14
Set
2016

Il 16 settembre dell’anagrafe digitale—di Mario Dal Co

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co.

Ovvero come le “riserve di caccia” ci allontanano dall’economia digitale.

Entro il 16 settembre i Comuni devono compilare la scheda di monitoraggio dell’Anagrafe Nazionale (ANPR). Devono dire se useranno la web application gratuita messa a disposizione dal Ministero dell’Interno, rinunciando al proprio sistema di anagrafe, oppure se accederanno in modalità web service ossia collegando il proprio sistema di anagrafe con quello centrale.

Il sistema gratuito, ossia la web application farà la parte del leone, come prevede la legge? Forse no. I Comuni, infatti, dovrebbero comunque farsi carico degli allineamenti degli applicativi con ANPR, ed è anche difficile che i fornitori siano entusiasti di tagliare l’erba del proprio prato a favore di Sogei, monopolista pubblico. Inoltre, molti applicativi gestionali si appoggiano sull’anagrafe e richiedono una continuità che è più semplice da raggiungere mantenendola in vita. ANPR promette il trasferimento dei dati dal centro agli applicativi locali, ma è probabile -data la delicatezza dei processi coinvolti (es. tributi, elettorale, multe)- che i Comuni stiano a vedere come vanno le cose prima di optare per un modello che li vedrebbe dipendere dal sistema centrale. Dato che il precedente sistema della circolarità anagrafica INA-SAIA non ha funzionato compiutamente per alcuni lustri, questa prudenza è comprensibile. Sarebbe stato più efficace concentrare le risorse sull’interoperabilità dei dati delle anagrafi comunali e non sviluppare anche un nuovo sistema centralizzato, ma questo è un errore del legislatore.

Il 16 settembre è anche la scadenza del periodo di consegna delle apparecchiature per i 200 Comuni che emetteranno le Carte di Identità Elettroniche. Queste apparecchiature non servono ad emettere le carte, ma solo a raccogliere i dati. Il Poligrafico ha il compito di produrre le carte centralmente e consegnarle al richiedente entro sei giorni: molto più tempo di quanto occorreva per la carta di carta e molti più soldi, da 6 a 22 euro. Ma i vecchi arnesi (passaporti ordinari e temporanei, carte di carta e digitali) rimangono in vita fino ad esaurimento o fino a che le diverse digitalizzazioni si completeranno. E i costi si moltiplicano: rimane il personale, rimangono le vecchie macchine con i relativi contratti di manutenzione, si comprano le nuove macchine, si creano call center per spiegare che sì c’è il nuovo sistema, ma… E rimangono in vita anche pagine internet obsolete e fuorvianti, come questa del 2010: http://servizidemografici.interno.it/it/tipo-documento/sperimentazione-cie-ii%C2%B0-fase, dove, per rispondere ai “numerosi quesiti pervenuti dai Comuni” ci sono le istruzioni per ovviare agli invii di “supporti difettosi” che dovranno essere disinstallati ponendone il costo a carico del Poligrafico in quanto fornitore. Forse memori di questo pasticcio i legislatori hanno adottato la nuova procedura accentrata…

Siamo un variegato Paese in cui convivono 4 passaporti, 3 carte carte di identità, 1 CNS-tessera sanitaria. L’errore è sempre lo stesso: invece che dare linee guida chiare e semplici al mercato, si producono aree protette, come avvenne con la PEC alle Poste, ed ora con ANPR alla Sogei e con la CIE al Poligrafico.  Società pubbliche che mettono il naso nelle norme e nei decreti, per ritagliarsi fondi, in barba al mercato e all’efficienza. Anche per questo motivo l’introduzione del digitale in Italia è un costo invece che un risparmio: non riusciamo ad entrare nell’economia digitale perché siamo attardati dalle diseconomie normative e dalle riserve di caccia che esse introducono.

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