4
Set
2016

Tecnologia e comunità per essere Stato

“Ognuno dei problemi economici deve esser risolto esclusivamente ponendoci come Stato Etico”. Questa e altre frasi si leggono nella conclusione del libro “Abbozzo di una interpretazione idealistica della economia politica” pubblicato nel 1930 da un professore di nome Emilio La Rocca. Ho scoperta l’esistenza di questo libro l’estate scorsa e, vista la quasi omonimia con l’autore, non ho esitato ad acquistarne una copia presso una libreria antiquaria.

Tante cose che ho letto mi sono piaciute e tante altre mi hanno dato molto da pensare, come la frase che ho appena citato. Cosa significa risolvere ognuno dei problemi economici “ponendoci come Stato Etico”? Come potremmo – mi chiedevo – risolvere i tanti problemi economici che affliggono un Paese come l’Italia prendendo noi il posto dello Stato, quello Stato che è il responsabile di così tanti danni all’economia, quello Stato che ci rende sudditi di tanti cavilli diabolici, di una pressione fiscale insostenibile, di una montagna di debito pubblico che ha messo a rischio il nostro futuro? Quello Stato che prometteva maggiore benessere in cambio di un maggiore controllo dell’economia e che invece ha portato l’economia ad un declino fuori controllo?

Per quanto fossi inizialmente ostile all’idea, avvertivo che forse qualcosa poteva significare e ultimamente inizio a pensare che ci sia del buono in questo punto di vista. Tra gli altri, ho fatto mio il motto dell’architetto e scienziato Buckminster-Fuller che pare aver detto: “Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta.” Nell’ultimo anno mi è capitato di incontrare tante persone con un sacco di idee interessanti – persone che in qualche modo vivono in un modello se non nuovo, di sicuro molto inusuale. Mi viene in mente Diogo, un brasiliano incontrato in Cile, che girava il mondo grazie ad un sito chiamato Worldpackers dove chiunque può scambiare quello che sa fare con chi possa loro fornire ospitalità (exchange your skills for accomodation – questo il motto del sito). Questo è solo uno dei tanti esempi di quella che qualche giornalista ha battezzato reputation economy, quella rete di scambi che vengono permessi e/o accelerati dalla digitalizzazione della reputazione. Come per un conducente di Blablacar o Uber, per un ospite di Airbnb, per un venditore di Ebay, Internet e lo smartphone ci consentono di aver più fiducia in persone totalmente sconosciute e quindi scambiare con loro beneficiando dell’esperienza (i feedback) dei loro utenti precedenti. E’ anche questo che consente di aprire la porta della propria casa ad un perfetto sconosciuto.

Mi viene anche in mente il mio amico Flavio che sta trasformando la sua villetta con giardino nella cintura torinese in una casa-fattoria quasi autosufficiente perché “anche se avrò una pensione molto bassa almeno avrò ridotto gran parte delle mie spese ”. Se la casa richiede meno spese di riscaldamento, il giardino produce un po’ di verdure, gli scarti della casa si riciclano, l’apporto di energia esterna al sistema abitativo si riduce – così come le spese mensili. Non si tratta di ideologia autarchica, ma di una scelta in linea con l’ambizione stessa dell’economia: ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Efficienza energetica, in lessico ingegneristico, declinato in funzione di lavorare di meno e di massimizzare il tempo disponibile per ciò che ama fare – ora – e per farsi bastare una magra pensione – in futuro.

Ho incontrato tante persone che non si lamentano della realtà esistente e neppure si rassegnano ad un futuro economico in declino e senza certezze. Persone che si prendono la responsabilità del proprio futuro e anche di quella inevitabile fase della vita umana che si chiama vecchiaia la cui tutela era tradizionalmente appannaggio dello Stato. Persone che, sapendo che la rete di sicurezza che lo Stato offriva (pensioni e welfare) è attualmente piena di buchi, stanno iniziando a tessere la propria.

In questa prospettiva la dimensione comunitaria diventa un fattore molto importante. In qualche modo l’economia che si sta sviluppando attraverso Internet è un’economia di comunità, se non altro a livello digitale. Tanti dei già citati esempi di scambi permessi dalla Rete rappresentano forme di comunità, ovvero di “un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni”[Wikipedia]. Le comunità possono prendere la forma dei Worldpackers che ho citato prima: un gruppo di persone che non aspettano il prossimo bando europeo o Jobs Act per iniziare a lavorare.

Io stesso ho fatto un po’ di esperimenti negli ultimi tempi. Per la prima volta nella mia vita mi sono iscritto ad un gruppo di acquisto on-line. Si tratta di consumatori che si associano per comprare insieme elettricità, nel mio caso, e ottenere prezzi più bassi. E’ efficace (prima spendevo quasi il 50% in più a kWh rispetto ora) ed è interessante – riflettevo – anche a livello concettuale: quante migliaia di regolamentazioni sono state scritte a “tutela dei consumatori” e si sono trasformate in obblighi, divieti, limitazioni alla libera scelta se non addirittura in uffici e burocrazie pubbliche? In questo caso, ho pensato, sono i consumatori che si uniscono per tutelarsi e non aspettano che qualcun altro lo faccia per loro. Nulla di nuovo sotto il sole, certo, i gruppi di acquisto esistono da tempo; oggi però è ancora più facile aderirvi e disponibile ancora a più persone attraverso la Rete.

Ho poi investito più della metà dei miei risparmi in Bitcoin – sia per motivi speculativi sia perché ritengo il modello delle cripto-valute più sano del sistema monetario-bancario tradizionale. Non essendo pratico di informatica non è stato facile, eppure, dedicando il giusto tempo a imparare, sono arrivato al punto di dormire sonni sereni sapendo che i miei risparmi si trovano in portafogli virtuali sui quali io, e solo io, ho la responsabilità. E’ un esperienza molto diversa rispetto al deposito in banca, che peraltro beneficia della garanzia statale, perché se da un lato ci si sente più liberi da scartoffie e burocrazie, dall’altra ci rende molto più responsabili. Prima di investire in cripto-valute ho dovuto verificare la sicurezza del mio PC, ho dovuto informarmi sui portafogli elettronici e imparare un modo completamente nuovo di usare il denaro. Se perdo una password, per esempio, o sbaglio l’indirizzo di una transazione, non posso tornare indietro – come Bitcoin.org rende chiaro – né posso incolpare qualcun altro. I rischi sono tanti, certo, così come le opportunità.

In conclusione, con questo post ci tenevo a raccontare una piccola esperienza che però credo abbia portata generale. Sono arrivato a pensare che l’espressione “essere Stato”, nata per un incontro fortuito, possa indicare il vivere facendo noi stessi ciò che siamo abituati a chiedere allo Stato. Significa scoprire come creare la propria rete di sicurezza invece di aspettare che sia lo Stato ad assicurarci, nel lavoro, nella previdenza, nelle nostre scelte. Significa tutelarsi come consumatore, risparmiatore e lavoratore, invece che dipendere esclusivamente da una garanzia statale, che poi prende sempre la forma di regolamentazione (obblighi e divieti) o salvagente (sussidi e imposte). Oggi, attraverso la Rete, è ancora più facile e efficace. Al momento alcune iniziative sono esperimenti e come tali potranno risultare in buchi nell’acqua, altre verranno bloccate (come Uber), altre ancora faranno da pionieri. Quello che conta sono le idee. La fisica ci ricorda che da una condizione estremamente ridotta (il Big Bang) è nato un universo infinitamente grande. Forse è proprio dalle piccole cose, anche solo un’idea, che nascono le grandi cose, e non viceversa.

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4 Responses

  1. Giorgio

    Caro Rocca, è tutto il contrario. Grazie alle tecnologie da lei citate il cittadino può finalmente ritrovare il senso di comunità e della società che negli ultimi decenni è stato progressivamente espropriato dallo Stato. Quindi non “farsi Stato”, ma riprendersi quell’autonomia che lo Stato gli nega per tenerlo in posizione di sudditanza. La differenza non è da poco.

  2. Sandro Ceccato

    Certo, al posto dello Stato tante piccole bande di cittadini che usando gli strumenti detenuti dal potere reale si fanno forti e dettano le regole del gioco…
    Non fosse tragico sarebbe divertente come immaginario, tipo giochino elettronico; gruppi di cittadini dettano le leggi del mercato libero e vincono! Dai, cosa aspetti, gioca anche tu!

    Ecco, la devastazione di una cultura da un’altra passa anche attraverso a queste sovrastrutture mentali.

  3. Pibond

    Stato etico significa assoggettare le comunità alla determinazione del l’élite al potere. Oggi siamo sudditi dell’omologazione al consumo dell’indiscrimazione comportamentale.

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