale e non contraria (con buona pace di Newton). Il “miraggio crudele” di cui scrive Ricossa esige vendetta, che si consuma con la sostituzione delle persone pro-tempore al Governo e non con il mutamento radicale dei metodi di Governo. È questa l’essenza dell’anti-politica italiana: i grillini non si sono inventati nulla. E anche Renzi sembra averlo capito: le sue ultime uscite “populiste” sembrano deporre a favore di un tentativo di arrestare la crescita dell’anti-politica “falsa”, prima che questa realizzi la sua vendetta (la bocciatura del referendum costituzionale ne è stato un assaggio).

Non è facile dire se ci sarà mai spazio per un’anti-politica “vera” in Italia. L’attuale congiuntura internazionale non ci permette di essere fiduciosi: un messaggio politico anti-mercato, anti-scienza, anti-globalizzazione trova un terreno fertile nel nostro agone elettorale. Quello che dobbiamo fare, però, è far nostra la lezione di Sergio Ricossa: è il miraggio statalista a generare l’anti-politica. Se non lo si dissolve al più presto, il nostro Paese finirà per consumarsi definitivamente. E allora, il risveglio, brusco, avrà gli occhi del default.

@GiuseppePortos

You may also like

FMI e neoliberismo: Conversione ma non troppo
Il suddito e la notifica—di Francesco Forte
Fame, cibo, domanda e offerta
La realtà contro l’ossessione redistributiva

Leave a Reply