28
Dic
2016

Voucher: correggerli, non rottamarli come dice la Cgil

Lo abbiamo scritto e lo ripetiamo. In vista dei tre quesiti referendari sul lavoro presentati dalla Cgil e su cui si deve pronunciare a gennaio la Corte Costituzionale, il Pd sembra mostrare un problema serio. Diverse tra le sue componenti si iscrivono al partito dei “pentiti del riformismo”.  Se così fosse tanto da implicare un cambio di linea complessivo del Pd, sarebbe l’autorottamazione del Jobs Act: non certo il massimo, per chiedere futuri consensi all’elettorato.

Il problema si pone non solo sull’articolo 18, che la Cgil vuole ripristinare nella sua disciplina vincolistica anteriore al Jobs Act non solo, com’era prima, per le aziende con più di 15 dipendenti, ma per quelle con oltre 5 lavoratori. Sarebbe un referendum “creativo” e non abrogativo, e vedremo cosa la Consulta avrà da dire in proposito (sulla Stampa, oggi Roberto Giovannini scrive che secondo indiscrezioni si sta irrobustendo l’opinione avversa all’accoglibilità). Ma analoga questione si pone anche per i voucher, i buoni per il lavoro accessorio che nella vulgata sono diventati nuovi strumenti di un odioso precariato di massa. Le domande alle quali rispondere sono, nell’ordine, tre. I voucher sono davvero come li si dipinge? Oppure hanno espresso una domanda e offerta di lavoro positive? Che lezione trarre, che cosa fare in concreto?

Premessa su cosa siano, i voucher. I buoni per il lavoro accessorio sono diffusi da molti anni nel Nord Europa, hanno dato buona prova di sé in Francia e Belgio. Introdotti nel 2003 in Italia dalla legge Biagi, per anni non trovano applicazione. Nel 2008 l’allora ministro Damiano, che si opponeva alla Biagi, né da una prima attuazione nelle vendemmie e per lavori dunque stagionali agricoli.

L’idea diventa nel tempo quella di utilizzare i voucher per lavoretti occasionali per cui mai si stipula un contratto: assistenza a malati e portatori di handicap, lezioni private, giardinaggio, manutenzione edifici. Fatto sta che da poco più di 24 mila lavoratori “accessori” che lo utilizzano nel 2004, si passa nel 2015 a un milione e trecentomila percettori di voucher. Dal 2012 i voucher vengono infatti estesi dalla Fornero a tutti i settori. Nel 2013 col governo Letta si cancella il riferimento a mansioni “di natura occasionale”.

Perché la liberalizzazione? Perché nel frattempo si rafforzava sempre più l’idea di rafforzare i contratti a tempo indeterminato, e aumentavano le restrizioni alle forme di lavoro coordinato e continuativo: idea che di tappa in tappa sfocia nel Jobs Act, con la fine dei cosiddetti “co.co.co” e “co.co.pro”.  Nasce da questa premessa il duplice sospetto che l’enorme estensione negli anni del ricorso ai voucher sia il bacino i cui confluiscono mascherate le precedenti tipologie di precariato. E che, invece di far emergere lavoro prima offerto in nero senza tasse né contribuiti, il voucher finisca invece per coprire altro lavoro nero dietro la maschera di un buono da 10 euro di cui 7,5 di paga oraria per il beneficiario, e 2,5 euro per i contributi INPS e INAIL previdenziali, senza però aver diritto alle prestazioni a sostegno del reddito come disoccupazione, maternità, malattia, assegni familiari.

A onor del vero, il Jobs ACT ha già introdotto limitazioni. E’ stato introdotto il massimale annuale pagabile a voucher in 7mila euro, oltre a quello di 2mila euro annuali per lavoratore da parte di ogni singolo datore di lavoro. E’ stato inibito l’utilizzo dei voucher negli appalti. Ed è stato previsto l’obbligo di comunicazione all’INPS di tutte le caratteristiche d’uso del voucher, preventivamente al suo utilizzo. In teoria, apposta per impedire che il voucher copra lavoro nero. E il governo Renzi, fino a qualche settimana fa, ripeteva infatti che era anche per questo, che nei primi 10 mesi del 2016 sono sì stati venduti 121,5 milioni di voucher, ma con un incremento del 32,3% sull’analogo periodo del 2015, non più del 67,6% di crescita tra gennaio-ottobre 2015 rispetto al 2014.

Per capire che cosa fare è essenziale conoscere chi siano davvero i percettori del voucher, e quali le forme prevalenti di utilizzo. Nell’ultimo rapporto annuale INPS di qualche mese fa, quindi aggiornato ai dati 2015, apprendiamo che Il guadagno netto medio dei lavoratori retribuiti con i voucher negli ultimi anni non è mai arrivato a 500 euro, e che comunque raramente supera i 600. da questo dato, si direbbe che i voucher sono simili ai Mini-Jobs tedeschi. Il numero dei lavoratori è cresciuto costantemente negli anni, ma il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore è sostanzialmente invariato: circa 60 l’anno, dal 2012 in avanti. L’età media è andata sempre decrescendo, così come il differenziale di età tra i sessi. La percentuale di ragazze e donne è progressivamente aumentata, ed è attualmente superiore al 50%. Il ricorso ai voucher è concentrato nel Nord: il Nord-Est incide per il 36,8%, il Nord-ovest per il 29,5%.  La regione con maggiore ricorso ai voucher è la Lombardia, seguono Veneto ed Emilia- Romagna.

Il tipo di attività per la quale è stato acquistato il maggior numero di voucher è il commercio con un 16,8%, ma vanno forte anche l’assistenza alle persone e la manutenzione delle abitazioni. Il 36,7% include invece ”attività specifiche d’impresa”, ed è su questo terzo abbondante di utilizzo che si appuntano i sospetti di abuso. Che generano letture divergenti. Da una parte lo stesso presidente dell’INPS, Tito Boeri, a maggio ha lanciato un vero e proprio atto d’accusa. “I voucher – ha detto -sono nati per regolarizzare il lavoro accessorio, ma hanno avuto uno sviluppo diverso: in alcuni casi abbiamo una precarizzazione evidente, con lavoratori a tempo indeterminato o determinato che adesso hanno i voucher, e in questo senso sono anche controproducenti. Non sono tanti i lavoratori nelle fasce centrali d’età, si vedono poche persone che prima non lavoravano che di colpo prendono voucher. Il livello dei contributi che raccogliamo è basso, circa 150 milioni, lo 0.2% dei contributi totali dei lavoratori dipendenti, mentre i lavoratori che percepiscono voucher sono l’8%: è molto meno di quello che si potrebbe pensare alla luce del numero delle persone coinvolte. Sembrerebbe esserci un fenomeno di datori di lavoro che usano i voucher in maniera disonesta, per evitare un controllo o per pagare solo in parte le ore di lavoro”.

Senonché proprio uno studio INPS diretto da Bruno Anastasia nel 2015 mostra come i percettori dei voucher siano quasi al 10% pensionati, mentre il 55% si divide tra chi ha un altro lavoro e percettori di ammortizzatori sociali. Sommando queste tipologie si direbbe che i due terzi dei percettori utilizzano il voucher davvero per attività accessorie, e per tipi di mansioni in cui prima il nero era considerato imperante.

E’ solo dal miglioramento della raccolta sistematica di questi dati e la loro incrocio interpretativo, che può venire la migliore risposta al “che fare”. Se si vogliono identificare sulla base di dati concreti alcuni settori precisi di attività in cui forte è il sospetto di abusi, dopo quello degli appalti come già si è fatto, allora si possono e si devono adottare restrizioni a quelle tipologie. Le costruzioni sono per esempio, a mio giudizio, fondatamente sospettate. E anche l’utilizzo nei grandi gruppi industriali e nel settore pubblico va chiarito molto, dati alla mano. Ma buttare a mare i voucher in quanto tali, come pretendono la CGIL e molti “pentiti”, è un triplice errore. Ignora il fatto che in almeno i due terzi dei casi l’evidenza empirica sin qui raccolta comprova l’idea che il fine di contrasto al nero sia ottenuto. Rifiuta l’evidenza che per quei lavori mai e poi mai si stipulerà un contratto a tempo indeterminato. Respinge l’idea stessa che il lavoro – la sua cultura e la sua dignità – sia espressione di una società flessibile e in continua trasformazione, non immobilizzato in antiche forme ideologiche. In più, se avvenisse l’abiura, per il Pd sarebbe un clamoroso autogol: non per Renzi come pensano in tanti, ma per il Pd in quanto tale.

 

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1 Response

  1. Fabio Schinelli

    Condivido il contenuto dell’articolo anche se ho due osservazioni: 1) cosa fare nei settori dove c’è un abuso di voucher? Solo vietarli? Non ci sono altre proposte a riguardo che aiutino le imprese a fare contratti flessibili per poco tempo, visto che in ogni caso un lavoratore non offre un lavoro continuativo? Cosa si fa all’estero?
    2) più volte ho sentito dire che i voucher hanno fallito nell’obiettivo di far emergere il lavoro nero. Dall’articolo sembra invece che il beneficio ci sia stato e che si tratti solo di limitarne l’abuso. Forse è cambiata la lettura del fenomeno voucher dopo i dati di novembre, i primi con la tracciabilita’ obbligatoria? Fare chiarezza su questo punto aiuterebbe il dibattito ed eviterebbe dialettica ideologica e non pragmatica, orientata alla soluzione dei problemi, non solo alla distruzione di cosa c’è oggi (assumendo onestà intellettuale delle parti coinvolte)

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