26
Set
2016

Mio… nostro… Vostro! Che fine ha fatto il diritto di proprietà in Italia?—di Luca Minola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Luca Minola.

In Italia il diritto di proprietà, in teoria e almeno entro certi limiti, dovrebbe essere protetto dalla Costituzione. Eppure in Parlamento, ad oggi, giace un progetto di legge volto – formalmente a limitare il consumo di suolo, il cui articolo 4 legittima i Comuni a censire gli immobili “non utilizzati o abbandonati”, presumibilmente con lo scopo di destinarli a terzi, evitando così di costruire nuovi edifici. Si tratta, cioè, di espropri de facto, aggravati dalla totale assenza di garanzie procedurali per chi fosse colpevole – non sia mai! – di “non utilizzare” a sufficienza un immobile di cui è proprietario.

Tutelare il diritto di proprietà, lo sappiamo, significa garantire la diffusione del libero mercato. E in effetti anche l’Index of Economic Freedom, pubblicato annualmente dall’Heritage Foundation, lo tiene in considerazione per il calcolo del livello di libertà economica di ogni singolo Paese. Adesso osserviamo l’Europa: il punteggio ottenuto da Inghilterra e Germania è di 90/100, quello ottenuto dalla Francia è di 80/100, quello invece di Portogallo e Spagna è di 70/100. Oggi l’Italia possiede un punteggio per la tutela del diritto di proprietà di 50/100 – addirittura inferiore a quello di Botswana, Ghana e Uruguay – e ben distante dal 70/100 del 2005. L’Heritage Foundation individua tra le cause principali la corruzione, le interferenze politiche all’interno del sistema legale e la lentezza delle procedure giudiziarie.

Ma il diritto di proprietà è prima di tutto sinonimo di libertà, anche sotto un profilo non meramente economico. Altrettanto importante, da questo punto di vista, è il tema degli espropri, e particolarmente due aspetti del tema: da una parte la legalità dell’intervento, dall’altra il risarcimento del privato che subisce l’esproprio.

Dal primo punto di vista, lo Stato detiene un potere sostanzialmente illimitato e la libertà di agire secondo il fine della funzione sociale (dichiarata di volta in volta secondo necessità e mai chiarita a priori a livello costituzionale): la funzione sociale della proprietà, in questo modo, non sembra più finalizzata alla realizzazione straordinaria di quei servizi ed infrastrutture che il mercato non è in grado di fornire direttamente, ma sembra utilizzata per rimuovere velocemente gli ostacoli giuridici ed economici che si frappongono tra lo Stato ed i cittadini.

Dall’altra parte, l’ammontare del risarcimento, attualmente soggetto a tassazione, viene calcolato sul valore venale del bene – ipotizzando un mercato ideale – e risulta essere ben lontano dai valori reali di mercato.

Nonostante negli ultimi anni siano stati fatti dei passi in avanti in materia legislativa, c’è ancora molto da fare.

La sfida contemporanea, soprattutto tra i liberali, dovrebbe essere quella di tornare ad occuparsi del tema della proprietà privata, apparentemente abbandonato negli ultimi decenni.

Cosa fare, quindi, per tutelare il diritto di proprietà in materia di espropri?

Sicuramente prendere spunto dalle esperienze internazionali, che seppur simili a quella italiana, hanno però elementi positivi da prendere in considerazione (come l’introduzione della figura giudiziaria all’inizio del processo espropriativo).

Chiarire a livello costituzionale cosa si intende per funzione sociale dell’esproprio, aspetto oggi completamente ignorato. E forse, provocatoriamente, pensare non solo alla possibilità di garantire al privato soggetto all’esproprio un indennizzo maggiore del valore di mercato – questo indennizzo dovrebbe essere inteso proprio come ricompensa al torto subìto – ma anche all’eventualità che l’esproprio non venga messo in atto per mancanza di fondi statali da destinare all’indennizzo stesso.

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