LeoniBlog Una Rendita al Servizio dell’APE. Tanto Rumore per Nulla?—di Marco Abatecola - LeoniBlog
19
Ott
2016

Una Rendita al Servizio dell’APE. Tanto Rumore per Nulla?—di Marco Abatecola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Marco Abatecola.

A cosa serve davvero il TFR dei lavoratori italiani? La risposta non è così scontata visto che da reddito differito e quindi da forma di risparmio sostanzialmente forzato, negli ultimi anni l’istituto è stato più volte usato per immaginare di poter finanziare qualunque cosa. Lo scontro fra chi preferiva una destinazione dell’accantonamento al reddito disponibile, e quindi ai consumi, e chi preferiva invece conservarne la natura di risparmio sembrava essersi definitivamente chiusa con l’approvazione del d.lgs. n. 252/05 quando il TFR veniva di fatto destinato ad alimentare la posizione di previdenza complementare dei lavoratori, assumendo così una finalità ben precisa e delineata già nei principi di delega.

Come spesso accade però il nostro Paese vive di tentennamenti continui, direi cronici, e così già quella normativa usciva fortemente condizionata da numerose possibilità di anticipazioni e riscatti della posizione che rendevano tutto sommato l’accantonamento disponibile per le esigenze e casistiche più diverse e lontane dalla finalità previdenziale. Senza contare che proprio in quel periodo fu lanciato il provvedimento che destinava l’inoptato (inteso come TFR non destinato a previdenza complementare) dei lavoratori di aziende con almeno 50 dipendenti al fondo di tesoreria INPS. Un’operazione solo apparentemente secondaria grazie alla quale un flusso di circa sei miliardi l’anno di TFR non destinato ai fondi pensione viene sottratto comunque dalla disponibilità delle aziende per essere utilizzato in maniera discutibile – stigmatizzata dalla stessa Corte dei Conti – per coprire la spesa corrente dello Stato.

Più di recente, nel tentativo di far ripartire una domanda interna asfittica, anche l’attuale Governo aveva tentato di rilanciare nuovamente sulla destinazione del TFR in busta paga, seppur con scarso successo e senza sortire per il momento particolari effetti apprezzabili dal punto di vista economico.

Visti i precedenti, in una fase in cui per diversi motivi si cerca di allentare i requisiti pensionistici della Fornero pur dovendo mantenerne inalterati i saldi, non possiamo quindi stupirci più di tanto se torna alla ribalta l’idea che quell’istituto tipicamente italiano possa ancora venirci incontro.

Per la verità senza più metterne in discussione la destinazione alla previdenza complementare ma pensando direttamente ad un intervento del Fondo Pensione per finanziare, almeno in parte, l’anticipo pensionistico reso possibile dal progetto APE. Così, con la “rendita integrativa temporanea anticipata (RITA)”, si conferirebbe la possibilità all’aderente alla previdenza complementare di godere anticipatamente di quanto accantonato nei Fondi Pensione – per un periodo di tempo predefinito – con l’obiettivo dichiarato di contribuire al sostegno dell’onere ventennale legato all’anticipo pensionistico ottenuto nel regime obbligatorio con l’accesso all’APE.

Importante è comunque precisare che tale possibilità, da quel che emerge dall’accordo siglato giorni fa tra Governo e Sindacati, non appare necessariamente legata all’accesso all’APE ma può essere anche fruita indipendentemente, di fatto creando un’ulteriore possibilità di uscita dal sistema di previdenza complementare rispetto a quelli già previsti in via ordinaria.

L’intento sembra in sostanza quello di sganciare il legame diretto tra previdenza complementare e previdenza obbligatoria visto che per legge il diritto alla prestazione pensionistica integrativa si matura al conseguimento dei requisiti stabiliti nel regime obbligatorio di appartenenza e con almeno cinque anni di iscrizione alle forme pensionistiche complementari.

A dire il vero non sempre questo legame è così rigoroso e – al di là di anticipazioni e riscatti – è comunque già possibile anticipare la prestazione integrativa rispetto al requisito pensionistico. In particolare, in caso di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo superiore a 48 mesi, i fondi pensione prevedono, su richiesta dell’aderente, la possibilità di richiedere la rendita con un anticipo massimo di cinque anni rispetto ai requisiti per l’accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza.

Inoltre nel disegno di legge sul mercato e la concorrenza – curiosamente ancora in fase di approvazione dopo quasi due anni di percorso parlamentare – si prevede che l’anticipo dell’erogazione delle prestazioni possa avvenire anche in caso di inoccupazione superiore a 24 mesi, dimezzando gli attuali paletti, e con la possibilità che i fondi pensione prevedano nei propri regolamenti un raddoppio del termine per l’anticipo, portandolo fino ad un massimo di 10 anni dal raggiungimento dell’età pensionabile.

La misura non è quindi del tutto nuova ed è forse sopravvalutata nella sua reale capacità di incidere. Soprattutto se consideriamo che al momento iscritti ai fondi pensione sono solo 7,5 milioni di lavoratori su 25 milioni di attivi, con una età media di circa 46 anni ed un tasso di adesione sotto al 10% nella fascia di età potenzialmente interessata dall’APE. Pertanto non saranno presumibilmente in molti quelli che potranno eventualmente far ricorso al capitale accumulato nel secondo pilastro al fine di rendere maggiormente sostenibile l’anticipo pensionistico.

Una qualche riflessione andrebbe fatta anche sul fatto che un anticipo della rendita di previdenza complementare – nonostante la tassazione agevolata al 15% prevista dall’accordo e la durata certa della rendita – dovrà tenere in qualche considerazione il conseguente effetto sui coefficienti di conversione in rendita che saranno applicati dalla compagnia di assicurazione erogatrice della rendita ad un’età anagrafica più bassa, con una sensibile riduzione della futura pensione privata che si andrà a percepire.

Rispetto all’ottimismo che sembra trapelare dal Ministero e dagli ambienti sindacali, l’ostacolo più grande riguarda però un mercato della rendita che in Italia – anticipo della stessa o meno – è ancora pressoché inesistente, complici i frequenti anticipi della posizione che i lavoratori iscritti utilizzano per le numerose causali previste dalla normativa.

Tali anticipi svuotano, o comunque indeboliscono fortemente, la posizione individuale già in fase di accumulo non permettendo un massiccio accesso alla rendita delle coorti attuali (va infatti ricordato che per legge nei casi in cui il 70% del capitale accumulato, convertito in rendita, risultasse inferiore al 50% dell’assegno sociale, il fondo potrà erogare la posizione interamente in un’unica soluzione).

Data questa situazione, nel periodo 1998-2015, la propensione alla rendita è stata di circa il 4,5%, un dato significativo e che include anche i Fondi Pensione Preesistenti che per storia e caratteristiche hanno ovviamente un numero maggiore di prestazioni periodiche erogate.

Nell’ultimo biennio il valore delle erogazioni per prestazioni pensionistiche è stato nei soli fondi negoziali di circa un miliardo di euro totali per circa 35.000 soggetti, di questi solo 7 milioni di euro riferiti a 128 persone che hanno richiesto l’erogazione in rendita. Una percentuale sia in termini numerici che economi assolutamente risibile, mentre il valore delle anticipazioni e dei riscatti fruiti in corso d’opera è stato ben più importante e significativo, pari a 3,2 miliardi di euro per oltre 300.000 richieste.

Tra l’altro nel periodo considerato il capitale medio di tutti i contratti giunti a scadenza è oscillato fra i 20.000 e i 25.000 euro e, nello specifico, si registra un valore medio dei contratti con opzioni in rendita esercitata che varia dai 36.000 ai 56.000 euro. Capitali quindi ancora non particolarmente cospicui che possono pertanto incidere in maniera del tutto marginale rispetto alle esigenze dei lavoratori che dovessero anticipare il pensionamento facendosi carico della restituzione ventennale, degli interessi bancari connessi e del costo della polizza obbligatoria associata all’erogazione dell’APE.

Ed è certamente vero che nel lungo periodo con l’estensione fisiologica dei periodi medi di iscrizione ai Fondi questa situazione potrebbe modificarsi ma è altrettanto vero che il meccanismo che si è messo in cantiere non nasce con un’ottica di lungo periodo ma è rivolto principalmente ad una fascia di lavoratori ben precisa e già oggi vicina alla pensione, con un’età anagrafica intorno ai 63 anni.

Al netto dei dettagli non ancora del tutto chiariti sull’operazione, emerge quindi da queste prime brevi considerazioni il rischio concreto che il provvedimento in via di emanazione, oltre ad essere contraddittorio rispetto agli obiettivi più volte dichiarati di voler favorire l’educazione previdenziale, si rilevi alla prova dei fatti anche scarsamente utile proprio alla luce di una previdenza complementare che stenta a decollare davvero – probabilmente anche a causa di comportamenti non sempre lineari adottati dal legislatore in merito – e di un mercato delle rendite estremamente ridotto sia per numeri che per valori.

You may also like

C’è una patrimoniale nel futuro del sovranismo?—di Davide Grignani
Giurisprudenza ed inferno fiscale—di Francesco Bencivenga
Il populismo egualitario che distrugge il fisco – di Francesco Bencivenga
“Paradise Papers”: dov’è lo scandalo?

Leave a Reply