12
Lug
2016

Pensioni: le loffie ragioni che esentano dipendenti Regione Sicilia da legge Fornero

Un qualunque lavoratore dipendente italiano, per maturare la pensione di vecchiaia, in questo 2016 deve avere almeno 66 anni e 7 mesi di età anagrafica (per Poste e Ferrovie un anno in meno), e non meno di 20 anni di anzianità contributiva. Per la pensione di anzianità, servono invece almeno 42 anni e 6 mesi di versamenti.  Sono gli effetti della riforma Fornero, adottata dal governo Monti per contenere gli squilibri del bilancio previdenziale, per accelerare nel tempo l’unificazione dei trattamenti di anzianità e vecchiaia, nonché per agganciare automaticamente i requisiti stessi allo sviluppo nel tempo dell’attesa media di vita. Ma se questo è lo stato delle cose, non lo è mica per tutti.

La Regione Sicilia, nel maggio dell’anno scorso, ha disposto prepensionamenti dei suoi dipendenti –  un migliaio, i beneficiari – come se la legge Fornero non fosse mai esistita. Tutti coloro che avrebbero maturato entro il 2020 i requisiti previdenziali hanno potuto presentare entro luglio scorso domanda di prepensionamento. Ma attenzione: stiamo parlando di tutti coloro che al 2020 avrebbero maturato la pensione non secondo i dettami della legge Fornero, ma secondo i criteri precedenti, molto meno rigorosi. Per capirci, in questo 2016 senza legge Fornero si andrebbe in pensione di vecchiaia con 12 mesi in meno di età anagrafica, mentre per la pensione di anzianità servirebbero la bellezza di 7 anni e mezzo di contributi versati in meno, basterebbero 35 anni e non 42 anni e mezzo.  E a questi prepensionati d’eccezione la Regione Sicilia ha riservato per di più solo una mini decurtazione, comunque non tale da far scendere l’assegno pensionistico sotto il 90% della media degli ultimi 5 anni di retribuzione per chi avrebbe maturato i requisiti pre Fornero entro il 2017, e sotto l’85% nel caso di maturazione tra il 2017 e il 2020.

Come si vede, tre eccezioni in una: prepensionamenti che ai normali lavoratori dipendenti italiani sono oggi vietati; prepensionamenti concessi subito anche se i requisiti sarebbero stati maturati entro i 5 anni successivi; prepensionamenti utilizzando come criterio per l’assegno quello pienamente retributivo, e non contributivo neanche per quota parte.

Perché tollerare tutto questo? Qual è la base giuridica di una simile gigantesca asimmetria di diritti e garanzie? E’ forse la legge Fornero, ad avere graziato la Sicilia, ponendola fuori dall’ordinamento italiano? No, non è così. Al contrario, la Regione Sicilia rappresenta un mondo a parte previdenziale insieme ad alcune altre particolari realtà istituzionali italiane, ma per ragioni che con la legge Fornero non c’entrano nulla.  A non comunicare i propri dati previdenziali all’Anagrafe Previdenziale Nazionale, come sono tenuti a fare tutti i soggetti gestori di previdenza obbligatoria secondo la legge 243 del 2004, sono gli organi costituzionali (Camera e Senato, per dipendenti e vitalizi dei parlamentari; Corte Costituzionale, per dipendenti e  giudici; il Quirinale, per il personale) più le Regioni per i vitalizi di favore ai politici ex consiglieri. E infine, appunto, la Regione Sicilia, l’unica regione a non comunicare i dati della previdenza dei propri dipendenti. Al 2014 si stimava fossero 16.377 le pensioni in essere degli ex dipendenti siciliani, su un totale di 30mila circa di tutti i soggetti con gestioni privilegiate sopra elencati.

Ma perché solo la Sicilia, visto che intuitivamente verrebbe da pensare che forse il privilegio dovrebbe riguardare allo stesso modo almeno tutte le Regioni a Statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano? Perché viviamo in un paese di Arlecchino. Anche le Regioni a Statuto speciale differiscono tra loro. L’autonomia speciale rafforzata concessa alla Sicilia sin dall’origine è più “speciale” delle altre.  In realtà, non esiste alcun testo di legge che consenta apertamente l’adozione di criteri previdenziali per i propri dipendenti diversi da quelli nazionali. Tanto è vero che le altre Regioni a Statuto speciale si sono uniformate per i propri lavoratori alla legge Fornero. Trento e Bolzano possono proporre all’Inps l’integrazione di alcune centinaia di euro al mese per gli assegni dei propri dipendenti, che versano regolarmente all’istituto che svolge la funzione di pubblico ufficiale pagatore. Ma la Sicilia no, perché grazie alla propria interpretazione dell’autonomia rafforzata si è data una propria distinta gestione previdenziale, e ha fatto di tale gestione separata il pilastro di requisiti previdenziali diversi da quelli nazionali, allegramente fregandosene dell’equilibrio necessario tra contributi raccolti e assegni in pagamento. Tanto che i poco meno di 700 milioni di euro della spesa previdenziale per i propri dipendenti nel 2015 avviene a fronte di uno squilibrio cumulato che alcuni tecnici stimano nell’ordine dei 9 miliardi di euro.

Direte voi: ma se questi sono i flebili presupposti di legge, possibile che lo Stato non abbia mai avuto a che ridire? Giusto. Tre anni fa la sezione regionale della Corte dei Conti attaccò frontalmente la gestione previdenziale siciliana, sempre più lontana da criteri di equilibrio gestionale e finanziario. Ma la così finì lì. Il ministro del Lavoro di allora e quelli sin qui succedutisi hanno fatto finta di non vedere.  Del resto, il testo unico delle leggi previdenziali era al 75% pronto 5 ministri fa, eppure a nessuno è importato portare a conclusione l’opera.

Ecco dunque spiegate le vere ragioni del privilegio dei dipendenti della Regione Sicilia. Primo: poiché gli organici sono già ipersaturi  (58mila dipendenti con contratti regionali in senso ampio comprendendo gli enti, e 18mila dipendenti diretti rispetto ai 3200 della Lombardia, che però ha il doppio degli abitanti), solo prepensionando con criteri allegri si liberano posti per nuovi assunti, di cui la politica è sempre desiderosa. Secondo: perché sia i nuovi assunti sia i prepensionati sono voti da coltivare. Al resto degli italiani non resta che maledire il caso, che decide dove ciascuno nasce.  Perché sinora, a raddrizzare in termini di legge questa ennesima schifezza consumata al riparo della “santa” autonomia siciliana, non ci pensa nessuno.

 

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4 Responses

  1. Patrizio

    La Sicilia in realtà non fa parte dell’Italia ma è una nazione confederata all’Italia e, per tale motivo, ha anche una sua costituzione e può stampare moneta, avere una propria corte costituzionale eccetera. Solo che loro la loro autonomia non la hanno mai utilizzata pienamente.

    Da Roma dovrebbero imporre alla Sicilia di gestirsi in modo totalmente autonomo e se non comprono i debiti piazzare le loro obbligazione eccetera come una vera nazione. NOn sono daccordo con la vulgata di togliere l’autonomia speciale altrimenti questi iniziano a spendere e spandere a più non possono non avendo più responsabilità sui loro debiti…

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