19
Lug
2016

La Brexit potrebbe non essere un fenomeno “sui generis” – di Alessandro D’Amico

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Alessandro D’Amico.

L’Unione Europea continuerà a fallire finché la sua classe dirigente non smetterà di vivere nel mondo dei “mi piacerebbe che”, tipico di coloro che non solo sperano, ma si aspettano, che la realtà aderisca ai loro canoni morali.
Il problema dell’Unione Europea non è in primis quello della collusione tra burocrazia e lobby, che genera barriere (tariffarie e non), bensì il problema dell’attitudine culturale che la sua élite ha assunto dalla fine della guerra fredda in poi, caratterizzandone le politiche interne, estere e finanziarie.
Non nego che la pesante burocrazia unitaria e il potere che la Commissione Europea esercita avvantaggino economicamente alcuni ristretti gruppi ben organizzati (le “lobby” appunto), ma affermo comunque che la maggior parte degli errori e delle storture sono stati commessi in buona fede, nel tentativo di far avverare un mondo che non è.
Il problema dell’UE è dunque l’annoso problema del dirigismo economico, figlio del socialismo.
I devoti di questa politica non sono cattive persone, per la maggior parte, ma sono convinti che il fine giustifichi i mezzi e di saper loro cosa è meglio per tutti.
I tecnicismi, l’opacità del sistema democratico comunitario, le regolamentazioni onnipresenti, i trasferimenti di risorse, la CAP sono tutti mezzi impiegati per il raggiungimento di un obiettivo, che è quello di un Unione Europea prospera, pacifica, disarmata, multiculturale, aperta, uguale.
Non penso che questi obiettivi siano sbagliati di per sé (il disarmo fa eccezione), ma è senz’altro sbagliato il modo in cui chi comanda pensa di raggiungerli.
L’impiego di mezzi coercitivi, politiche attive, barriere assortite e stratagemmi elettorali sono frutto di una fondamentale sfiducia nel mercato e nella sua capacità di allocare risorse, oltre che di una visione del mondo ideologicamente schierata.
Giustificazioni ad usare ogni mezzo, figlie dell’entusiasmo keynesiano, si fanno sentire dicendo: “Ma il mercato non genererà quei risultati che vogliamo noi. Benessere economico forse si, ma l’uguaglianza, il rispetto per l’ambiente, la cultura?”
Questa attitudine al controllo, all’imposizione forzata dei propri ideali sulla realtà è pervasiva. L’esempio più recente che mi viene in mente è quello della legge sull’eliminazione delle tariffe roaming per i cellulari: con le leggi si cerca di far avverare il mondo che il legislatore sogna.
Nella fattispecie questa attitudine può essere innocua, ma in aggregato no.
Quel che spinge il legislatore ad agire in questo modo è un misto di arroganza, impazienza, interesse personale e buona fede. Non possiamo aspettarci molto di meglio dall’essere umano medio e poi, dopotutto, l’Europa continentale deve fare i conti con la propria storia.
Dunque, il punto che voglio sostenere è che il dirigismo economico genera sempre forze centrifughe. Non solo l’interventismo UE (sulla cui reale entità potremmo anche discutere) ha questo effetto, ma tutti i tipi di interventismo.
Tuttavia, se in generale il dirigismo economico genera forze centrifughe, queste non sono sempre sufficienti a lacerare il tessuto della società in cui si scatenano, perché queste società sono saldamente legate da una cultura comune, o perché ci sono barriere legali che subordinano la secessione non violenta alla maggioranza, e chi vuole secedere è sempre la minoranza.
Eppure di sintomi di lacerazione se ne vedono a iosa anche negli Stati nazionali: Scozia e Regno Unito, Catalogna e Spagna, Padania e Italia.
Non è un caso, per converso, che uno dei sistemi politici più stabili sia la Svizzera, che è una federazione di Città Stato con un governo centrale poco invasivo, che prospera nonostante al suo interno vivano culture piuttosto diverse. Ovviamente gli Svizzeri hanno tra loro in comune molto più di quanto abbiano in comune i vari abitanti dell’UE, ma la dinamica sottesa secondo me è la stessa.
La Brexit è solo il primo episodio nel quale le forze laceranti del dirigismo economico europeo hanno prevalso, cavalcate da Ukip. È evidente dal panorama politico che anche in altri paesi questa dinamica stia venendo sfruttata per racimolare voti: Podemos in Spagna, Fronte Nazionale in Francia, Lega Nord in Italia.
Possiamo prevedere che le forze centrifughe si scateneranno man mano che l’ondata di nuove elezioni parlamentari procederà nei prossimi anni nei vari paesi del continente e i partiti euroscettici guadagneranno più consenso.
In Austria il mese scorso non è stato eletto per poco il Partito della Libertà, ad esempio.
Il Regno Unito è stato il primo a cedere perché è il paese più lontano culturalmente dal resto del gruppo, ma la Brexit non è un fenomeno sui generis: è la norma.
Il populismo non c’entra nulla, al netto dell’uso a vanvera che i media fanno della parola.
L’Europa si sta scontrando contro una forza della natura della quale il “populismo”, se vogliamo, è un sintomo.
Mi resta da spiegare perché questa forze centrifuga è colpa del dirigismo economico, e per farlo in maniera esaustiva mi servirebbe una laurea in economia e una in sociologia e un libro, perciò mi limiterò a descrivere la mia intuizione.
Prima è necessaria una premessa.
La teoria dell’uomo come agente economico razionale è imperfetta, ma non da buttare.
Ampliamo questa idea e diciamo che ciascun individuo si preoccupa non solo del proprio benessere, ma anche di quello dei propri cari.
Evolutivamente parlando, siamo capaci di preoccuparci di circa 200 persone che conosciamo direttamente. Quella era la dimensione della nostra tribù qualche anno fa.
Oltre le 200 persone, noi in quanto individui cominciamo ad astrarre l’entità dei nostri vicini, del nostro gruppo, accomunandoci a loro per idee, lingua, cultura e religione. Il vissuto culturale comune genera complicità e intesa. Il meccanismo che ne scaturisce fa si che in una certa misura anche lo sconosciuto possa essere considerato membro della nostra famiglia, in determinate circostanze, fintanto che condivide con noi certi tratti.
Gli esseri umani, è dimostrato, hanno ricevuto una fortissima spinta evolutiva che li ha fatti diventare molto bravi a dividersi in gruppi: a ragionare in termini di “noi e loro”. Alcuni esperimenti dimostrano addirittura che il nostro comportamento cambia nei confronti dei nostri simili anche quando ciò che ci accomuna a una persona piuttosto che a un’altra è una caratteristica irrilevante. Questo meccanismo funziona anche se sappiamo che quella caratteristica è irrilevante. Siamo plasmati dall’evoluzione, non è questione di volontà. E’ una forza della natura, insomma: un singolo razionale può scuotersi dalle spalle questo retaggio, ma in media l’umanità non può.
Questo sentimento di aggregazione è tanto più forte maggiore è l’intensità del legame culturale con il nostro vicino, dove per legame culturale s’intende l’insieme di elementi che ci accomunano a lui piuttosto che a qualcun altro.
Se lo sconosciuto che abbiamo di fronte può essere anche un lontano sostituto di nostro fratello di sangue, o nostra madre, saremo senz’altro disposti a sacrificarci parzialmente per il suo benessere, perché questo comportamento è stato premiato dall’evoluzione.
Tuttavia, se il sacrificio verso quello sconosciuto è percepito come troppo elevato rispetto al legame che ci unisce, gli volteremo le spalle. Per quanti individui, ad esempio, saremmo pronti a dare la vita?
Detto questo, torniamo al discorso principale.
Il dirigismo economico genera forze centrifughe, dovute al fatto che nessuna mente centrale può programmare e attuare piani così complessi su popolazioni tanto vaste ed eterogenee, e di questo abbiamo qualche prova empirica.
Quindi, conflitti sono destinati a emergere. Alle imperfezioni intrinseche nelle politiche dirigiste, che creano disagi e inefficienze e hanno effetti su tutti, si sommano i sacrifici esplicitamente richiesti dalla classe dirigente ad alcune fasce di popolazione (tipo le tasse) in nome del bene superiore.
La crisi economica ha accelerato questa dinamica, ma non ne è stata la causa.
In condizioni di difficoltà, la percezione dell’entità del sacrificio è ingigantita, viene sfruttata dai “populismi” e mette a dura prova il meccanismo evolutivo che ci porta a favorire i membri della nostra tribù.
Sotto il peso del malessere economico, le divisioni culturali tra paesi europei sono destinate a ingigantirsi, perché la logica del “noi contro di loro”, del capro espiatorio, è una necessità evolutiva.
Non ha neppure veramente importanza che i paesi che compongono l’Unione Europea siamo più interventisti di quanto l’Unione esiga: il votante medio non si cura della realtà dei fatti, quanto della propria percezione della realtà.
Se quindi volete spostare la colpa dei movimenti secessionisti europei dall’UE agli Stati Nazionali, fate pure.
Ciò che conta quindi non è neppure la reale entità del fenomeno, quanto la percezione che la maggioranza ha di esso.
L’estrema conclusione del mio argomento è che addirittura non conta per quale motivo la dinamica del sacrificio venga infranta e quella del capro espiatorio innescata, se il malessere percepito sia cioè colpa dell’interventismo economico come sostengo io o di qualcos’altro.
L’Unione Europea fallisce e fallirà sempre, finché con umiltà i suoi leader e i leader dei paesi che la compongono, non si arrenderanno alla necessità delle forze della natura e decideranno di assecondarle, piuttosto che piegarle.
Perché le masse di essere umani fanno parte della natura.
Non siamo speciali e non facciamo eccezione.
Per questo il libero mercato funziona così bene, anche se questo argomento merita spazio altrove.
Non è lo scopo di questo breve testo stabilire come l’UE dovrebbe essere, quindi questo punto può essere liquidato con una semicitazione:
Al diavolo le politiche attive: aprite i confini e lasciate Ryanair, internet e il mercato libero fare il loro lavoro.

BREVE APPENDICE:
Siccome sono di buon umore, voglio aggiungere l’abbozzo di una formulazione più schematica di quello che ho scritto sopra, ipotizzando una formula che lo descriva.
Immaginiamo che l’agente descritto dal modello sia il cittadino medio di un qualche gruppo.
Le variabili coinvolte sono:
B: Beneficio percepito del sacrificio, può assumere valore positivo o negativo (nel nostro caso restare nell’UE: somma di quanto si spende e di quanto si riceve a stare nell’UE, più una componente di opinione pubblica non necessariamente legata alla realtà dei fatti)
C: Legame culturale, è una costante positiva.
S: Costo della secessione, è una costante positiva.
Sono positive le variabili che diminuiscono le probabilità di secessione.
Formula: U(X)=B+C+S
Se X>0 l’agente non sarà favorevole a una secessione
Se X<0 l’agente sarà favorevole a una secessione.
Da un punto di vista teorico dovrebbe essere possibile valutare la probabilità di secessione associata a ogni valore di X.

You may also like

Impiego pubblico percepito-di Matteo Repetti
Per l’Europa Emmanuel Macron propone gli ingredienti del fallimento economico francese
Un’idea elvetica di libertà—di Giulia Pasquali
Il Mon(App)olio di Google? E’ il mercato, bellezza!—di Luca Minola

2 Responses

  1. Mirko

    Scusate ma non riesco a trovare un senso in questo articolo: se come si dice l’individuo è portato a sentirsi coeso con altri che condividono con lui anche solo un elemento irrilevante, allora in teoria i cittadini europei potrebbero benissimo sentirsi coesi appunto in quanto europei: dipende da quale discorso riesce ad essere prevalente. Inoltre, se si dice che ” il votante medio non si cura della realtà dei fatti”, allora può cedere a qualunque populismo, un demagogo può trovare un capro espiatorio di qualunque tipo, anche interno (vedi gli ebrei, le banche, i meridionali ecc.) e il popolo lo seguirà. Non a caso si confonde la secessione all’interno di un singolo paese (ad esempio la Catalogna dalla Spagna) con l’uscita di un paese dall’Europa (ad esempio la Brexit). Quindi a questo punto la logica del “noi contro loro” dovrebbe portare non solo alla fine dell’Europa, ma anche degli stati nazionali. E poi, in genere i movimenti populisti che vogliono l’uscita non sono affatto liberali. Forse che Salvini o la Le Pen vogliono uscire per salvaguardare il libero mercato? D’altro canto dire che nell’Unione europa non c’è un’economia di mercato è una forzatura, anzi spesso l’Ue fa delle direttive che cercano di aprire il mercato, basti pensare a Schengen, o alla Bolkestein che sta spaventando molti operatori in Italia. Quindi mi pare che questo schema interpretativo (l’Europa illiberale genera per forza spinte centrifughe per salvaguardare la libertà naturale dei popoli) sia una forzatura. Semmai la logica che muove questo articolo è una logica “leghista”: l’Europa dovrebbe essere divisa in tante piccole patrie, Padania, Catalogna, Baviera, Scozia, Galles, ognuna rigorosamente chiusa allo straniero, con dazi e blocco all’immigrazione. Sarebbe un bel suicidio da parte dell’Europa, che però farebbe contento qualche autocrate dell’est.

Leave a Reply