18
Nov
2016

Mille giorni di Renzi: il voto sulle banche è..

ll governo Renzi compie mille giorni, tra poche ore il premier farà il suo bilancio, e quello complessivo noi lo faremo con ospiti, oltre che come al solito con Mario Seminerio, Carlo Alberto Carnevale Maffè e Renato Cifarelli,  domani sabato 19 novembre dalle 10 alle 12 in diretta su radio24 a contidellabelva. Ma intanto:  che voto dare sulle banche al governo? Sotto la sufficienza. Con un’attenuante: forte, ma dovuta  a una propria rilevante debolezza.

Il governo ha ereditato un sistema del credito che non è “uno dei più solidi”, come le autorità hanno sempre ripetuto anche per coprire proprie pesanti manchevolezze. Duecento miliardi di sofferenze e 360 di crediti deteriorati, in un mondo regolatorio Mifid, Basilea e PSD2 che alle nostre banche a bassissima redditività e con forti ritardi nel modello di business chiede più capitalizzazione e maggiori coefficienti patrimoniali, era e resta una condizione di fortissimo stress.

Il governo iniziò tuttavia bene. Pensò a due interventi: per la trasformazione in spa delle maggiori e più esposte banche popolari, e per l’unificazione in una grande holding delle quasi 400 BCC. Il primo è riuscito, al secondo obiettarono subito il “sistema” e i regolatori. Perciò alle holding nazionali delle BCC – vedremo quante, alla fine – arriveremo forse tra un paio d’anni. Ma il tempo si è preso la sua rivincita. A gennaio 2016 è entrata in vigore la direttiva europea sulla procedura comune di risoluzione delle banche, e gli istituti e i regolatori italiani sono caduti dal pero.  Dopo che per anni è stato consentito alle banche italiane il canale preferenziale del funding attraverso quantità massicce di obbligazioni – anche subordinate – piazzate ai propri soci e clienti invece che a investitori istituzionali, in una percentuale senza eguali tra i paesi avanzati, ha creato un trauma l’applicazione del principio del burden sharing – la compartecipazione ai costi del risanamento – ai subordinati delle 4 banche risolte a novembre 2015. A quel punto la pila riformatrice del governo si è esaurita. Per tre ragioni.

La prima: tra le quattro banche risolte, Banca Etruria ha coinvolto un sistema locale di potere vicinissimo, per non dire “interno”,  al “nucleo duro” del governo, cosa che ha moltiplicato l’effetto-ustione al governo delle proteste degli obbligazionisti. La seconda: Bankitalia e ABI hanno preso a contestare frontalmente le regole europee, propugnando interventi invece “di sistema”, cioè con le banche più sane che intervengono su quella compromesse, meglio se con i vietati aiuti di Stato che continuano a essere invocati e ci fanno apparire in Europa contestatori accesi dell’Unione bancaria.. La terza: questa posizione è stata condivisa dalla comunità italiana dell’impresa e della finanza, con rare anzi rarissime eccezioni.

Di qui i gravi paradossi che restano aperti. L’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, nato per tutt’altro fine, e che sta perdendo un mucchio di soldi nelle 4 banche risolte la cui good bank dovrebbe ora essere rilevata da UBI. La nascita del Fondo Atlante, incaricato addirittura di riprezzare l’intera massa di NPL e dell’equity bancario italiano, ma che è già ai limiti delle sue disponibilità nella vicenda Vicenza-VenetoBanca, che avrà bisogno ancora di nuovo capitale e con migliaia di esuberi da gestire. Il lungo rotolare della crisi MPS: con opachi interventi ai suoi vertici della politica, con un piano che da mesi è appeso a un eventuale ma ignoto cavaliere bianco, e che ora è diventato di conversione volontaria dei subs sotto minaccia altrimenti di bail in. L’incertezza che permane sull’entità e le modalità dell’aumento di capitale di Unicredit, costretto a vendere molti suoi asset e forse a cedere allo Stato la maggior rete di vendita di titoli pubblici italiani, Pioneer (se finisce così, un enorme conflitto d’interesse pubblico).

Come non bastassero tutti questi guai, il tutto ciò andrà al pettine dopo il 4 dicembre. La politica ha detto ai mercati che se gli italiani scelgono liberamente tra le due opzioni e non ne sposano una obbligata, i mercati fanno bene a ritrarsi dal risanamento bancario. Una dimostrazione di irresponsabilità, oltre che di poco rispetto degli italiani.  Visto che la Costituzione non c’entra un c.. con i motivi per cui siamo pieni di NPL, per cui MPS banca-di-partito è stata ridottta a un cadavere, o per cui Bazoli sarà rinviato a giudizio perché in UBIbanca bresciani e bergamaschi colludevano tramite atti segreti sulle nomine…

 

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2 Responses

  1. Rodolfo

    Egregio Giannino, Il problema non era la Deutesche Bank ed I suoi derivati? Continuiamo con Il libero mercato all’italiana: Le banche sane fanno profitti e vengono tassate per mantenere quelle fallite. Cosi nel libero mercato nessuna impresa fallisce e rimangono inalterati I soggetti del mercato. Distinti saluti

  2. Franco

    Mi sembra che i media non abbiano italiani non abbiano messo in risalto le responsabilità del Pd nella mala gestio delle Banche, a cominciare dall’MPS, dove 14 membri del CDA su 16 erano nominati dagli enti locali, a guida totale PD. Nell’immaginario comune il banchiere è un pescecane capitalista in tuba e marsina, in realtà è invece un politicante cresciuto spesso all’ombra dell’IRI di Prodi. Che ne pensa.
    Con stima.

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