31
Ago
2016

La mazzata Ue a Apple piace ai più, ma ha evidenti falle legali

La guerra fiscale tra Apple e la Commissione Europea scoppiata ieri sarà uno dei casi del secolo. Ma intanto, alla notizia della mazzata vibrata dalla commissaria Ue alla Concorrenza Margreth Vestager al gigante guidato da Tim Cook, i più in Europa hanno esultato. Finalmente l’Europa si fa sentire, è il coro espresso dal più dei governi, dai media e da chi in Europa subisce quella che considera una concorrenza impropria da parte delle multinazionali della rete come Google, Facebook e Amazon: cioè editori,  autori, produttori di contenuti multimediali e imprese europee delle tlc. Come del resto avviene a ogni iniziativa Ue contro i giganti della rete, iniziative delle quali l’Istituto Bruno Leoni ha invece puntualmente cercato di sottolineare la purtroppo ricorrente pretestuosità tecnica (vedi per esempio qui, qui, qui e qui)

In effetti, ogni previsione questa volta è stata superata: il dossier aperto dalla Vestager sugli accordi fiscali agevolati – tax rulings, in gergo tecnico – tra Apple e Irlanda non sfocia in una sanzione da 1 miliardo di euro come immaginava l’Economist, ma nella bellezza di 13 miliardi di euro di minori imposte pagate tra 2003 e 2014, somma che ora tocca all’Irlanda recuperare sommandovi gli interessi. Ma l’Irlanda impugnerà la decisione, sulla stessa base con cui lo farà Apple. Ed è intorno a questo caso, multiplo come grandezza finanziaria rispetto all’arcifamosa sanzione comminata nel 2004 da Monti commissario Ue a Microsoft per 497 milioni di euro, che ora per lungo tempo divamperà una guerra. Tra le due rive dell’Oceano, ma anche tra paesi europei a bassa tassazione d’impresa e quelli che invece considerano i primi come paradisi fiscali. Al di là dei vasti consensi all’azione Ue, il fondamento legale della decisione è fragile, rischioso e irto di contraddizioni.

Come può l’autorità europea che vigila sulla concorrenza assumere i poteri di un’autorità fiscale, pur essendo le politiche tributarie di competenza nazionale?  La Vestager parte dal presupposto che i tax rulings configurino in realtà aiuti di Stato, ergo violazioni della concorrenza. E su questa base giuridica ha indagato Apple, come ha già fatto per Starbucks, Fiat ed altri, estendendo le indagini non solo all’Irlanda, ma all’Olanda e al Lussemburgo. La Commissione ammette tuttavia anche di “non avere competenza in materia tributaria”, e affida ai governi ora il recupero delle risorse. Se l’aliquota sui redditi d’impresa irlandese è al 12,5% – cosa che fa imbestialire i grandi paesi europei ad alte aliquote (nemici della concorrenza fiscale che è invece buona cosa) che invano tentarono di farla alzare agli irlandesi in cambio degli aiuti Ue alle loro banche – allora sono illegittimi gli accordi che hanno consentito ad Apple di pagare via via dall’1% fino solo allo 0,005% di imposta a Dublino. Senonché i tax rulings non sono eccezione in Irlanda e  Lussemburgo ma centinaia e centinaia (nel novembre 2014 Wikileaks ne pubblicò oltre 500 offerti dal Lussemburgo a oltre 340 imprese multinazionali, nei soli anni 2002-2010). Cioè rappresentano un’articolazione ordinaria della politica fiscale di quei paesi europei per attirare imprese, non straordinaria.  Inoltre, la decisione della Commissione “obbliga” uno Stato Ue a una tassazione retroattiva secondo norme diverse da quelle che esso si era dato: una scelta che dovrebbe far sobbalzare i sovranisti in tutti i paesi europei, e questa volta a piena ragione. Qui per esteso le ragioni tecniche per le quali non condivido la pretesa base legale della Commissione, esposte da Massimiliano Trovato in un paper IBL.

Ma sono obiezioni di carattere formalistico, è la reazione dominante. Il punto è invece che non si può consentire a imprese che realizzano profitti per centinaia di miliardi la possibilità di pagare imposte per pochi milioni. E di non riconoscere i diritti alle imprese editoriali di cui veicolano i contenuti sui loro motori di ricerca. E di non compartecipare alle spese infrastrutturali per realizzare reti a banda larga da parte delle imprese di tlc, quando il più della banda finiscono per occuparlo loro coi loro contenuti. E via continuando. E’ un’osservazione sostanziale, tuttavia bisogna ricordare alcune questioni, prima di vedere se e come la maxi-sanzione europea sopravviverà al contenzioso e fisserà un precedente, oppure no.

E’ vero che la tassazione dei grandi gruppi trans-nazionali è un grande problema irrisolto della globalizzazione. L’OCSE stima che l’elusione delle multinazionali raggiunga l’effetto di 240 miliardi di dollari di minori tasse pagate l’anno, circa il 10% delle imposte raccolte sui redditi d’impresa a livello mondiale. Tuttavia, per identificare criteri comuni su cosa sia reddito imponibile e da pagare in quale paese, occorrerebbe un grande accordo tra autorità fiscali continentali, Stati Uniti, Europa e Cina. Solo così si potrebbero identificare regole comuni alle quali attenersi. Ma non è la strada che è stata intrapresa.

Il G20 affidò all’OCSE la stesura di linee guida orientative che sono state illustrate nell’autunno scorso, le cosiddette BEPS (“Base Erosion and Profit Shifting”). Molto articolate, in cinque grandi capitoli: fissando come obiettivo quello di report nazionali paese per paese in cui ogni grande gruppo dichiari dove ha stabile organizzazione e dove incardina invece fiscalmente i suoi cespiti (interessi, dividendi, diritti da brevetti e proprietà intellettuale, con questi ultimi aspetti “intangibili” essenziali per la produzione di reddito delle grandi imprese della rete). Sulla base di uno scambio d’informazioni sempre più capillare tra Stati, e contenendo sempre più la possibilità di triangolazioni che vedano i flussi di profitto sparire magari in società controllate dai grandi gruppi ma in paradisi fiscali “veri”, dalle Bahamas alle Cayman. Tuttavia, quelle linee guida OCSE sono solo la base per accordi fiscali bilaterali e multilaterali tra nazioni, e sinora siamo molto ma molto indietro.

Si aggiungono anche altre difficoltà.

Molti paesi hanno tentato di imboccare una via autonoma, minacciando le multinazionali di creare basi imponibili “presuntive” partendo non dalla stima degli utili ma del fatturato realizzato nazionalmente attraverso clienti e intermediari. Era questa la base anche di alcune proposte di legge – la cosiddetta “web tax” – proposte anche nel parlamento italiano, ma sulle quali il governo ha deciso per fortuna sinora di soprassedere, scegliendo l’approccio multilaterale. Quando dico “per fortuna” intendo che a oggi, assumere i ricavi come base imponibile presuntiva farebbe a pugni con la definizione di reddito d’impresa secondo il Testo Unico dei redditi vigente ( vedi qui e qui). Ma ciò è comunque bastato per raggiungere accordi fiscali di maggiori introiti. Proprio Apple ha versato 319 milioni di euro nello scorso autunno all’Italia chiudendo un contenzioso molto maggiore, per 880 milioni, notificatole dall’Agenzia delle Entrate e dalla procura di Milano. E un analogo fascicolo è aperto con Google. Ma ammettiamolo: proprio l’esiguità delle transazioni finali rispetto alle contestazioni iniziali italiane dimostrano che, in assenza di una base normativa chiara e condivisa internazionalmente, la pretesa delle autorità tributarie nazionali deve accontentarsi di soluzioni extragiudiziali. I paesi “deboli” rischiano altrimenti di vedere i giganti della rete disintermediare i loro clienti. Solo il Regno Unito, contando di essere troppo finanziariamente rilevante agli occhi delle multinazionali, ha sin qui adottato una discussa misura – la Diverted Profit Tax – che identifica con il modello dei prezzi di trasferimento nella catena delle diverse società controllate all’estero dalle multinazionali, ma calcolati a valore di mercato e non quello dichiarato dai gruppi,  una stima presuntiva dei redditi sottratti, da tassare al 25%. Ma occhio: è la stessa Gran Bretagna che ieri ha fatto ponti d’oro ad Apple appena appresa la decisione della Commissione, dicendo: noi non siamo più sottoposti alla Ue, venite da noi e ci metteremo d’accordo.

Infine, la decisione della Vestager comporta un’altra incognita. Se l’aria è cambiata in questi ultimi anni con massicci accordi bilaterali di cooperazione fiscale – a cominciare dal segreto bancario di fatto caduto in Svizzera, Lussemburgo e Austria – si deve alla svolta avvenuta negli USA con il protocollo FATCA.  E anche nell’attuale campagna per le presidenziali un tema al centro del dibattito è cosa fare per superare l’attuale norma fiscale statunitense, che ha portato circa 1,1 trilioni di dollari di utili di multinazionali americane parcheggiati in altri ordinamenti fiscali (la stima mondiale è di circa 2 trilioni), per evitare la tassazione del 35% al reimpatrio negli States. Per questa ragione la definizione congiunta di che cosa configuri “stabile organizzazione” e dove si tassino i cespiti di una multinazionale, dovrebbe essere primario interesse dell’Europa. Che però sinora è divisa, perché ciascuno è in piena concorrenza fiscale col vicino per aggiudicarsi presenza e investimenti diretti esteri da parte delle multinazionali in questione. Mentre la mazzata di ieri ha portato automaticamente il governo USA a difendere Apple e i suoi giganti della rete, quegli stessi che al Congresso critica come elusori fiscali. L’effetto opposto cioè di quanto serve se vogliamo che il fisco USA e quello dei diversi paesi Ue raggiungano mai un accordo comune.

Conclusione. La via nazionale a tassare i giganti della rete secondo ricavi stimati ha basi legali fragili e crea danni ai mercati dei paesi che l’applicassero. La via europea di usare l’antitrust per riscrivere retroattivamente le norme fiscali nazionali è inaccettabile. Un accordo vero è efficace solo se condiviso tra grandi autorità fiscali e abbiamo il massimo interesse a un accordo con gli USA, mentre la decisione della Commissione è un guanto di sfida che porta – come si è visto ieri – le autorità americane a difendere le proprie multinazionali, che pur contesta a Washington.

Vedremo come va a finire. Senza una buona soluzione, è un’altra potente spinta a far regredire la globalizzazione.  La giusta tassazione non va mai confusa con l’anatema alla concorrenza fiscale. Finché ci saranno paesi con aliquote più basse, quelli con aliquote troppo levate saranno costretti comunque a ridurle. E così facendo crescono di più, non di meno. E’ esattamente questo che non piace, a molti di coloro che applaudono la Vestager.

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Il caso Apple-Irlanda tra politica e diritto

9 Responses

  1. aldo richieri

    Credo che il problema dell’elusione fiscale sia un problema che in realtà non si vuole risolvere. Se le imprese fossero tassate applicando un’aliquota flat sul fatturato prodotto in un paese il problema sarebbe risolto in 4 minuti.
    Ma viviamo ancora nel mito della capacità contributiva e in Europa la concorrenza fiscale permette a interi paesi di vivere.

  2. Claudio

    Lasciare mano libera al dumping fiscale è pericoloso, significa dare spazio ai paesi con basso debito e basso welfare e ostacolare quelli con maggiore debito o maggiore welfare (tipo Italia) senza però permettere a questi paesi di imporre dazi sulle importazioni da parte degli altri paesi. Se vogliamo dare libertà totale sulla politica fiscale ai paesi UE allora però eliminiamo la libera circolazione delle merci, e quindi si cancella la UE. Semmai bisogna andare in direzione contraria, ci vuole una TOTALE uniformità fiscale per evitare che, appunto, i più furbi arbitraggino fiscalmente i vari paesi UE. Poi non stupitevi se di fronte ad una aliquota corporate dello 0.005% pagata da Apple i poveri cristi tassati al 50% si infuriano e votano Salvini o Podemos o chessoio

  3. Andrea Farè

    concordo con Aldo qui sopra, i Paesi si comportano come imprese nel farsi concorrenza gestendo in modo discrezionale aliquote fiscali promozionali, e poi accusano le imprese stesse di andare ad aprire sedi dove conviene a loro…

  4. PIETRO BARABASCHI

    Sono un imprenditore; non posso quindi commentare tecnicamente in quanto conosco solo l’economia pratica, che investe in attività che producono ricchezza oggettiva.
    La signora Vestager produce soltanto parole e commette un gravissimo liberticidio.

  5. Fulvio Orselli

    Apple aveva scelto l’Irlanda per il regime fiscale favorevole (che noi pensavamo essere il 12,50%).
    Poi, grazie ai due tax ruling ad hoc, la golosa è riuscita addirittura ad abbattere la base imponibile arrivando a versare solo 50 Euro ogni milione di euro di utile realizzato.
    Le due società “fantasma” di diritto irlandese Apple Sales International e Apple Operations, attraverso cui Apple Inc. commercializza i suoi prodotti fuori dagli Stati Uniti, hanno prodotto per anni miliardi di dollari di utili praticamente esentasse.
    L’azione UE, fragile per carità, utilizza la via degli “aiuti di stato” come gli Stati Uniti usarono l’evasione fiscale per colpire Al Capone.
    Gli uffici legali di Apple hanno fatto un ottimo lavoro: il periodo dal 1990 al 2003 è insindacabile da parte della UE.
    13 Miliardi + interessi (già messi nel conto fin da principio, c’è da giurarci) sono “peanuts” per chi si trova ad avere attualmente più di 200 Miliardi liquidi in cassa, prodotti come ora sappiamo.
    La via maestra sarebbe quella (utopistica) dell’armonizzazione fiscale globale.
    Ma non riusciamo nemmeno a far passare gli Eurobond, figurati il fisco unico.

  6. Luca Ge9se

    Il problema di base, irrisolvibile a mio avviso, è che finché non si sarà una politica comunitaria sulla tassazione alle aziende e ai privati, situazioni del genere si ripeteranno all’infinito.
    Fa bene la Apple ad andare in Irlanda a creare il suo business, lo farebbe ognuno di noi, io per primo.

  7. Marco

    La soluzione più semplice sarebbe la banale abolizione delle imposte sulle società.
    Poco popolare e di scarso appeal per un politico, ma spostando la tassazione dalle società ai percettori degli utili si renderebbe il sistema più semplice (e anche più progressivo).
    Interessi, dividendi e capital gain tassati in dichiarazione dei redditi ad aliquota marginale, niente più imposta sulle società, e imposta preventiva alla fonte (come già fa la Svizzera) da recuperare in dichiarazione dei redditi per contrastare l’evasione da parte dei percettori degli utili.
    In un attimo sparirebbero anche tutti i loopholes delle norme fiscali, e anche il potere politico di accattivarsi o ricattare le aziende.

  8. Guido Roccatagliata

    Oscar sono negativamente impressionato dal tuo articolo. Se non ti stimassi penserei che sei membro di una lobby che difende gli interessi del grande capitale!
    Voglio precisare che la commissione non discute dell’aliquota di imposizione fiscale in sé, nè del problema ( reale ) dell’elusione: La commissione ha sanzionato il regime che permette, violando le leggi europee, la diferenza tra l’aliquota applicata ad Apple e l’aliquota applicata a tutte le altre società con sede in Irlanda! La commissione ha accusato l’irlanda, non apple, di aiuti di stato!
    Oscar, se tu sei veramente liberale hai il dovere di denunziare una pratica che deforma il mercato e la concorrenza!
    p.s.
    ho tralasciato di proposito il problema dell’elusione fiscale e non mi faccio trascinare da altro! E’ tutto così ridicolo…la società più ricca al mondo produce in Cina ( in una fabbrica diventata famosa per i suicidi ) e paga lo 0,005 di tasse…ROBA DA ANCIEM REGIME…

  9. Danilo Fabbroni

    ….poi attenzione…..quando si delocalizza è dato in pasto al popolo-bue la scusa soltanto che il costo della manodopera è favorevole e quindi si fa così e cosà…. in realtà non è tanto questo il vero motivo della delocalizzazione quanto il fatto che la casa madre riceve sovrafatturazioni ovviamente gonfiate dalle filiali ove il fisco è incerto come il vento a primavera e quindi i vantaggi sono duplici: basso costo del lavoro e riduzione a bestia degli oneri fiscali…..

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